• INUTILE SACRIFICIO

Si poteva sciare in sicurezza, la Svizzera lo dimostra

Quando sarà finita la pandemia, su quante politiche i responsabili si guarderanno indietro e ammetteranno l'errore? Un caso eclatante è il sacrificio della stagione sciistica, deciso all'ultimo minuto dal ministro Speranza. L’esperienza della Svizzera dimostra che si è trattato di un sacrificio inutile: impianti sempre aperti e nessun impatto sui contagi. 

Sciatori sul Corvatsch, Svizzera

Covid-19, quando sarà finita la pandemia e quando saranno passate anche le politiche di lockdown, su quante cose ci guarderemo indietro e diremo “abbiamo sbagliato”? Quanti, soprattutto, saranno disposti ad ammettere i loro errori? Un caso eclatante è il sacrificio della stagione sciistica che ha causato un danno colossale a tutte le comunità montane. L’esperienza della Svizzera dimostra che si è trattato di un sacrificio inutile: la Confederazione Elvetica ha tenuto gli impianti sempre aperti e non ha rilevato alcun impatto sui contagi.

Il ministro Speranza, in questi giorni, riceve la solidarietà di decine di artisti, politici, giornalisti e intellettuali di sinistra (come Gad Lerner, Francesco Guccini, Sabrina Ferilli, Corrado Augias, Andrea Scanzi, Marco Travaglio, Miguel Gotor…) perché la sua posizione nel governo Draghi è ormai traballante e riceve attacchi sempre più espliciti dall’opposizione. Nel suo libro quasi inedito Perché guariremo ha scritto «Ben presto, la “linea dura” dell’Italia non sarà più una scelta discutibile da valutare, ma un modello da seguire». A sostenere le scelte del ministro di LeU, si è sempre schierato Walter Ricciardi il quale, a sua volta, si è sempre trincerato dietro i pareri dell’intero Comitato Tecnico Scientifico. Per dire una sola cosa, ripetutamente: serve un lockdown più duro. Ora che i dati sull’epidemia diventano più completi si inizia a scoprire l’ovvio. Per esempio che i contagi all’aria aperta sono molto rari. Dunque i ristoratori avrebbero avuto l’unica difficoltà di tenere al caldo i loro clienti all’aperto, ma avrebbero potuto anche lavorare in tutti questi mesi. E le mascherine all’aperto, obbligatorie dall’estate scorsa, sono totalmente inutili. Con esse anche tutte le multe e i quotidiani episodi di ostracismo, anche molto gravi, ai danni dei violatori di questa norma.

Soprattutto, guardando col senno di poi ai mesi di inverno e inizio primavera, è ancor più doloroso il sacrificio imposto al turismo invernale. Quella del rinnovo del lockdown sulle Alpi è stata, in assoluto, una delle scelte più controverse del ministro Speranza, oltre che uno dei primissimi atti del governo Draghi. Si era stabilito, sin da dicembre, che la stagione avrebbe dovuto aprire il 15 febbraio, le località alpine avevano assunto i lavoratori stagionali, predisposto le riaperture in sicurezza, digitalizzato le vendite di biglietti e abbonamenti, acquistato i surplus di energia elettrica per far funzionare gli impianti, innevato artificialmente le piste dove ce n’era bisogno e battuti tutti i percorsi sciistici, con una spesa notevole… ma il 14 febbraio, meno di 12 ore prima della prevista riapertura, Speranza ha dato l’ordine di tenere tutto chiuso.

Eppure sarebbe bastato molto poco per capire che questo fosse un inutile sacrificio. Sarebbe bastato guardare alla vicina Svizzera, unico Paese alpino che non ha mai rinunciato alla sua fonte di turismo principale: quella dello sport invernale. La Confederazione Elvetica ha tenuto tutto aperto, pur con rigorose regole di distanziamento e sicurezza, dal primo giorno di neve. L’impatto sulla curva epidemica è nullo. Questo poteva essere già constatato da dicembre a marzo, osservando i dati giorno per giorno sulla diffusione del contagio. La curva ha raggiunto il suo picco in novembre, nel pieno della seconda ondata che ha riguardato tutta l’Europa, prima dell’inizio della stagione sciistica. Poi si nota un secondo picco minore a metà dicembre, proprio poco dopo l’apertura degli impianti. Però, nei giorni, settimane e mesi successivi, c’è un calo costante dei contagi, fino a toccare il minimo il 22 febbraio. Insomma, che si sciasse o meno, il virus, in Svizzera, ha fatto il suo corso.

La Confederazione Elvetica, in generale, non è uno dei Paesi più colpiti dal Covid. Se guardiamo al dato più significativo, quello delle vittime del coronavirus in rapporto alla popolazione, a livello mondiale la Svizzera si trova al 35mo posto. In tutto il continente europeo si colloca fra i quindici migliori. Hanno registrato meno vittime Lettonia, Austria, Olanda, Irlanda, Germania, Malta, Ucraina, Grecia, Estonia, Albania, Serbia, Danimarca, Finlandia e Norvegia. Tutti gli altri Paesi europei, Ue ed extra Ue, hanno subito più perdite. La Svizzera ha una popolazione paragonabile a quella della Lombardia e, nello stesso arco di tempo, ha registrato, in termini assoluti, 10.505 vittime del coronavirus contro le 32.146 della Lombardia (dati aggiornati al 17 aprile 2021).

Nonostante queste evidenze, Walter Ricciardi, per motivare la chiusura delle località sciistiche anche dopo il 15 febbraio, tirava in ballo proprio la Svizzera, come “origine” della variante inglese del virus. “Il Paese che ha fatto entrare la variante inglese in Europa è la Svizzera - dichiarava nella sua intervista a Che Tempo che Fa - La catena dei contagi è stata ricostruita: gli inglesi sono andati a sciare in Svizzera, dove hanno tenuto aperti gli impianti sciistici e una maestra è tornata a scuola e ha infettato tutti i suoi allievi. Da lì poi si è sparsa nel resto d’Europa”. Tesi alquanto strana: perché il contagio originato dalla Svizzera si è sparso ovunque meno che in Svizzera. A smentire la tesi di Ricciardi è stato l’Ufficio federale per la sanità pubblica elvetico: “Le stazioni sciistiche hanno adottato scrupolose misure di sicurezza per evitare lo scoppio di possibili focolai. Oltre a ciò non esiste alcuna evidenza scientifica che i focolai di variante inglese in Europa abbiano avuto origine dagli impianti di risalita elvetici”.

Tirando le somme, alla fine della stagione invernale, in tutti i Paesi alpini, nelle ultime due settimane in Svizzera (unico con gli impianti aperti) sono stati segnalati 274 nuovi contagi ogni 100mila abitanti. In Francia sono 737, in Austria 484, in Italia 447 e in Germania 264.