• IL FILM

The Green Knight, un inno a cavalleria e onore

Presto nelle sale The Green Knight diretto da David Lowery e tratto dal poema (amato da Tolkien) Sir Gawain e il Cavaliere Verde, di un anonimo del Trecento. Il film non è d’avventura bensì onirico e ha il merito di rispettare la narrazione originale, lasciando intatto un insegnamento medievale valido ancora oggi.

Tra breve nelle sale arriverà The Green Knight, film (prodotto, scritto, diretto e montato da David Lowery) tratto dal poema, amatissimo e studiatissimo da Tolkien, Sir Gawain e il Cavaliere Verde, di anonimo trecentesco. A parte la scelta di affidare a Dev Patel il ruolo del protagonista (Patel è l’attore di origine indiana lanciatosi col pluripremiato The millionnaire) e una dama della corte di Re Artù di pelle nera (praticamente una comparsa, si vede che il politicamente corretto è, sì, obbligatorio a Hollywood, ma non tutti i registi ne sono entusiasti), il film è senz’altro il migliore di quelli girati fin qui sull’argomento (nel 1973 e nel 1984, uno addirittura con Sean Connery nella parte del cattivo). Anche il cast è all’altezza: Alicia Wikander (Tomb rider) e Joel Edgerton (Star Wars).

Il film non è d’avventura bensì onirico e simbolico esattamente come l’opera da cui è tratto. Tale opera è un singolo manoscritto contenente altri tre poemi, intitolati rispettivamente Perla, Purezza e Pazienza, ed è scritta in un linguaggio detto inglese medio parlato a suo tempo tra Inghilterra e Galles. Ed è un inno ai valori della cavalleria e dell’onore.

La trama è presto detta. Re Artù, ormai vecchio, siede nella sala della Tavola Rotonda con la moglie Ginevra, anche lei anziana, e il mago Merlino, circondato dai suoi cavalieri. Il giovane Gawain, figlio della fata Morgana, sorella di Artù, non è ancora stato creato cavaliere, ma è presente al festeggiamento per la raggiunta pace dopo le incessanti guerre contro i sassoni invasori. A guastare la festa, però, a un certo punto si presenta uno sconosciuto, un cavaliere verde. Il quale è verde non solo di abiti, ma anche di capelli e di pelle. Nel silenzio attonito, costui lancia la sua sfida: lo si colpisca come si vuole, ma chi lo farà verrà da lui atteso in capo a un anno e un giorno per infliggergli lo stesso identico colpo. Nessuno si fa avanti, tranne Gawain, desideroso di guadagnarsi gli speroni di cavaliere. Gawain decapita il cavaliere verde. Ma questi, tra lo stupore di tutti, si rialza, raccoglie la sua testa mozzata e se ne va, non senza ricordare a Gawain che lo aspetta. Passato il tempo previsto, Gawain, fedele alla sua parola, parte alla ricerca del Cavaliere Verde. E qui comincia un percorso iniziatico, molto travagliato e zeppo di simbolismi.

Val la pena di ricordare, qui, che quasi sicuramente l’anonimo autore del poema prese in prestito il nome di Gawain da Galgano, l’ex cavaliere di Montesiepi fattosi eremita e venerato come santo dai cattolici. È sua, infatti, la vera «spada nella roccia» (che ancora oggi i turisti possono ammirare in quel di Siena). Nel film, e nell’opera, Gawain è aiutato da una volpe parlante (simbolo di astuzia ma anche, nell’immaginario medievale, di lussuria), da una cintura magica verde (dono della sua dama ma opera di sua madre Morgana) e dall’intervento di una santa, Winefred, martire per causa di lussuria altrui.

Composto da 2530 versi suddivisi in 101 stanze, il poema narra di tutte le prove che Gawain deve affrontare per meritarsi l’investitura, prove non solo fisiche ma anche psicologiche. Infatti, deve difendersi dalle avances della moglie di chi gli ha dato ospitalità e nel contempo rispettare tutte le regole e le usanze cavalleresche nei rapporti con una dama. Merito del film è l’aver rispettato la narrazione originale senza indulgere a modernismi anacronistici, lasciando intatto un insegnamento che è, sì, medievale, ma valido anche per l’oggi.

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