Spagna, soldi pubblici all'organizzazione islamica in odore di jihadismo
Il governo socialista spagnolo ha destinato ingenti risorse pubbliche alla Commissione Islamica di Spagna, anche quando era indagata per sospetti contatti con organizzazioni jihadiste in Siria. Caso archiviato, ma sospetti che restano forti.
Negli ultimi anni il governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez ha destinato risorse pubbliche rilevanti alla Commissione Islamica di Spagna, l’organismo che rappresenta ufficialmente una parte significativa delle comunità musulmane presenti nel Paese. Secondo i dati disponibili sui finanziamenti statali, a partire dal 2021 l’ente ha beneficiato di sovvenzioni che nel complesso superano 1,7 milioni di euro. Un flusso di denaro che oggi alimenta polemiche politiche e interrogativi istituzionali, alla luce del profilo del suo presidente e di alcune inchieste giudiziarie che, pur archiviate, hanno lasciato una lunga scia di dubbi.
A guidare la Commissione Islamica è Mohamad Aidman Adlbi, figura centrale dell’associazionismo islamico spagnolo. Il suo nome è comparso in un’indagine dell’Audiencia Nacional su una presunta rete di trasferimenti di fondi verso la Siria, in un contesto in cui operavano Ong e strutture umanitarie accusate di avere legami con milizie jihadiste e ambienti riconducibili ad al-Qaeda. Il procedimento si è concluso formalmente con l’archiviazione per mancanza di prove sufficienti a sostenere un’accusa penale, ma le motivazioni del giudice descrivono uno scenario complesso, tutt’altro che lineare.
Le sovvenzioni alla Commissione Islamica sono state autorizzate dal Ministero dell’Interno e registrate nel sistema ufficiale di pubblicità degli aiuti pubblici. Si tratta, in larga parte, di contributi senza controprestazione diretta, giustificati come sostegno a progetti di integrazione, dialogo interreligioso e assistenza sociale. La tempistica, tuttavia, ha sollevato critiche: i finanziamenti sono proseguiti anche negli anni in cui le indagini giudiziarie erano ancora aperte, alimentando l’accusa, da parte dell’opposizione, di scarsa prudenza da parte dell’esecutivo.
Nel provvedimento di archiviazione, il giudice riconosce che esistono prove documentali dell’invio di denaro dalla Spagna verso organizzazioni attive in Siria, tra cui enti che operavano in aree controllate da gruppi armati islamisti. Analisi di conti bancari, messaggi intercettati e lettere di ringraziamento dimostrano che i trasferimenti sono avvenuti realmente. Tuttavia, secondo il tribunale, non è stato possibile dimostrare oltre ogni ragionevole dubbio che tali fondi fossero destinati consapevolmente al finanziamento di attività terroristiche, anche a causa della sovrapposizione, in quel contesto, tra iniziative umanitarie e strutture legate ai combattenti.
L’inchiesta trae origine da accertamenti avviati nel 2019 su alcuni membri dell’Unione delle Comunità Islamiche di Spagna, sospettati di aver promosso raccolte di denaro sotto forma di aiuti umanitari per la popolazione siriana. Le indagini hanno individuato come punto di riferimento comune la Moschea Centrale di Madrid, nota anche come Abu Bakr, e una rete di associazioni che nel tempo avevano stretto rapporti con Ong siriane. In seguito a perquisizioni e sequestri effettuati nel 2021, gli investigatori hanno ricostruito un sistema di donazioni che, almeno in parte, sarebbe arrivato a milizie jihadiste attive sul terreno.
Secondo quanto emerge dagli atti, alcuni degli indagati erano consapevoli che il denaro potesse finire nelle mani di gruppi armati, come dimostrerebbero messaggi di ringraziamento provenienti da esponenti di formazioni islamiste. Nonostante ciò, la magistratura ha ritenuto che mancasse la prova dell’intento specifico di finanziare il terrorismo, elemento necessario per sostenere l’accusa.
Il caso ha assunto una dimensione politica più ampia, inserendosi in un clima già teso sul tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del rapporto tra Stato e organizzazioni religiose. I partiti di opposizione hanno chiesto maggiore trasparenza sui criteri di assegnazione dei fondi pubblici e controlli più stringenti sulle entità beneficiarie, soprattutto quando operano in contesti internazionali ad alto rischio.
Sul piano internazionale, la vicenda si intreccia con il ruolo sempre più attivo assunto dalla Spagna nello scacchiere mediorientale e con le scelte di politica estera del governo Sánchez, che negli ultimi anni hanno suscitato forti reazioni sia interne sia esterne. In questo quadro, il finanziamento a un ente finito sotto la lente dell’antiterrorismo, seppur senza esiti penali, contribuisce ad alimentare un dibattito che va oltre la singola inchiesta.
Resta dunque aperta una questione di fondo: fino a che punto lo Stato può e deve sostenere economicamente organizzazioni religiose senza esporre le istituzioni a rischi reputazionali e di sicurezza? La risposta, almeno per ora, rimane sospesa tra archiviazioni giudiziarie, polemiche politiche e una crescente richiesta di chiarezza da parte dell’opinione pubblica.


