Turchia contro Israele: il patto della Mecca minaccia gli equilibri
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Il mandato di arresto internazionale per Nethaniau emesso da Erdogan segna una pericolosa frattura nei rapporti già precari tra Israele e Turchia. Ma è anche la prima prova sul campo del “Patto della Mecca” siglato da Ankara con Pakistan e Arabia. Che unisce alla destabilizzazione anche una minaccia concreta per l'area mediorientale.
Si alza il livello dello scontro tra Turchia e Israele. Con una mossa diplomatica senza precedenti, Ankara ha chiesto formalmente all’Interpol di emettere un mandato di arresto internazionale nei confronti del premier israeliano Benjamin Netanyahu, facendo così salire ulteriormente la tensione tra i due Paesi. È un salto di qualità che porta il confronto fra le due potenze mediorientali su un nuovo terreno: per la prima volta Ankara tenta di trasformare il conflitto politico con Gerusalemme in un caso internazionale, puntando direttamente il dito contro il capo del governo israeliano.
La decisione, legata al caso della Sumud Flotilla, è destinata a rendere ancora più problematici rapporti già ai minimi termini. La Flotilla, diretta lo scorso anno verso Gaza nel tentativo di rompere il blocco navale imposto da Israele, è infatti all’origine dell’iniziativa giudiziaria turca contro Netanyahu. Ma non è tutto. Le autorità turche avevano già emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e di altri alti funzionari israeliani, accusandoli di «genocidio» per le operazioni condotte da Israele nella guerra contro Hamas nella Striscia di Gaza. Accuse che Israele respinge con fermezza.
Ora la mossa di Ankara arriva dopo giorni in cui la Siria è tornata al centro di una pericolosa prova di forza tra Turchia e Israele. A far esplodere la tensione erano state, pochi giorni prima, le incursioni israeliane contro la base aerea siriana di Abu al-Duhur, nel nord-ovest del Paese. La scorsa settimana, una serie di attacchi ravvicinati ha colpito l’installazione, in quella che l’inviato speciale statunitense Tom Barrack ha definito «un’escalation inutile e un’evidente provocazione alla Turchia». Aggiungendo che il capo del Mossad, Roman Gofman, aveva parlato con il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani alcuni giorni prima dell'attacco per esprimere le preoccupazioni di Israele.
Anche lo scorso sabato, però, l’aviazione israeliana ha effettuato un nuovo raid nel sud ovest della Siria prendendo di mira, secondo quanto annunciato dall’Idf, l’Esercito israeliano, un terrorista «impegnato nelle fasi finali della preparazione di attentati». Israele, per entrambe le incursioni, ha mantenuto il consueto silenzio ufficiale, senza confermare né commentare l’operazione, mentre Damasco ha accusato apertamente Israele.
Il ministro della Difesa, Israel Katz, ha chiarito, però, la posizione di Gerusalemme, accusando Erdogan di trascinare la Turchia in «avventure pericolose» in Siria e ribadendo che Israele non consentirà minacce alla propria sicurezza nazionale.
Da Ankara è arrivata una risposta altrettanto dura. Il ministro degli Esteri, Hakan Fidan, ha rivendicato il sostegno di Egitto e Arabia Saudita alla posizione turca sulla Siria e ha chiesto a Israele di fermare quelli che ha definito «attacchi sconsiderati». Il ministro degli Esteri siriano, Asaad al-Shaibani, ha respinto le accuse israeliane sostenendo che Abu al-Duhur fosse semplicemente un aeroporto danneggiato dalla guerra e sottoposto a lavori di ripristino, quasi vuoto al momento dell’attacco e privo di progetti per una base militare turca permanente.
Dietro la disputa sulla base siriana si nasconde però uno scontro più ampio. Israele teme che Ankara possa consolidare la propria presenza militare in Siria e trasformarla in una piattaforma strategica capace di modificare gli equilibri regionali. La Turchia, al contrario, considera le operazioni israeliane una pretesa di egemonia sul territorio siriano. È un conflitto d’interessi che rischia di trasformare la Siria del dopoguerra nel terreno di confronto diretto fra due potenze, che fino a poco tempo fa, si affrontavano, quasi esclusivamente, sul piano diplomatico.
