• IL FENOMENO

Revenge porn, la nuova piaga corre sui social

Una chat su Telegram, intitolata “Stupro tua sorella”, non è altro che uno degli esempi più stomachevoli di quella che sta diventando una piaga: il cosiddetto “revenge porn”, alla lettera “pornovendetta”. Consumata spesso contro le proprie ex. Un vero girone infernale, messo su da anonimi vigliacchi, che pubblicano perfino materiale pedopornografico.

Uno spirito di branco perverso e malato è quello che, ormai da tempo, si manifesta in veri e propri “stupri collettivi” virtuali che si consumano ogni giorno su un’inquietante chat di Telegram, dal nome eloquente “Stupro tua sorella”. E non parliamo di un manipolo di pervertiti ma di oltre 43.000 iscritti in due mesi e ben 30.000 messaggi al giorno, in una chat, peraltro, accessibile a tutti, contenente foto e video di atti sessuali pubblicati senza il consenso delle vittime, la maggior parte delle volte inconsapevoli di quello che accade alle loro spalle.

Infatti, “Stupro tua sorella” altro non rappresenta che uno degli esempi più stomachevoli di quella che sta diventando una vera e propria piaga: il cosiddetto “revenge porn”, alla lettera “pornovendetta”. Ovvero l’uso distorto e “malato” di immagini o video privati, a sfondo sessuale, che appunto per vendetta, spesso nei confronti dei propri ex, vengono diffusi sui social network o sul web, senza il consenso della vittima. Ma, in questo caso, è davvero difficile intravedere persino il fondo di una tale perversione: infatti, insieme a numeri di telefono e profili social - tutti dati ovviamente finalizzati a rovinare la vita delle ex partner, la cui intimità è già virtualmente sbranata dal branco attraverso la circolazione e lo scambio di foto - in questo girone infernale è possibile anche imbattersi nella pubblicazione di materiale pedopornografico.

Parliamo di video di minori (persino di otto-dodici anni) spesso oggetto di vergognose trattative private. Nell’indagine pubblicata da Wired.it, vengono riportati stralci di conversazioni presi proprio dalla chat, con relativi screenshot: “Chi ha dodicenni?”, esordisce “Ragazzo”, che come quasi tutti i membri del gruppo vigliaccamente è presente con un nickname, non collegato, peraltro, a un numero di telefono. “Magari” gli risponde “77gg77”, a cui segue “Booh” che, per tutta risposta, digita “cercami”. Un breve scambio di battute che tra le righe indica un accordo privato.

Non finisce qui. Il giorno dopo questo diabolico “traffico”, un altro pedofilo di turno, che si identifica come “Amon”, esordisce: “Mentre il 90% mette merda, io metto una bella tredicenne”, e allega l’immagine di un selfie allo specchio decisamente intimo. Gli fa poi da eco Armando che dichiara di voler “scambiare pedo”; un utente chiamato “46” gli risponde prontamente, pubblicando un video che sembra girato nei bagni di una scuola media. È evidente, dai nickname usati da questa gente perversa come paravento delle loro azioni indegne - violentando, al contrario, un’intimità e una privacy (quella delle loro vittime) che invece loro sono attenti a difendere gelosamente per sé stessi -, che l’anonimato possibile sui social (che potrebbe, se sfruttato per una giusta causa, essere l’ultimo baluardo contro il pensiero unico, permettendo agli utenti di esprimere liberamente il loro pensiero, anche se “politicamente scorretto”) in questo caso diventa lo scudo per celare e difendere lo sfogo dei peggiori istinti, con l’aggravante della vigliaccheria.

Ma tenetevi forte perché il peggio deve ancora arrivare. Infatti, a volte, a sbattere tra le fauci dei carnefici materiale pedopornografico sono proprio padri di famiglia che non esitano a vendersi l’innocenza dei propri figli, il cui candore è deliberatamente insudiciato grazie alla compravendita di certi scatti indefinibili. Sempre Wired segnala il caso di un padre di famiglia, Alfonso, che pubblica una foto di sua figlia ricevendo i complimenti del branco. “Grz”, risponde lui e si gongola tutto contento, dando, alla fine, appuntamento agli interessati sulla chat privata per ulteriori immagini. Ma non è finita qui, perché in questo abisso c’è anche un certo “Joe Goldberg”, che nascondendosi dietro lo pseudonimo del protagonista della serie You chiede, come se fosse la cosa più normale del mondo, ai suoi “compagni di merende”: “Come faccio a stuprare mia figlia senza farla piangere?”, precisando poi l’età dei suoi due bambini: 9 anni e 10 anni.

Non andiamo oltre perché gli esempi di perversione di cui questa chat è specchio sono davvero innumerevoli. Ma una cosa è certa: si fa fatica a chiamare tutto questo stupro “virtuale”, quantomeno per le conseguenze reali e concrete che queste folli “vendette” provocano sulle vittime inconsapevoli. C’è chi è arrivato persino a perdere il lavoro a causa di tutto ciò. Come è accaduto ad una professionista bresciana di 40 anni, sposata e con due figli. I suoi video, mandati chissà a chi, erano finiti sul gruppo Telegram incriminato, ovviamente a sua insaputa, sempre con la cura, da parte dei suoi carnefici, di inserire anche il suo nome, cognome e numero di telefono. Com’è prevedibile sono seguiti giorni di ossessive molestie telefoniche, da parte degli utenti della chat, sul suo posto di lavoro, al punto che la donna è stata licenziata da uno degli studi presso cui era impiegata.

Eppure, a luglio dell’anno scorso, in Italia è stata approvata una legge per contrastare la piaga del revenge porn. Teoricamente è prevista la reclusione fino a 6 anni e multe da 5.000 a 15.000 euro. Ma alla luce di quello che vi abbiamo raccontato, le vittime sono veramente tutelate? E cosa si fa a scopo preventivo? Perché anche se in teoria gli strumenti giuridici ci sono, nella pratica la vita di chi, nel frattempo, subisce tutto questo, dopo averlo vissuto sulla propria pelle, è in buona parte distrutta. Perché la dignità e il rispetto di sé non si acquisiscono da un giorno all’altro ma si strutturano, soprattutto agli occhi degli altri, nel tempo.

Per questo l’osceno spettacolo offerto da questa chat et similia non dovrebbe nemmeno essere pensabile, perché va ad inaugurare una modalità relazionale in cui l’altro rappresenta un pezzo di carne succulento da gettare, all’occorrenza, al branco famelico per soddisfare non solo i più biechi istinti sessuali ma un disumano desiderio di vendetta che rende sempre più simile gli uomini ai demoni.