Spagna, vescovi in campo contro l’aborto
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Mentre il governo Sanchez cerca di introdurre il “diritto” all’aborto nella Costituzione, la Conferenza episcopale spagnola prende posizione ricordando che la vita umana è un dono inviolabile fin dal momento del concepimento.
Dopo che Emmanuel Macron ha fatto introdurre la «libertà» di abortire nella Costituzione francese, la sinistra europea non vede l’ora di realizzare lo stesso obbrobrio giuridico nei vari Paesi di quel continente che per secoli fu chiamato «Cristianità».
Il governo spagnolo guidato dal socialista Pedro Sanchez si è messo in moto già nell’autunno del 2025; e alcuni giorni fa il Consiglio di Stato di Madrid ha approvato l’idea dell’inserimento di questo fantomatico “nuovo diritto” all’interno dell’articolo 43 della Costituzione spagnola. In risposta a questo ventilato iter legislativo, la Commissione per la Famiglia e la Vita della Conferenza episcopale di Spagna ha pubblicato un testo chiarissimo in difesa dei nascituri, intitolato “La Vita, dono inviolabile” e datato 25 marzo. Il messaggio si pone come un’argomentata critica dei presupposti giuridici e scientifici del «diritto all’aborto», giudicato dai presuli come una «incoerenza morale» e perfino un «indebolimento della democrazia».
«Nella solennità dell’Incarnazione», ricordano i vescovi ad una nazione celebre per la sua fede cristiana, «celebriamo con gioia» il momento in cui il «Verbo si è fatto carne» nel grembo della Vergine Maria, rivelandoci dunque che «ogni vita umana», fin dal concepimento, è «un dono inviolabile» e una «buona notizia». Se è assodato che ogni «essere umano» è titolare di una «dignità infinita e inalienabile», la difesa della vita innocente «non è solo una questione di fede», ma un’esigenza della «retta ragione e della scienza». Scienza che oggi, ancora meglio di quando furono approvate le leggi abortiste, è in grado di dimostrare che «dal momento del concepimento» esiste un organismo umano «vivo e indipendente», con un proprio «patrimonio genetico» e uno sviluppo embrionale «autonomo, ordinato e coordinato».
Tutti i «manuali di embriologia», insistono i prelati iberici, affermano che «lo zigote» non è un mero «progetto di uomo», ma un «individuo reale della specie umana» che possiede un «io ontologico sin da subito». Questa è una «verità della scienza» attestata dal «genoma», dal «Dna» e dalla stessa «ecografia». In tal senso siamo davanti ad un vero e proprio capovolgimento storico. Sono infatti le forze politiche progressiste, che tradizionalmente dicono di appoggiarsi alla Scienza e al Progresso per combattere «l’oscurantismo» delle destre, che qui, per ragioni ideologiche e politiche, ne negano le acquisizioni più cogenti.
E visto che ogni politica riflette un’etica, per i vescovi l’aborto, comunque lo si chiami, è «oggettivamente immorale»: a prescindere quindi dalla sua «legalizzazione» o ipotetica «costituzionalizzazione». Il cosiddetto «diritto all’aborto» nega altresì «l’uguaglianza radicale dei diritti» che deve essere alla base «di ogni vero umanesimo» e di ogni compiuta democrazia. «L’aborto non può mai costituire un diritto», spiegano i presuli, poiché non esiste il diritto di «eliminare una vita umana». L’idea aberrante di Macron, ripresa ora dai socialisti di Sanchez, dimostra che «viviamo in una società» che soffre di un «paradosso biopolitico», il quale rischia di sabotare, oltre alla scienza e al diritto, la stessa «sanità». Infatti, nello stesso ospedale, in Spagna come da noi, è oggi possibile che «un gruppo di medici» sia impegnato «a salvare» un bambino di «cinque mesi e mezzo di gestazione», mentre un altro gruppo di medici «uccide deliberatamente» un bambino della stessa età «nella stanza accanto».
Il cosiddetto «anti-specismo» dei progressisti, culmine del loro ripudio dell’umanesimo classico, è arrivato al punto di punire «con una multa di 15.000 euro» e «fino a due anni di carcere» chi distrugge «un uovo di aquila». Ma poi concede il pieno diritto di «uccidere un figlio» se è affetto dalla «sindrome di Down» e ciò fino alla «fine della gravidanza». «L’aborto», concludono i vescovi spagnoli, «non è una conquista», ma un «fallimento personale e sociale». E invitano tutti gli spagnoli a «sognare» il giorno in cui «le generazioni future» guarderanno indietro e faranno fatica a credere che «milioni di vite» siano state «sacrificate in nome della libertà».

