• GUERRA INFINITA

Siria, tracce di un accordo fra Erdogan, Assad e Putin

La tregua nel Nord della Siria per ora regge. La prontezza con cui le truppe regolari siriane e i russi sono subentrati agli americani in ritirata, impedisce ai turchi di occupare tutto il territorio che desideravano e mette in sicurezza 2 milioni e mezzo di civili curdi. Ma proprio quella prontezza è un indizio dell'esistenza di un piano concordato

Siria, scontri a Ras al Ayn in violazione della tregua

I curdi accusano Ankara di arruolare gli ex membri dell’Isis per violare la tregua nella fascia di confine e chiedono un “garante” che verifichi il rispetto del cessate il fuoco dopo l'intesa raggiunta il 17 ottobre tra il presidente turco Recep Tayyp Erdogan e il vice presidente statunitense Mike Pence per una sospensione delle ostilità di 5 giorni.

Il presidente turco Recep Tayyp Erdogan dal canto suo minaccia che "se non ci sarà" il ritiro delle milizie curde dalla fascia di una trentina di chilometri dal confine entro martedì sera, "continueremo" l'operazione militare "da dove ci siamo fermati" e "distruggeremo i terroristi". Eppure, nonostante i toni bellicosi sui due lati del fronte è molto probabile che la tregua si consolidi semplicemente perché conviene a tutti rispettare le condizioni dell’accordo Erdogan-Pence che ha coinvolto probabilmente anche i russi e il governo di Damasco e ha portato alla sostanziale fine dell’offensiva turca lungo il tratto di confine turco-siriano tra Tal Abyad e Ras al-Ayn interessato finora dall’attacco turco.

L’accordo prevede il ritiro delle Unità di difesa popolare curde (Ypg) milizie curde dal confine con la Turchia e dalla cosiddetta fascia di sicurezza profonda una trentina di chilometri in territorio siriano. Una volta concluso il ripiegamento dei combattenti curdi (cominciato subito dopo la firma dell’accordo), le truppe di Ankara torneranno entro i confini nazionali. Ankara ha fatto sapere di aver raggiunto il proprio obiettivo, ovvero la costituzione di una safe zone lungo il confine con la Siria. “Il nostro obiettivo è sempre stato quello di liberare dai terroristi un'area profonda 32 km a est dell'Eufrate e costituirvi una safe zone” ha detto Erdogan. L'accordo conta 13 punti e riguarda solo la striscia di territorio tra Tal Abyad e Ras al-Ayn, e 30-32 chilometri di profondità oltre il confine turco-siriano. Una zona quindi ben più ristretta rispetto ai 480 chilometri di frontiera curda che Ankara aveva annunciato di voler occupare.

Negli altri settori del fronte sono già state schierate truppe governative siriane e forze russe, che hanno rapidamente oltrepassato l’Eufrate dopo il ritiro delle forze statunitensi, la cui presenza impediva ormai da due anni ad Assad di riprendere il controllo delle regioni orientali della nazione. Circa il destino di Kobane e Manbij, come delle altre località escluse dalla fascia oggetto dell’accordo Erdogan-Pence dove sono già presenti le forze siriane, discuteranno il 22 ottobre a Sochi Erdogan e Vladimir Putin, ma Ankara ha già fatto sapere che “se la Russia e l'esercito siriano tolgono i miliziani curdi dell'Ypg dalla regione, non ci opporremo".

I militari di Bashar Assad e un pugno di militari russi costituiscono da un lato la garanzia per i turchi che non vi saranno miliziani dell’Ypg lungo il confine e per i curdi che Ankara non avrà ulteriori alibi per attaccarli, mentre grazie all’accordo raggiunto la popolazione curda potrà continuare a vivere nelle proprie case. Un sollievo per 2,5 milioni di persone che i turchi avrebbero costretto a sfollare. In attesa di maggiori definizioni circa l’intesa Erdogan-Pence appare già chiaro che la striscia di territorio di confine tra Tal Abyad e Ras al-Ayn non potrà venire presidiata dalle milizie curde ma anche lì saranno le truppe di Damasco e i loro alleati russi a garantire la sicurezza.

