• EXPO 2015

Quelle ricette terzomondiste che aumentano la fame

Si chiama Elisabeth Mpofu, arriva dallo Zimbabwe. Dice di essere una contadina: è lecito dubitarne visto il tempo che trascorre in giro per il mondo in veste di segretaria generale di La Via Campesina, un movimento di contadini. La le sue ricette per combattere la fame risultano alquanto discutibili.

Contadini africani

Si chiama Elisabeth Mpofu, arriva dallo Zimbabwe. Dice di essere una contadina che vive del lavoro dei campi. È lecito dubitarne visto il tempo che trascorre in giro per il mondo in veste di segretaria generale di La Via Campesina, un movimento di contadini che riunisce 160 organizzazioni non governative di 63 paesi. Basta digitare il suo nome su un motore di ricerca del web per rendersi conto di quanti siano gli impegni che la tengono lontana da casa. Il 20 gennaio scorso, ad esempio, ha tenuto un discorso a Berlino, durante una manifestazione di contadini intitolata “Siamo stufi!” e il 24 dello stesso mese era in Olanda, all’Aia, per una conferenza sulla sovranità alimentare. Nei giorni scorsi a Milano ha partecipato all’Expo dei popoli, un’iniziativa svoltasi dal 2 al 5 giugno a margine dell’Expo 2015, organizzata per ospitare e dar voce a realtà locali “impegnate a diverso titolo nella difesa e promozione della sovranità alimentare e del diritto a una alimentazione sana, giusta e sostenibile”.

Elisabeth Mpofu e la sua organizzazione sono portavoce dei piccoli contadini, ma non di tutti: solo di quelli che coltivano cibo «locale non industrializzato né standardizzato», adottando sistemi «agroecologici», perché, secondo La Via Campesina, gli altri, né più né meno che le multinazionali, sacrificano al profitto il rispetto della vita e dell’ambiente. Mpofu, intervistata dall’agenzia di stampa Misna, ha spiegato che i piccoli coltivatori hanno il diritto di decidere cosa e come produrre per due motivi: perché sono loro a produrre il 70% del cibo a livello globale e perché lo fanno secondo saperi tradizionali, «un tesoro di esperienze» che costituiscono l’unica vera soluzione al cambiamento climatico. Terra, acqua e sementi non devono essere proprietà di pochi, sostiene Elisabeth Mpofu: contro le multinazionali, contro la pericolosa industria agricola con i suoi sistemi nocivi, bisogna «difendere le sementi indigene, i saperi e le pratiche agricole, così come hanno sempre fatto i nostri antenati… In Africa, anche nel mio Paese, lo Zimbabwe, non dipendiamo da una sola coltura. Abbiamo piccoli appezzamenti, puntiamo su più varietà e abbiamo più raccolti. Non usiamo pesticidi e cerchiamo di garantirci una dieta bilanciata. Le multinazionali, anche puntando sugli organismi geneticamente modificati, propongono un’altra ricetta. Incompatibile con la nostra».

Di fronte a simili affermazioni, vien da dubitare non solo che la signora Elisabeth faccia di mestiere la contadina, ma che abbia mai vissuto in Africa e abbia abitato in Zimbabwe o anche solo ne conosca la storia recente. Che ancora ci sia qualcuno che, con esperienza diretta nel settore, nega i benefici dell’industrializzazione dell’agricoltura lascia sempre a dir poco perplessi. Come ha scritto su questo quotidiano il 16 maggio scorso padre Piero Gheddo, la diversa produttività – ad esempio, 80 quintali di riso per ettaro in Italia, cinque soltanto in Africa sub sahariana – fa la differenza tra ricchi e poveri. Ma se poi quel qualcuno è nato in Zimbabwe….15 anni fa il presidente di quel Paese, Robert Mugabe, ha applicato la formula richiesta per restituire sovranità alimentare alla popolazione: ha espropriato quasi tutte le fattorie che producevano per il mercato interno e internazionale, ne ha donate una parte ai politici del proprio partito, il resto lo ha diviso in piccoli appezzamenti, per trasformare i braccianti in proprietari, padroni «di decidere cosa e come produrre». 

Si è così dimostrato nel modo più tragico che saperi e pratiche tradizionali, oggi come in passato, consentono rese minime e irregolari, costantemente minacciate da agenti atmosferici e parassiti; e che l’organizzazione del lavoro agricolo tradizionale, con un prevalente carico di incombenze su bambini e donne, peggiora ulteriormente i risultati. In pochi mesi il settore agricolo è collassato, centinaia di migliaia di famiglie tornate a produzioni di sussistenza hanno incominciato a  sperimentare ristrettezze e disagi sempre maggiori, il prodotto interno lordo è crollato. Di lì a poco è stata la bancarotta: tre milioni circa di zimbabwani sono emigrati in cerca di scampo alla povertà, quattro milioni – un terzo della popolazione – ha dovuto dipendere dalla carità internazionale per sopravvivere. 

Gli zimbabwani e la maggior parte dei contadini africani non usano pesticidi perché non si possono permettere di acquistarli e così perdono una parte preziosa dei raccolti e, lungi dal pensare a una dieta bilanciata, che neanche sanno che cosa voglia dire, sperano di non patire la fame: cosa che spesso gli riesce solo grazie agli aiuti alimentari internazionali reperibili grazie alla produzione abbondante di cui è capace l’agricoltura industrializzata e a quella “ricetta” proposta dalle multinazionali che, sarà incompatibile con quella africana, come dice Mpofu, ma dà da mangiare a miliardi di persone, anche quelle che in Africa e altrove non producono abbastanza e che, lasciate a se stesse, morirebbero di fame. L’intervista si conclude con l’affermazione che non si sconfiggerà la fame a meno che i governi non cambino atteggiamento in modo radicale: smettendola con malgoverno, corruzione e prelievo dei redditi agricoli realizzato? Certo che no: per Elisabeth Mpofu e per la sua Via Campesina basta che incomincino ad ascoltare i contadini e la smettano di prendere lezioni dalle multinazionali straniere.