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INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Siamo tutti Miyazaki. L'ultima Chat Gpt replica il maestro giapponese

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L'ultima versione di Chat Gpt è in grado di realizzare disegni perfettamente conformi allo stile del maestro giapponese Hayao Miyazaki, co-fondatore dello studio Ghibli. Non è in gioco solo il diritto d'autore, ma il concetto stesso di arte.

Economia 02_04_2025
Hayao Miyazaki (La Presse)

Con il rilascio della nuova versione di Chat Gpt di OpenAI, l’azienda che si occupa di intelligenza artificiale e sta costruendo un impero attorno al suo prodotto di punta, il sistema di LLM ChatGPT, ampiamente usato dal medio consumatore con un minimo di competenza digitale, si è scatenato sui social uno tsunami di meme, cioè contenuti visuali rivisitati e condivisi dagli utenti.


Questi contenuti vedono la ripresa di immagini amate dalle community online rivisitate e riadattate secondo il forte stile autoriale del genio giapponese dell’animazione Hayao Miyazaki, co-fondatore del famoso Studio Ghibli e vincitore di due premi Oscar con La città incantata del 2003 e Il ragazzo e l'airone del 2024.

In funzione di questi adattamenti è stato coniato il nuovo termine “Ghiblification”. Questa asemantica ondata di plagio ha toccato pure piattaforme sicuramente non conosciute per la loro spinta memetica, come ad esempio LinkedIn, che si è popolato di immagini di manager e imprenditori in versione anime. Non solo, anche i fatti di cronaca hanno ricevuto il restyling nipponico: Trump, Zelensky e Putin si sono potuti osservare nelle vesti di politici da cartone animato.

A fronte dell’abuso di questo prompt, ovvero dell’“ordine” che è possibile dare all’AI per ottenere il risultato voluto, il CEO di OpenAi Sam Altman ha preferito limitare la destinazione di questa possibilità soltanto agli utenti a pagamento, onde non sovraccaricare i server dell’azienda. L’ultima versione di Chat Gpt, Gpt-4o, è sì estremamente performante, ma anche estremamente onerosa dal punto di vista energetico.

Lo Studio Ghibli, intanto, starebbe decidendo se adire alle vie legali per un impiego illecito delle proprie creatività. Il regista Hayao Miyazaki non si sarebbe espresso direttamente sul fatto, ma si è sempre dichiarato abbastanza inquietato dall’avanzata dell’intelligenza artificiale nell’ambito dell’animazione, prediligendo uno stile ancora analogico e basato sull’illustratore umano.

In ogni caso, si può affermare che gli scenari che aprono una riflessione sull’argomento sono due. Il primo, trattato da tutti, e a ragion veduta, parla di copyright e di tutela del lavoro creativo: per addestrarsi queste macchine si "cibano" di contenuti senza il minimo ritegno per il diritto d'autore. Tutto ciò, per chi vive di creatività, è tremendo.

Ma non solo per loro. Il secondo scenario - più interessante e ancora peggiore - è la fruizione di contenuti che hanno valore ed espansione in proporzione a quanto essi siano già conosciuti in partenza. La proliferazione di immagini ghiblificate altro non è che la stanca e pedissequa ripetizione di un canone che il mondo già conosce e già approva.

Ovviamente, ogni cosa diventi canone paga il pegno di essere progressivamente privato della luce della creatività. Ed è questo forse il tema più interessante: nonostante tutti i proclami che l’IA stia permettendo a chiunque di essere creativo, in realtà sta comprimendo la creatività stessa. L’IA ad oggi non crea, bensì riproduce, nel significato etimologico di iterare una produzione, che è l’estremo del consumismo.

Il fatto di cui stiamo scrivendo solleva il velo di una triste realtà che in pochi desiderano affrontare: con l’intelligenza artificiale l’arte passa dall’essere creazione all’essere riproduzione, passa dal creare al produrre, dall’essere all’avere. La mercificazione della creazione viaggia al ritmo dei tasti che scrivono prompt su ChatGPT.

D’altronde, se gli algoritmi di base ripetono e rielaborano ciò che trovano sulla rete, come possono creare qualcosa di veramente nuovo, anche qualora gli fosse richiesto da un prompt scritto da un essere umano? E da qui un’altra domanda: quando il creatore non replica, ma crea ex novo? Noi sappiamo che la creazione è atto divino, e che è tale solo quando accetta che la propria creazione possa prendere strade libere, che vanno oltre il suo creatore. Il Padre ha fatto così con l’uomo, fino alla morte del Figlio.

Forse è Dio l’unico vero creatore, e chiunque su questa terra proponga qualcosa di nuovo non fa altro che reinterpretare, riscrivere, appunto riprodurre, ciò che Dio ha fatto inizialmente. Tutto considerato, allora ciò che l’IA fa con il copyright è ciò che l’essere umano fa con Dio dalla notte dei tempi. Seguendo questa direttiva si stabilirebbe una equazione: “Dio crea l’uomo che riproduce” così come “l’uomo crea l’IA che riproduce”. Quello che spaventa, in questo binomio, è il primo termine: da quando l’uomo è diventato Dio?