Quella campana di Sanremo deve interrogare tutti i credenti
Monsignor Giovanni D'Ercole reagisce al nostro editoriale sull'iniziativa sanremese della Campana per i bambini non nati e richiama a parlare in modo chiaro sulla difesa della vita. Ma avverte: non bisogna convincere ma amare.
Caro Direttore,
il suo editoriale pubblicato qualche giorno fa sulla Nuova Bussola Quotidiana mi ha spinto a intervenire anche se finora, considerando il clima infuocato di polemiche nella pubblica opinione e nei social, ho preferito il silenzio e la preghiera. Oggi, il tema dell’aborto e quello del suicidio assistito ed eutanasia, appaiono a prima vista tanto divisivi ma, in realtà, se si ascolta il cuore della gente c’è molto desiderio di capire perché sempre un aborto procurato o spontaneo come pure la decisione di togliersi la vita lasciano tristezza e senso di solitudine in chi si trova davanti a queste tragiche situazioni. Le persone si sentono sole e incapaci di fronte al tema della vita in pericolo.
Ora proprio nel tuo editoriale si toccano queste due grandi sfide per i credenti, anche per quelle persone che riteniamo e giudichiamo prevenute da posizioni ideologiche: l’aborto e il fine vita. Il vescovo di Ventimiglia-Sanremo, Mons. Antonio Suetta, un carissimo amico, ha installato alla fine dello scorso mese di dicembre, sulla torretta della Curia della Diocesi, una campana i cui rintocchi serali risuonano in memoria di tutti i bambini vittime di aborti procurati.
È un pastore che, come noi tutti dovremmo sapere, sa quale ferita resta nel cuore di chi ha voluto o si è vista costretta a far morire il bambino vivente nel suo grembo, una persona già soggetto di diritti come ognuno di noi, stando a quanto è stato di recente riconosciuto in una sentenza della cassazione.
Questa campana che Mons. Suetta ha posto nel cuore della sua diocesi e che, se non sbaglio esiste già in altre parti del mondo, finalmente anche in Italia ricorda a noi vescovi, ai sacerdoti, ai credenti e a tutte le persone di buona volontà che non possiamo continuare a tacere perché altrimenti diventiamo complici di questa ecatombe umana. Ce lo dice la situazione mondiale dove il crollo delle nascite, ampiamente favorito da campagne abortive e in Occidente anche eutanasiche, sta ponendo in crisi il futuro dell’umanità.
Vale la pena ricordare che l’aborto costituisce la prima causa di morte al mondo: nel 2024, infatti, i dati riportano un totale di circa 140 milioni di decessi nel mondo, dei quali circa 73 milioni – cioè oltre il 50% – ascrivibili ad aborti procurati. Questo significa che è appunto l’aborto, prima ancora delle già note cause di mortalità – malattie cardio-vascolari, infarti, tumori, incidenti d’auto, suicidi, etc. – a incidere nel fare della nostra amata Terra un cimitero anno dopo anno sempre più vasto.
Non potrebbe essere concausa di questo espandersi della pratica abortiva anche il fatto di non aver insistito con profetica parresia, per evitare di essere divisivi, sulla vera responsabilità morale e civile di chi uccide o favorisce in ogni modo possibile l’omicidio di un innocente indifeso nel grembo di una donna? Per i credenti e le persone di buona volontà questo è un terreno di profonda riflessione ed è un delitto gravemente immorale che contrasta la legge naturale (e quindi con la Legge eterna di Dio), checché ne dicano le legislazioni dei singoli Paesi nel mondo.
Di fronte al suicidio demografico che sta interessando il nostro pianeta – e, in modo particolare, l’Occidente, ovvero i Paesi apparentemente più ricchi e sviluppati, che un tempo erano ben radicati nella tradizione della fede e dei valori cristiani – chiunque dovrebbe essere interessato al problema dell’aborto – cristiano o non cristiano, credente o ateo – semplicemente perché la difesa tout-court della vita interpella ciascun individuo in quanto persona umana ed essere vivente, chiamato come tale a proteggere la sua e la vita di tutti, specialmente dei più fragili e deboli.