Nell’accordo è stato del resto evidenziato che “Stati Uniti e Turchia ribadiscono il rispettivo impegno per l'unità politica e l'integrità territoriale della Siria”, una sorta di clausola di garanzia per Damasco sicuramente pretesa da Mosca oltre che imposta dal diritto internazionale. E’ dal 15 ottobre che i militari russi pattugliano la “linea di contatto” tra le forze siriane e turche nel nord-est della Siria. L’avanzata delle truppe di Damasco si è sviluppata rapida a est dell’Eufrate in seguito al ritiro delle forze americane, britanniche e francesi. I militari e l’intelligence di Assad sono già sul terreno in tutto il nord est e hanno inoltre occupato le basi militari abbandonate dalle forze statunitensi nel nord-est, incluso l’aeroporto di Tabqa.

Assicurando che non permetterà "alcuno scontro tra Turchia e Siria”, Mosca ha garantito il 16 ottobre anche che Ankara è in contatto "in tempo reale" con Damasco, attraverso i rispettivi ministeri della Difesa, i servizi di intelligence e i ministeri degli Esteri. Sul fronte opposto, lo stesso giorno, il presidente turco aveva detto che "se i terroristi se ne vanno dalla zona di sicurezza" che la Turchia vuole creare ai suoi confini nel nord della Siria "l'operazione Fonte di pace finirà". Lo sviluppo della crisi sembra quindi seguire un copione logico e ben preciso, la cui rapida esecuzione lascia pensare che fosse stato messo a punto preventivamente da russi, turchi, statunitensi e siriani. Insieme alla non scontata prontezza operativa mostrata dalle truppe di Damasco nel lanciarsi sulla sponda orientale dell’Eufrate, la rapida messa a punto di una regia congiunta tra russi, siriani e turchi alimenta il dubbio che l’operazione turca “Fonte di pace” sia stata scatenata proprio con l’obiettivo di consentire a Trump di evacuare i suoi militari dalla Siria Orientale (come voleva fare da tempo) e porre le basi per una soluzione del conflitto gestita da Ankara e Damasco con la mediazione russa.

A ulteriore rafforzamento di questa ipotesi basti pensare che poche ore prima che Damasco annunciasse l’intervento delle sue truppe, Erdogan si era detto certo che i colloqui con Putin avrebbero permesso di trovare una soluzione alla crisi. Un copione messo a punto con cura che comporta la probabile fine della guerra siriana e una serie di vantaggi di rilievo per tutti i contendenti:

  • i turchi ottengono la messa in sicurezza del confine meridionale allontanando i “terroristi” curdi amici del Pkk
  • Trump riesce finalmente a ritirare i militari della Siria e a sganciare gli Usa dalla lunga guerra siriana
  • La Russia si conferma vera potenza di riferimento in Medio Oriente, stabilizzatrice, abile nel negoziare e pacificatrice. Un’immagine rafforzata dai recenti viaggi di Putin in Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti paesi chiave in un Medio Oriente che oggi guarda con più fiducia a Mosca che a Washington. 
  • i curdi riescono limitare i danni, perdono il controllo militare del confine turco ma salvano 2,5 milioni di loro concittadini dalla “pulizia etnica” dei turchi e dei miliziani jihadisti arabi che subirono invece l’anno scorso i curdi di Afrin.
  • Assad compie un ulteriore passo verso la riunificazione nazionale, riprende i territori dell’est ricchi di gas e petrolio ma soprattutto emerge come salvatore della patria e dei curdi

Patetico ancora una volta il ruolo della Ue e dei singoli paesi europei. L’Europa era così impegnata a esprimere condanne e valutare inutili e assurdi embarghi sulle forniture di armi ad Ankara (membro della Nato) che non si è accorta che, mentre pronunciava condanne, Erdogan e Pence avevano già trovato l’intesa e le truppe siriane e russe avevano già preso posizione sul confine impedendo di fatto ai turchi di avanzare. Ci siamo stracciati le versi per i poveri curdi ma nessuno in Europa si è mosso per inviare aiuti militari o ha proposto l’invio di truppe della Ue per fermare i soldati di Ankara, come hanno fatto invece Mosca e Damasco. Siamo così avulsi da quanto accade alle porte di casa nostra che nessuno dei protagonisti della ci ha coinvolto nei negoziati. Di fatto l’Europa si è auto-condannata all’irrilevanza. Basti pensare che persino Francia e Gran Bretagna, che pure schierano centinaia di militari in Siria al fianco degli statunitensi, hanno appreso all’ultimo momento che gli Usa stavano ritirando i soldati e che anche a loro conveniva farlo al più presto.