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EX URSS

Ucraina, c'è una road map. Almeno sulla carta

Il nuovo presidente ucraino Petro Poroshenko propone una road map per uscire dalla guerra civile: fine dei combattimenti entro una settimana, amnistia per i ribelli, salvacondotto per i volontari russi. Ma la situazione sul campo la rende difficile.

Esteri 09_06_2014
Poroshenko e Putin

C’è una nuova road map per l’Ucraina. Il 6 giugno, in occasione del 70mo anniversario dello sbarco in Normandia, il nuovo presidente di Kiev, Petro Poroshenko e il presidente russo Vladimir Putin si sono incontrati personalmente e si sono parlati. Questo è già un primo passo avanti: fino all’elezione di Poroshenko, il 25 maggio scorso, Mosca non aveva mai riconosciuto la legittimità del presidente ad interim Olexandr Turchynov, ma avevano sempre ribadito la loro alleanza con il presidente defenestrato dalla rivolta del Maidan, Viktor Yanukovych. Con Poroshenko la musica cambia, perché, contrariamente a Turchynov, è stato eletto dalla maggioranza assoluta degli ucraini, al primo turno. Putin, in Normandia, ha trovato parole di incoraggiamento per il nuovo piano di pace del suo omologo di Kiev, riservandosi di aspettare e vedere come verrà implementato. La linea politica di Poroshenko è stata poi ribadita il 7 giugno, nel giorno del suo insediamento ufficiale alla carica di presidente dell’Ucraina.

Quali sono i punti della road map del nuovo capo di Stato? Preservazione dell’unità ucraina: Kiev non accetta l’annessione della Crimea (“che è tuttora parte integrante dell’Ucraina”) da parte della Russia e non permetterà la secessione delle regioni del Don. Accesso all’Unione Europea: “la firma dell’Accordo di Associazione sarà solo un primo passo”. La piena responsabilità per la guerriglia in corso nelle regioni dell’Est è attribuita all’ex presidente Yanukovich (“ha governato la regione di Donetsk, incontrastato per 17 anni, ora sta finanziando i terroristi”). Quest’ultima affermazione permette di scaricare la responsabilità sul deposto presidente e aprire una fase negoziale con la Russia: Mosca stessa ha perso fiducia in Yanukovich dopo i risultati elettorali. Normalizzazione dei rapporti economici con la Russia, con un accordo (che Putin considera “vicino”) per la fornitura di gas fino al 2015. Fine delle operazioni militari ucraine entro una settimana. Piena amnistia per chi, nell’Est, decide di rinunciare alla lotta armata: il presidente si è detto anche disponibile a garantire il salvacondotto per tutti i volontari stranieri che volessero tornare in Russia. Garanzia per la minoranza linguistica russofona: anche se l’ucraino rimarrà la lingua ufficiale di Stato, i russofoni avranno pieno diritto di parlare russo. Rimpiazzare il memorandum di Budapest del 1994 con un nuovo trattato che garantisca l’integrità territoriale dell’Ucraina. Rafforzare l’esercito, non subito, chiaramente, ma dopo aver ottenuto una nuova stabilizzazione.

Questo percorso politico soddisfa tutte le richieste dei partiti che hanno fatto la rivoluzione a Kiev, ma al tempo stesso fornisce una via d’uscita dignitosa ai russi, che infatti sembrano apprezzare. Almeno a livello ufficiale. Tuttavia si scontra con una realtà sul terreno che pochi conoscono, anche nella stessa Ucraina. E che non sembra affatto promettere bene. Prima di tutto, Poroshenko può anche affermare che la Crimea “è sempre parte dell’Ucraina e la rimarrà in futuro”, ma nella penisola del Mar Nero la valuta è il rublo, le forze armate sono russe e il processo di piena integrazione con la Federazione Russa è ormai in corso da tre mesi. È difficile capire come e in cambio di cosa, i russi possano sgombrarla e restituirla a Kiev. Diversa è la situazione nelle regioni orientali, dove coesistono, in guerra, città e province fedeli a Kiev e altre realtà (come Sloviansk, Kramatorsk, Mariupol e le stesse capitali regionali Donetsk e Luhansk) ancora controllate da separatisti, irregolari russi e volontari provenienti da tutte le province dell’impero di Mosca, a partire dai ceceni filo-Putin. L’esercito regolare ucraino non riesce ad aver ragione della loro resistenza: è peggio armato e meno determinato dei “ribelli”.

Non riesce nemmeno a vincere la guerra di propaganda: le fonti vicine a Mosca stanno vendendo bene, in Occidente, l’immagine di un popolo insorto, eroico, disarmato e massacrato dagli aerei e dai carri armati di Kiev. Sul campo, invece, la realtà è quasi sempre rovesciata: truppe ucraine formate da ragazzi di leva, male armati e male equipaggiati, vengono battute da nuclei di volontari e professionisti, dotati di armi ed equipaggiamenti russi di ultima generazione. Gli aiuti promessi dagli Stati Uniti (equipaggiamenti non letali: visori notturni, corpetti anti-proiettile e razioni di viveri) non sembrano affatto aver migliorato la situazione delle truppe ucraine. In molti casi non sembrano proprio essere giunti a destinazione. Le notizie sono poche e frammentarie, spesso smentite da fonti indipendenti, dunque è difficile misurare i successi dell’“operazione anti-terrorismo”, ma i nomi delle città coinvolte nei combattimenti sono sempre gli stessi, da due mesi a questa parte. Quindi vuol dire che sono ancora tutte nelle mani degli irregolari. Anche fonti di informazione vicine a Kiev rivelano uno scenario di caos: autorità inesistenti, comandi assenti, forze regolari prive di ordini, unità di giovani volontari della Guardia Nazionale (di recentissima formazione) costrette a muoversi in piena autonomia. È difficile capire come le milizie pro-russe e i volontari russi possano accettare amnistia e salvacondotto per tornare a casa, nel momento in cui, finora, sono padrone del campo.

Infine c’è un ultimo grave problema ed è quello del numero crescente di profughi interni. Finora nessuno ha mai parlato di emergenza umanitaria, ma da Luhansk e dalla Crimea risulta che siano fuggiti in 10mila, stando alle stime dell’Unhcr. Stime ucraine però parlano di numeri più alti: 15mila profughi da Donetsk, altre 10mila da Luhansk. Solo dall’Est, i rifugiati potrebbero essere dai 20 ai 25mila. Se il conflitto dovesse ulteriormente allargarsi, inizierebbero a cercare rifugio in Europa. Un motivo in più per far funzionare la road map.