La frattura è diventata anche personale. L’ufficio di Netanyahu ha definito Erdogan un «dittatore antisemita», accusandolo di voler estendere alla Siria l’aggressione contro Israele. Ankara ha replicato sostenendo che Netanyahu usa lo scontro con la Turchia per ragioni di politica interna e alimenta una campagna dominata da un populismo irresponsabile. Secondo il governo turco, la spirale di minacce non rappresenta più soltanto un confronto fra due esecutivi, ma un fattore di destabilizzazione capace di coinvolgere l’intero Medio Oriente.
A rafforzare la posizione turca c’è un elemento nuovo: il patto stretto con Pakistan e Arabia Saudita. Il 7 agosto scorso, alla Mecca, i tre paesi hanno firmato un accordo di difesa comune che stabilisce il principio secondo cui un attacco armato contro uno dei firmatari equivale a un’aggressione contro tutti. L’intesa rafforza il coordinamento politico e militare e apre a una cooperazione più stretta nel settore della difesa, comprese esercitazioni congiunte e collaborazioni nell’industria militare.
Il patto non indica Israele come avversario, Ankara, Islamabad e Riad, infatti, ne sottolineano il carattere difensivo. Il suo peso politico è però difficile da ignorare. Erdogan può ora presentarsi come uno dei pilastri di un nuovo meccanismo di sicurezza che riunisce la capacità militare turca, il peso economico e diplomatico saudita e la forza strategica del Pakistan. Per la Turchia significa affrontare la crisi con Israele contando su una rete più solida, proprio mentre Ankara cerca di aumentare la propria influenza sul futuro della Siria e sull’assetto della regione.
Su questo asse fa leva anche l’ala più nazionalista dell’alleanza del governo turco. Devlet Bahceli, leader del Partito del Movimento Nazionalista e alleato di Erdogan, ha proposto il “Patto di Gerusalemme”: un sistema di sicurezza per il Medio Oriente fondato sulla cooperazione fra paesi islamici e sulla creazione di un meccanismo comune di difesa. L’obiettivo è trasformare l’intesa fra Turchia, Arabia Saudita e Pakistan in una più ampia «forza di pace islamica», aperta potenzialmente ad altri stati.
Nel mezzo resta la Siria del presidente Ahmad al-Sharaa, l’ex comandante jihadista che Israele guarda con preoccupazione sin dalla caduta del regime di Bashar al-Assad nel 2024. Damasco si trova così costretta a un equilibrismo sempre più difficile: da un lato, resta legata ad Ankara; dall’altro, deve evitare di alimentare le tensioni con Israele, con cui è formalmente in stato di belligeranza da decenni. Negli ultimi mesi, tuttavia, i due Paesi hanno avviato contatti diretti, mediati dagli Stati Uniti, nel tentativo di raggiungere un’intesa sul piano della sicurezza.
È il tentativo di impedire che la competizione fra Ankara e Tel Aviv trasformi il territorio siriano in un nuovo fronte di guerra. Ma la partita è ormai troppo grande per essere confinata alla Siria. Da una parte, Israele vuole impedire che la Turchia consolidi una presenza militare strategica a ridosso della propria area di sicurezza; dall’altra, Erdogan vuole fermare le incursioni israeliane e rimarcare che Ankara riveste un ruolo centrale nel nuovo ordine regionale. Il nuovo accordo con Pakistan e Arabia Saudita rafforza questa ambizione e offre alla Turchia un ulteriore strumento politico.
La crisi, dunque, non è più soltanto diplomatica. È una sfida di potenza combattuta con attacchi aerei, dichiarazioni ufficiali, accuse personali, nuove alleanze e strumenti del diritto internazionale.
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