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Salvini rilancia il percorso solitario della Lega

Alle elezioni primarie della Lega Nord vince di nuovo il segretario Matteo Salvini. Mette in discussione il rapporto con Berlusconi per la sua ambizione di diventare il candidato premier di tutto il centro destra. Anche perché nei sondaggi, con lui, la Lega supera Forza Italia. Ma i governatori leghisti non ne possono fare a meno.

Matteo Salvini a Roma

Mentre Pd e Cinque Stelle litigano senza esclusione di colpi su rifiuti, legge elettorale e banche (tiene ancora banco il caso Boschi-De Bortoli), il centrodestra discute di identità e alleanze elettorali. Ieri le primarie della Lega hanno premiato nuovamente Matteo Salvini, rieletto segretario federale dopo 4 anni con l’82,7% dei consensi (la proclamazione ufficiale avverrà domenica prossima a Parma). Nel 2013, infatti, si tenne analoga consultazione e gli sfidanti erano Salvini, che prevalse nettamente, e Umberto Bossi.

Quest’ultimo ieri appoggiava l’avversario di Matteo Salvini, vale a dire l’assessore all’agricoltura della Regione Lombardia, Gianni Fava, sostenuto dal “senatur” e dal governatore della Lombardia, Roberto Maroni. L’esito della votazione era pressoché scontato. Si trattava solo di misurare l’entità della vittoria del segretario uscente. Alla vigilia Bossi aveva dichiarato che in caso di vittoria di Salvini la Lega sarebbe finita; a verdetto certo, ha aggiunto che non esclude di uscire dalla Lega e di andarsene con Bernardelli, ex leghista che ha fondato un movimento autonomista.

Ma sarebbe sbagliato liquidare il risultato della consultazione come un affare tutto interno alla Lega. Le ambizioni di Salvini sono note: punta a fare il candidato premier del centrodestra. Non a caso la sua linea è stata chiara fin dall’inizio: consolidare il disegno sovranista di una Lega che sta con gli imprenditori e i lavoratori del nord, "ma anche con i pescatori della Sicilia, gli agricoltori pugliesi, i terremotati dell’Abruzzo". Dunque un Carroccio che aspira a radicarsi in ogni parte d’Italia, prendendo voti ovunque e non lasciando, da Roma in giù, campo libero ai populisti e alle altre forze antisistema. Nei quattro anni di guida della Lega i risultati hanno chiaramente dato ragione a Salvini, che ha preso in mano un partito agonizzante e con il 3% dei consensi, e lo ha portato a superare nei sondaggi il 12%, contentendo a Forza Italia la golden share della coalizione. Per Salvini viene prima il partito, viene prima la supremazia sugli azzurri berlusconiani, poi si discute di alleanze. E quella con Berlusconi non è affatto scontata, come ama ripetere il segretario del Carroccio più che altro per alzare il prezzo con l’ex Cavaliere.

Fava, invece, si è presentato alle primarie con una visione di Lega molto differente: una Lega che ritorna alle origini, che si batte per l’indipendenza del nord e coltiva la questione “settentrionale” come suo principale cavallo di battaglia, consolidando l’alleanza con Berlusconi e con tutti i soggetti che antepongono le ragioni del territorio a quelle dell’appartenenza partitica, dunque anche gli alfaniani lombardi. Non è un caso che proprio due giorni fa, alla vigilia delle primarie leghiste, Berlusconi abbia lanciato Maroni verso la ricandidatura al Pirellone. L’attuale governatore lombardo è in testa in tutti i sondaggi e contro qualunque avversario della sinistra (la partita dentro il Pd sembra ristretta a due aspiranti candidati, l’attuale sindaco di Bergamo, Giorgio Gori e l’attuale Ministro delle politiche agricole, Maurizio Martina, fedelissimo di Renzi, che l’ha appena nominato vicesegretario unico del partito). Maroni ha un approccio più inclusivo e intende rilanciare il modello lombardo di centrodestra unito, proprio a partire dal prossimo referendum sull’indipendenza. Non a caso perfino Giorgio Gori, che potrebbe contendergli la guida del Pirellone alle prossime elezioni, e Giuseppe Sala, sindaco di Milano, hanno già dichiarato che voteranno “si” a quella consultazione popolare, a riprova di quanto gli elementi di appartenenza territoriale risultino prevalenti sulle tradizionali distinzioni destra-sinistra.

L’impressione, quindi, è che Salvini, pur avendo fatto crescere elettoralmente il suo partito di quasi 10 punti percentuali in 4 anni, ora si trovi in un vicolo cieco. I governatori Maroni e Zaia, entrambi in odore di riconferma, non possono fare a meno di allearsi con tutte le componenti del centrodestra, Alternativa popolare compresa. L’appena rieletto segretario federale del Carroccio esclude, invece, di impegnarsi nuovamente in un’alleanza con gli alfaniani, che definisce traditori e voltagabbana per essere andati a braccetto con Renzi e Gentiloni a livello nazionale, appoggiando i loro governi.

Dipenderà molto dal sistema elettorale e dalla data del voto. Se, come pare, non si arriverà ad approvare una legge condivisa, il governo sarà costretto a fare un governo per uniformare e omogeneizzare i sistemi elettorali di Camera e Senato in senso proporzionale. Tutti i partiti potranno correre da soli e, se resterà la soglia di sbarramento del 3%, anche i centristi da una parte e gli scissionisti Pd dall’altra dovrebbero farcela a tornare in Parlamento. Ma questo creerà un caos notevole in vista della formazione del futuro governo. Dunque col proporzionale Lega e Forza Italia in campagna elettorale possono andare in ordine sparso e differenziarsi su tutto. Berlusconi insiste sempre più sull’appartenenza al Partito popolare europeo, sulla riforma dell’Europa e dell’euro ma senza rotture traumatiche con Francia e Germania, mentre Salvini dice che i suoi primi nemici sono Renzi e la Merkel.

Poi, però, se ci dovesse essere la necessità di un’alleanza post-voto, diventerebbe difficile trovare un punto di sintesi tra posizioni così distanti. E qui si inserisce anche l’importanza della data del voto. Più difficile trovare un’intesa Lega-Forza Italia in caso di elezioni anticipate in autunno, visto il gelo degli ultimi mesi e le elezioni in Germania, sulle quali Lega e Forza Italia prenderanno posizioni opposte (gli azzurri faranno certamente il tifo per il quinto mandato della Merkel). Accordo più facile e quasi naturale, invece, se si dovesse votare a maggio 2018, in una sorta di “election day”, cioè di accorpamento del voto politico con il voto in alcune regioni italiane, tra cui la Lombardia. In tale ipotesi diventerebbe automatico per il centrodestra unirsi attorno ai governatori uscenti in Lombardia e Veneto e, di conseguenza, non escludere agli occhi degli elettori un’alleanza anche nazionale dopo il voto politico.

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