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Riecco le veglie anti-omofobia, arma contro il Catechismo

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In vista della Giornata internazionale contro l’omofobia tornano le relative “veglie di preghiera” promosse da gruppi Lgbt, il cui vero fine è sovvertire l’insegnamento della Chiesa su omosessualità e transessualità. Con la complicità di alcuni vescovi.

Ecclesia 08_05_2024
Immagine veglie contro l'omofobia, 2024, ritaglio

Siamo a maggio, mese della Madonna, mese in cui molti santi, nei secoli, hanno onorato la Madre celeste con particolari fioretti e pratiche di pietà. Ma nella nuova chiesa – con la “c” minuscola – maggio sta sempre più diventando il mese delle veglie contro la cosiddetta omofobia: o, meglio, contro l’“omotransbifobia”, come si chiama oggi per essere ancora più inclusivi. Veglie che si tengono dal 2007, in date vicine alla Giornata internazionale contro l’omofobia (17 maggio), spesso prolungandosi fino a giugno. Mese che per la Chiesa è dedicato al Sacro Cuore di Gesù, mentre per la neo chiesa, assorbita dal mondo, è quello del gay pride. Come dire: una “fede” rovesciata.

Nel momento in cui scriviamo il sito del Progetto Gionata, che mira a cambiare la dottrina sull’omosessualità, registra già ben 19 eventi in programma in varie città d’Italia (più uno online), organizzati da gruppi cattolici e/o cristiani di altre confessioni. L’elenco è in costante aggiornamento, ma intanto salta all’occhio il fatto che almeno sette diocesi italiane (Bari-Bitonto, Chiavari, Cosenza-Bisignano, Trieste, Civitavecchia-Tarquinia, Porto-Santa Rufina e, con il vicario episcopale don Gianni Grondona, Genova) sono coinvolte direttamente nell’organizzazione delle veglie, variamente denominate: si va dalla “Veglia di preghiera per il superamento dell’omotransbifobia” a quella “per la celebrazione delle diversità”. Il tema di quest’anno è: “Siate forti, non temete perché Dio cammina con te”, che si ispira a un versetto del Deuteronomio (31,6), chiaramente travisato in chiave omosessualista; l’inganno di fondo, infatti, è far credere che Dio cammini con il peccatore sempre e comunque, senza curarsi della sua conversione.

Ad avallare l’inganno, stavolta, ci si è messa anche l’Arcidiocesi di Bari-Bitonto, con un cambiamento di rotta (in negativo) rispetto al 2023, quando la Curia, sebbene in ritardo e in modo scialbo, aveva preso le distanze da una veglia contro l’omofobia tenutasi in una parrocchia sotto la propria giurisdizione. Adesso, invece, si è consumata – non sappiamo se per convinzione o se per cedimento alle pressioni della lobby gay – la capitolazione di monsignor Giuseppe Satriano: il sito della diocesi da lui retta, infatti, non solo pubblicizza la veglia contro l’omotransfobia che si terrà sabato 11 maggio nella chiesa barese di S. Francesco d’Assisi, ma informa che da alcuni giorni è stato attivato addirittura un «Coordinamento Diocesano per una Pastorale di Inclusione».

Il termine “inclusione” è diventato il passepartout per indicare non l’accoglienza del peccatore desideroso di convertirsi – cosa che la Chiesa ha sempre fatto – bensì l’accoglienza del suo peccato. Non a caso, nel comunicato sulla veglia non si esprime in alcun modo la volontà di aderire all’insegnamento costante della Chiesa sull’omosessualità, insegnamento fondato su Sacra Scrittura e Tradizione e ben riassunto nel Catechismo (nn. 2357-2359). Ma si parla di «argine al pregiudizio», facendo un appello finale «ad accogliere le ferite del Cristo e di ogni crocifisso della storia»: un parallelo grottesco, visto che le ferite di Cristo sono figlie del peccato, incluso quello a tinte arcobaleno che oggi non si vuole più riconoscere.

