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Turchia nell'Ue? Due civiltà a confronto

Si sono arenati i negoziati per l'ingresso della Turchia nell'Ue, senza produrre alcun calendario preciso per il futuro. Erdogan è contestato a Bruxelles per gravi casi di abuso di potere. Ma il problema non è solo quello. È molto più profondo.

Erdogan e Van Rompuy

Proprio mentre in Svizzera, a Montreaux, iniziavano i colloqui sulla Siria, a Bruxelles arrivava Recep Tayyip Erdogan, uno dei protagonisti principali della vicenda siriana. Non per parlare della guerra civile, questa volta, ma per tornare a negoziare sulla vecchia questione dell’accesso della Turchia nell’Unione Europea. Vecchia, ormai, perché se ne parla sin dal lontano 1959, quando il Paese a cavallo di due continenti chiese per la prima volta di accedere all’allora Comunità Economica Europea. Quest’ultimo round negoziale è iniziato a novembre 2013. Ma con l’incontro di martedì sembra essersi di nuovo arenato. La Turchia, questa estate, come tutti ben ricordano, è stata teatro di una serie di manifestazioni di massa, affrontate con una dura repressione. Un comportamento degno di una dittatura, non certo di una democrazia liberale che aspira a far parte dell’Ue.

La questione si è ulteriormente aggravata in queste settimane, perché la magistratura e la polizia, accusate di complottare contro il governo, sono state massicciamente epurate. Novantasei magistrati trasferiti o assegnati ad altro incarico, quattrocento funzionari di polizia licenziati: si tratta della più massiccia purga negli apparati di Stato turchi nella pur tormentata storia del governo Erdogan. Il premier accusa le forze dell’ordine e i giudici di agire nell’ombra contro il governo e su tutto aleggia lo spettro del golpe militare laico (“Ergenekon”) che l’esecutivo islamico teme più di ogni altra cosa. Ma i magistrati che sono stati colpiti sono soprattutto coloro che avevano iniziato a indagare sulla corruzione del governo. Come se non bastasse, la settimana scorsa Ankara ha promulgato una nuova, surreale, legge, che vieta ai medici di prestare pronto soccorso ai feriti senza prima aver ricevuto una regolare autorizzazione del governo. È una violazione di ogni etica medica, a partire dal giuramento di Ippocrate, che si può spiegare solo in un modo: si vuol vietare di prestare soccorso ai manifestanti. Una roba da dittatura, appunto.

Di fronte a queste continue manifestazioni di abuso di potere, Herman Van Rompuy, presidente del Consiglio d’Europa, ha subito fatto sapere ad Erdogan che deve impegnarsi di più, se vuol candidare veramente la Turchia all’ingresso nell’Ue: come minimo deve rispettare i principi basilari della separazione del potere giudiziario da quello esecutivo. E poi rispettare maggiormente i diritti di assemblea e manifestazione dei suoi cittadini.

Come sempre quando si ha a che fare con i rappresentanti delle istituzioni dell’Unione Europea, anche questo colloquio e queste raccomandazioni appaiono un po' superficiali. Il problema, infatti, non è solo nelle istituzioni, ma anche nella società turca contemporanea. Basti pensare, giusto per fare un solo esempio emerso di recente, al dramma dei matrimoni minorili. È lo stesso Ministero dell’Interno di Ankara che ha lanciato l’allarme e ha divulgato le cifre: si contano, in appena tre anni, 134.629 minorenni sposati, senza il loro consenso. Fra questi, le “spose bambine” sono 128.866. Il numero di richieste di permessi per matrimoni di adolescenti è cresciuto del 94%. Indice di arretratezza economica? Fino a un certo punto, perché se è vero che queste pratiche sono diffuse quasi esclusivamente nelle regioni dell’entroterra anatolico più arretrato, è anche vero che la Turchia, da dieci anni a questa parte sta vivendo un lungo boom economico.

La crescita del benessere, dunque, non ha affatto determinato un cambiamento di mentalità, con buona pace di chi sostiene che, grazie all’ingresso nel mercato unico europeo, i turchi si “modernizzerebbero”. Il fenomeno a cui si assiste è invece quello di una progressiva radicalizzazione dell’islam. Anche a spese dei cristiani. Open Doors, l’associazione che monitora le persecuzioni cristiane, non inserisce la Turchia nella sua World Watch List (fra i 50 Paesi persecutori), ma constata che «esistono comunque svariate forme di persecuzione contro i cristiani. Restrizioni governative sulla libertà religiosa sono originate sostanzialmente dalle interpretazioni della costituzione e delle leggi del paese, che appaiono prevenute rispetto le minoranze non musulmane. C'è una grande differenza tra l'interpretazione formale della legislazione laica del paese e le pratiche informali da parte di funzionari governativi, poliziotti e giudici.. Ankara figura al 31mo posto.  Le vittorie a man bassa dell’Akp di Erdogan sono lì a testimoniarla, come tante altre cose.

Il problema non riguarda solo la Turchia propriamente intesa: prosegue senza sosta l’occupazione turca di Cipro Nord, conquistata nel 1974. In questi 40 anni, il controllo di quel territorio non è limitato ad un presidio militare: il governo filo-turco locale, col beneplacito di Ankara, continua a condurre una politica di islamizzazione forzata. Circa 200mila greco-ciprioti, cristiani, sono stati scacciati da quella regione e rimpiazzati da 300mila coloni turchi, tutti convinti musulmani. Cipro, non a caso, è considerato uno dei maggiori ostacoli sulla via dell’integrazione turca nell’Ue. Ma come è possibile che Ankara torni indietro, ormai, dopo aver rimpiazzato un intero popolo con un altro, dopo aver sostituito una religione con un’altra?

L’ingresso della Turchia, insomma, spalancherebbe le porte non a semplici problemi politici o economici, ma ad un potenziale cozzo di civiltà. Non esagerava il politologo Samuel Huntington (il celebre teorico dello “Scontro di civiltà”) a classificarla come “Paese di frontiera”, a cavallo di due modelli fra loro distinti e distanti. Si tratterebbe di portare in Europa 75 milioni di persone, una popolazione paragonabile a quelle di Germania e Gran Bretagna, in continua e rapida crescita demografica e sempre più convertita ai valori dell’islam politico. L’Europa politica cambierebbe volto, nascerebbero problemi di integrazione istituzionale, religiosa, tradizionale, si aprirebbero infiniti contenziosi sul modo di intendere il diritto di famiglia, il diritto di libertà di culto, il diritto di libertà di espressione. Un conto è aprire le frontiere alle merci e ai capitali turchi, cosa che in gran parte è già stata fatta: il dinamismo del vicino anatolico non può che farci da stimolo. Tutt’altro è ammettere la Turchia come condomino nello stesso condominio politico, con regole comuni per tutti.