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Trans e sport, il Cio non segue la scienza

Il Comitato olimpico internazionale ha annunciato nuove linee giuda per la partecipazione degli atleti transgender alle competizioni femminili. Uno schiaffo alla realtà, una ennesima violenza e discriminazione contro le donne.  Liberalizzata senza alcun vincolo la partecipazione di maschi nelle competizioni femminili.

Il Comitato olimpico internazionale (CIO) ha annunciato nuove linee giuda (non obbligatorie) per la partecipazione degli atleti trans gender alle competizioni femminili. Uno schiaffo alla realtà, una ennesima violenza e discriminazione contro le donne. I primi atleti apertamente transgender avevano già gareggiato alle Olimpiadi di Tokyo dell’estate scorsa, 17 anni dopo che il CIO aveva stabilito per la prima volta le regole che ne consentivano la partecipazione, ma dopo significativi controlli sul testosterone.

Le linee guida incoraggiano, non impongono, gli organi nazionali dell’organizzazione, di escludere i test medici e non li ritengono più necessari per la determinazione della idoneità degli atleti transessuali per competere nelle gare femminili. Secondo il CIO, non ci sarebbe alcun consenso medico che i livelli di testosterone da soli conferiscano un vantaggio ingiusto agli atleti transgender o intersessuali nei confronti delle donne.

La maggior parte delle obiezioni alla partecipazione dei trans nello sport si concentrano sui transgender, maschi che si dicono femmine, ed è convinzione che essi mantengano ancora un vantaggio sleale anche dopo l'assunzione di ormoni per abbassare il loro testosterone, sinora necessari per partecipare alle competizioni femminili. Pur affermando che la scienza non è univoca su tale valutazione, il CIO non fornisce riferimenti di studi e ricerche che smentiscano questa l’evidenza.

Quando si confrontano atleti che competono direttamente l'uno contro l'altro, dall’élite ai livelli di atleti in età scolare, i vantaggi fisiologici conferiti dal sesso biologico appaiono, sulla valutazione dei dati di performance, insormontabili. Questa semplicissima constatazione della realtà, è stata confermata anche di recente, da uno studio congiunto dei ricercatori della Università di Manchester e dell’Istituito universitario Karolinska di Stoccolma nella pubblicazione di Transgender Women in the Female Category of Sport: Perspectives on Testosterone Suppression and Performance Advantage, in cui si è esaminato come le differenze nelle caratteristiche biologiche tra maschi e femmine, influenzino le prestazioni sportive.  Si valuta se esistano prove «a sostegno dell'ipotesi che la soppressione del testosterone nelle donne trans gender», sinora obbligatorio per la partecipazione dei trans alle competizioni femminili, fosse «sufficiente rimuove il vantaggio delle prestazioni maschili e quindi offre una competizione equa e sicura».

I risultati emersi sono chiari: «Il divario di prestazioni tra maschi e femmine diventa significativo alla pubertà e spesso ammonta al 10-50% a seconda dello sport. Il divario di prestazioni è più pronunciato nelle attività sportive che si basano sulla massa muscolare e la forza esplosiva.

Il CIO nei giorni scorsi ha deciso di non seguire l’evidenza scientifica, né il lume della ragione ed ha di fatto invitato tutti i Comitati Olimpici nazionali a liberalizzare senza alcun vincolo la partecipazione di maschi nelle competizioni femminili. La decisione dei giorni scorsi è solo l’ultima tappa di una escalation delle discriminazioni nei confronti delle atlete impegnate nelle competizioni femminili.

Il tutto in nome della odierna intollerante tolleranza che cancella ogni differenza e sancisce il trionfo di un maschilismo insopportabile a scapito delle donne. Siamo di fronte all’ennesimo tragico segno di globalismo sinistro, non a caso celebrato come una parziale vittoria (pretendevano l’obbligo del nuovo regolamento) da stampa e lobbies LGBTI, che pretende la eliminazione della preziosa differenza ‘femminile’, avendo per scopo ultimo la completa abolizione del Dio Creatore.

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