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LA POLEMICA SUL 1980

Strage di Bologna. De Angelis si scusa, ma è ora di scoprire le carte

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Le esternazioni di De Angelis sulla strage di Bologna del 1980 hanno suscitato un vespaio di polemiche. Il portavoce del Lazio dice che Fioravanti, Mambro e Ciavardini, condannati come esecutori, sono innocenti. È libero di criticare una sentenza. Semmai va fatta luce, desecretando i documenti.

Politica 08_08_2023
Strage di Bologna, le vittime

Forse fra qualche giorno la polemica sulle esternazioni social di Marcello De Angelis, responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio, sui colpevoli della strage di Bologna del 2 agosto 1980 verrà ridimensionata come “temporale estivo”. Sarebbe tuttavia un errore chiudere il caso senza prendere la palla al balzo e, al netto degli eccessi verbali del protagonista, provare a rilanciare la battaglia per una corposa desecretazione degli atti a proposito di pagine buie e dolorose della storia d’Italia come quella della strage alla stazione del capoluogo emiliano-romagnolo.

Ieri De Angelis, molto vicino al governatore del Lazio, Francesco Rocca, ha chiesto scusa con un altro lungo post su Facebook, dopo quello incriminato, in cui si diceva sicuro dell’innocenza di Fioravanti, Mambro e Ciavardini (quest’ultimo nel frattempo diventato suo cognato), condannati all’ergastolo in via definitiva come esecutori materiali della strage di Bologna.

I toni usati nel suo primo post erano apparsi esageratamente eroici (si era paragonato a Giordano Bruno, dicendosi pronto ad andare sul rogo da uomo libero) ma l’essenza delle sue parole era quella di una critica frontale ai giudici che avevano pronunciato quel verdetto, rifiutandosi fin da subito di prendere in considerazione altre piste che pure sembravano ugualmente plausibili.

Il riferimento è alla famosa “pista palestinese”, scartata repentinamente ma ciclicamente ritornata d’attualità in questi 43 anni. Al di là delle doverose riflessioni sulla certezza della pena, che in Italia resta un miraggio, visto che quei terroristi neofascisti sono stati condannati all’ergastolo per decine di omicidi, ma ora sono a piede libero, rimangono i punti interrogativi sull’effettiva attendibilità della sentenza sulla strage di Bologna che, come tutte le sentenze, va rispettata e ritenuta la parola definitiva sull’argomento.

Però rimane anche la libertà di ciascuno di criticare le sentenze e di ritenerle ingiuste, sulla base di argomentazioni che possono risultare più o meno plausibili. Senza contare che un libero cittadino come De Angelis non può rischiare il suo posto di lavoro se esercita quel diritto di critica su un suo profilo social personale, parlando a titolo personale. La sua esternazione, giusta o sbagliata che sia, rientra nell’ambito della libertà d’espressione e non impegna in alcun modo l’ente pubblico nel quale lavora. Ci sono - per fortuna - codici deontologici che impongono a molteplici categorie di professionisti di rispettare alcune norme pratiche nell’utilizzo dei social, ma ciò si riferisce ai casi in cui eventuali opinioni possano compromettere l’immagine dell’ente pubblico in relazione all’attività che esso svolge. Nel caso di De Angelis questo profilo non sembra emergere perché il protagonista non esprime punti di vista su fatti ancora in corso ma un giudizio storico su fatti del passato sui quali il suo ente pubblico non ha alcun modo di incidere.

E poi, entrando nel merito della polemica, che pure ha suscitato reazioni di indignazione da parte della sinistra, che ha subito chiesto le dimissioni di De Angelis, ma anche in certi settori della destra (la stessa Meloni pare sia molto dispiaciuta dell’accaduto e in imbarazzo per quanto detto da de Angelis), le cose scritte dal responsabile della comunicazione istituzionale della Regione Lazio non sono nuove. Lui le ha sempre sostenute negli anni, ma, soprattutto, a dichiararle fu, nel lontano 1991, l’allora Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga, che contestò subito la matrice neofascista della strage di Bologna. Come ha ricordato ieri Giancarlo Lehner su Dagospia, Cossiga “chiese scusa all’Msi per aver a caldo, quando era Presidente del Consiglio, attribuito l’azione terroristica alla destra fascista e aggiunse che i responsabili andavano cercati all’estero, alludendo alla pista palestinese”. Fece queste affermazioni nel 1991 da Capo dello Stato “essendo - ha aggiunto Lehner - probabilmente in possesso di informazioni attendibili”. Le parole di Cossiga, pronunciate il 15 marzo 1991, risultano davvero inequivocabili: “La Targa alla stazione di bologna che definisce fascista la strage del 1980 va tolta”.

Lehner ha condito questa rievocazione con alcune sue deduzioni, che trovano peraltro ampie conferme in ambienti politici e culturali italiani. Secondo lui si cercò di insabbiare la pista palestinese per evitare di far saltare taciti accordi con i palestinesi, addirittura un rapporto organico tra Brigate Rosse, terrorismo palestinese e servizi segreti italiani. “La pista palestinese -ha concluso Lehner ieri su Dagospia- non si addiceva alla presentabilità dei comunisti italiani, nonché al doppio petto equidistante della politica antisemita ed antisionista”.

De Angelis ha fatto riferimento, nel suo messaggio di scuse pubblicato ieri su Facebook, a questo intervento del Quirinale, e ha rilanciato la battaglia per la desecretazione degli atti riguardanti il tragico periodo delle stragi, non solo di quella bolognese. "Ho appreso – ha sottolineato - che l'attuale governo, completando un percorso avviato dai governi precedenti, ha desecretato gli atti riguardanti il tragico periodo nel quale si colloca la strage del 2 agosto 1980: mi auguro che l'attento esame dei documenti oggi a disposizione permetta di confermare, completare e arricchire le sentenze già emesse o anche fare luce su aspetti che, a detta di tutti, restano ancora oscuri".

Dunque, un conto è il rispetto per i famigliari delle vittime delle stragi, che non deve mai venir meno, e la ferma e intransigente condanna di tutti coloro i quali hanno attentato all’ordine democratico italiano, altro conto è rinunciare a ricercare la verità delle cose, soprattutto quando fin dall’inizio essa ha mostrato zone d’ombra e lati oscuri, che invece sarebbe il caso di chiarire.