• CORPUS DOMINI

Tra sputacchi e scaricabarile a rimetterci è la processione

Il Ministero dà il via libera alle processioni del Corpus Domini di domani. Che però in larga parte non si faranno perché fuori tempo massimo, vista la difficoltà nell'organizzazione e nel far rispettare le regole. I vescovi hanno chiesto per primi regole assurde allo Stato. Come quella di far osservare non un metro di distanziamento, ma due, perché "lo sforzo fisico" della camminata - soprattutto per chi canta - aumenta il getto delle goccioline di saliva. Cei, Cts, Viminale: tutti hanno giocato allo scaricabarile, la nuova tendenza dei rapporti Chiesa-Stato.

Utilizzando un linguaggio calcistico possiamo dire che l’autorizzazione del Ministero degli Interni alle processioni del Corpus Domini è arrivata in zona Cesarini. E anche oltre. In ritardo, comunque, per consentire ai parroci, già oberati nell’approntare la chiesa per la Messa come una sala operatoria, di organizzare con tutte le limitazioni una processione adeguata alle esigenze. Se qualcuno domani uscirà in processione cantando t’Adoriam Ostia divina, Dio gliene renderà merito perché sarà un highlander. Il contesto attorno è sul triste andante. In crescendo.

Come i lettori della Bussola sanno, la Cei ha provato a chiedere al Viminale il via libera per effettuare la processione più amata, soprattutto nei paesi mediterranei, ma il via libera, firmato dal funzionario Michele di Bari, capo dipartimento delle libertà civili e l’immigrazione, vero e proprio ministro del culto divino, è arrivato solo ieri.

Troppo tardi per poter rassicurare un parroco standard sulla fattibilità della processione. Per fare la quale bisognerà comunque osservare tali e tante regole sul distanziamento sociale, aumentate di 2 metri e non del classico metro, uso di mascherina e divieti che in tanti considereranno chiusa la partita. Secondo i geni della Cei, infatti, la processione, che si fa a piedi, fa aumentare il fiatone dei partecipanti, come fosse la Marcialonga: così “l’aumento dello sforzo fisico” (sic!) aumenta il rischio di emissione a maggior distanza di droplets, le famigerate e terribili goccioline. Insomma: i vescovi hanno pensato di essere più realisti degli scienziati del governo, ritenendo che a causa del canto e della camminata, il fedele diventi un lama sputacchione che percorre le verdi alture andine. Folle, nella sua insulsa giustificazione. Ma così è. Però, per i fedeli che non intendono cantare “si può stare a un metro e mezzo”, così si riduce lo sputacchio. Adesso potete chiamare il servizio psichiatrico.   

E’ solo l’ennesimo corto circuito su cui fa leva la prevaricazione di uno Stato che si arroga il diritto di decidere la liturgia della Chiesa. Diritto che la Chiesa gli ha regalato con la facilità con cui Federer di solito si sbarazza del numero 95 del ranking.

La richiesta della Cei è partita il 5 giugno (leggi qui), il Comitato Tecnico Scientifico, che ormai è diventata la Sibilla cumana del governo, si è riunito l’8 di giugno e il Viminale ha risposto ufficialmente soltanto ieri. Fuori tempo massimo per la maggior parte delle parrocchie che per organizzare le processioni, a cominciare dai permessi da inviare a Comune, Polizia Municipale e Questura – e relative ordinanze di sospensione del traffico – non riusciranno a fare nulla.

Lo Stato liturgo, dicevamo. Ma va detto che è una funzione che i vescovi hanno pensato bene di consegnare proprio al Ministero degli Interni. Si delinea infatti uno strano scaricabarile sintomatico di quelli che sono diventati ormai i rapporti tra la Chiesa italiana e lo Stato: di ossequiosa dipendenza per la prima, di paternalistica sopportazione per il secondo.  

Scaricabarile dei vescovi sullo Stato: con la ripresa delle celebrazioni regolamentate da un rigido protocollo infatti, diventava implicito anche lo svolgimento delle processioni sulla pubblica via. I vescovi avrebbero potuto dire ai parroci di occupare lo spazio – garantendo legge e igiene – senza troppi problemi. E’ stata la Cei che ha chiesto allo Stato il permesso di poter uscire in processione.

Secondo scaricabarile: dello Stato sul Cts. Raccolto il testimone, o la patata bollente, lo Stato ha incaricato il Comitato Tecnico Scientifico di emettere la sentenza.

Terzo scaricabarile: quello dl Cts sui vescovi. Gli “scienziatoni” hanno sostanzialmente detto che i vescovi e i parroci si assumeranno le loro responsabilità “unitamente alle autorità civili, sanitarie e religiose” perché “sono emerse criticità nella possibilità di controllo del rischio di contagio da Sars-CoV2”. Della serie: noi non vogliamo saperne: sarà colpa di vescovo, prefetto e direttore dell’Asl. E adesso potete pure uscire in processione.

Insomma: lo stile è quello che si utilizza per una bisca clandestina sulla cui apertura si prova a chiudere un occhio, ma di fatto segna un modo completamente nuovo nel comunicare tra Stato e Chiesa. Ma del resto se i vescovi sono i primi a chiedere allo Stato di decidere su ciò che è di Dio, inutile stupirsi se poi Cesare si prende anche l’incenso e il turibolo. In questo contesto, in cui tutti scaricano su tutti a farne le spese sarà il Protagonista della giornata di domani, il quale, dovrà anche ringraziare perché almeno una Messa gliela dedicheranno. Senza canti, però… sai lo sputacchio è dietro l’angolo…