Anche quest’anno, in prima linea nell’organizzare una veglia contro l’omofobia, c’è l’Arcidiocesi di Cosenza (retta da mons. Giovanni Checchinato), che la terrà nell’omonimo capoluogo di provincia il 13 maggio, festa di Nostra Signora di Fatima, nella parrocchia del Sacro Cuore di Gesù e della Madonna di Loreto.

New entry, stando all’elenco di Progetto Gionata, è la Diocesi di Trieste, retta dal 2023 da mons. Enrico Trevisi, che attraverso il proprio Ufficio Ecumenismo e Dialogo Interreligioso organizza una veglia per il 17 maggio insieme a evangelici luterani, metodisti e valdesi.

C’è poi il caso di mons. Gianrico Ruzza, vescovo di due diocesi alle porte di Roma (Civitavecchia-Tarquinia e Porto-Santa Rufina), che il 16 maggio, nella chiesa di S. Marina a Santa Marinella, presiederà personalmente una “Veglia di preghiera per vivere l’accoglienza delle persone discriminate”, sempre secondo il tema liberamente ispirato al passo del Deuteronomio già visto sopra. È bene chiarire che se per “discriminazione” s’intende l’offesa o il torto gratuito verso una persona – qualunque persona – non si può cristianamente approvarla. Ma oggi, Anno Domini 2024, si peccherebbe quantomeno di ingenuità se non si riconoscesse che termini come “discriminazione”, “omofobia”, “inclusione” et similia sono parti di una neolingua ormai ben collaudata che è diretta a sovvertire la legge morale naturale, a danno dell’intera società e degli stessi presunti “discriminati”, il cui vero bene ha come presupposto proprio l’osservanza di quella stessa legge. La quale è fondamentale per proteggere beni come il matrimonio e la famiglia, che il demonio mira a distruggere, come la Madonna ha rivelato, tra l’altro, nella stessa Civitavecchia.

Altre veglie anti-omofobia sono già in programma a Milano, Ragusa, Catania, Brescia, Treviso, Modena (qui con un gruppo chiamato “Venite e vedrete”, «presente in diocesi», come scrive il sito di Progetto Gionata e che può contare anche su operatori pastorali e un paio di sacerdoti), Montesilvano, Palermo, Roma, Parma, Bologna, Napoli, organizzate da diversi gruppi che si identificano come “cristiani Lgbt”. Anche in mancanza di un’adesione diretta della Curia, è chiaro che laddove agiscono laici e pastori cattolici e si usano locali della Chiesa cattolica, il vescovo ha l’autorità e il dovere, a norma di diritto canonico, di intervenire per difendere le verità di fede e di morale.

Nello specifico del tema oggetto di questo articolo, fa delle raccomandazioni chiare la lettera pubblicata nel 1986 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede «sulla cura pastorale delle persone omosessuali». In quella lettera, firmata dall’allora prefetto Joseph Ratzinger, si chiede ai vescovi «di essere particolarmente vigilanti nei confronti di quei programmi che di fatto tentano di esercitare una pressione sulla Chiesa perché essa cambi la sua dottrina, anche se a parole talvolta si nega che sia così». Aggiunge il documento: «Per esempio, essi presentano talvolta l'insegnamento del Magistero, ma solo come una fonte facoltativa in ordine alla formazione della coscienza. La sua autorità peculiare non è riconosciuta. Alcuni gruppi usano perfino qualificare come “cattoliche” le loro organizzazioni o le persone a cui intendono rivolgersi, ma in realtà essi non difendono e non promuovono l’insegnamento del Magistero, anzi talvolta lo attaccano apertamente. Per quanto i loro membri rivendichino di voler conformare la loro vita all'insegnamento di Gesù, di fatto essi abbandonano l’insegnamento della sua Chiesa. Questo comportamento contraddittorio non può avere in nessun modo l’appoggio dei Vescovi».

Un richiamo attualissimo, da cui dipende la salvezza di tante anime.



LA QUESTIONE

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16_05_2023 Ermes Dovico

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