D’altra parte, quale futuro potrebbero avere un mondo e un’umanità impegnati a difendere l’aborto come diritto universale, quasi che fosse segno della libertà e del progresso, nonché bandiera iconica dei “nuovi” diritti civili dell’uomo? Ma proprio qui, se ci si ferma a pensare con realismo e buon senso sul futuro dell’umanità, si lega subito una valutazione sulla grande campagna di eutanasia e di suicidio assistito, che in Occidente si va espandendo anche se in Francia proprio in questi giorni c’è stato un segnale di stop che dovrebbe farci tutti riflettere. Dal divorzio come diritto civile si è passati all’aborto, dall’aborto all’eutanasia e al suicidio assistito e su questa strada si cammina verso la distruzione della famiglia che, come prevedeva san Giovanni Paolo, avrebbe portato al crollo della nostra civiltà. Proprio per questo dobbiamo trovare il coraggio di fermare l’avanzata della cultura dello scarto e della morte come anche ripeteva papa Francesco e con coraggio non si stanca di fare Leone XIV.
A questo riguardo, è un caso ma forse anche una coincidenza non voluta da uomini e invita a riflettere, che proprio a Sanremo, dove suona la campana per far memoria degli aborti, mons. Vincenzo Paglia ,già presidente della Pontificia Accademia della Vita, a margine di un convegno sulla terza età interrogato sull’iniziative del vescovo Antonio Suetta, ha commentato «Io vorrei che si suonassero le campane per i vecchi, affinché siano accompagnati con serenità e amore, cosicché nessuno sia lasciato solo. La campana della fraternità deve suonare forte». Molti hanno visto questa dichiarazione come una contrapposizione al vescovo Suetta, io invece la leggo come un invito a pensare seriamente anche a chi si vede in grande solitudine, dinanzi al dramma della sofferenza e della vecchiaia, costretto a scegliere di uccidersi o uccidere un parente o un amico perché la società è pronta a offrire la soluzione apparentemente più facile per chi si trova in situazioni terminali.
Ma è proprio questo lo scopo amorevole di chi propone eutanasia e suicidio assistito o non potrebbe anche essere un’inconscia o consapevole decisione di liberarsi di un peso umano sociale e sanitario? La coincidenza del tutto apparentemente occasionale delle dichiarazioni dell’amico vescovo Vincenzo Paglia si legano in perfetta armonia a quelle dell’amico mons. Suetta, e costituiscono un monito per tutti a non aver paura di dichiarare con forza che la verità della vita va difesa e promossa dal suo inizio sino alla sua fine naturale. È chiaro che professare questo apertamente potrebbe fa gridare con violenza chi invece difende e propone questo come diritti civili e lo fa per motivazioni idelogiche.
Anche a me una volta si è cercato di impedirmi, sbarrando la porta e gridando slogan pro-aborto, di entrare in una sala dove avrei dovuto parlare della difesa della vita. Guardando le donne che gridando cercavano d’impedirmi l’ingresso, ho pregato per loro e ho sentito di amarle. Alla fine con pazienza e stando in silenzio sono entrato. Ho capito però che non occorre dilungarsi in dibattiti spesso inconcludenti, ma bisogna riflettere sul perché persone che hanno avuto la fortuna di nascere amano la morte.
Mi è venuto in mente un episodio della vita di Madre Teresa di Calcutta che quando parlava di aborto usava termini mai “politically correct”, anzi con una chiarezza disarmante. Al termine di un incontro fu assalita da un gruppo di donne urlanti. Osservai gli occhi di quella donna dal volto pieno di righe ma sereno, occhi che conoscevano la sofferenza e l’abbandono. Guardava quel gruppetto contestatore in silenzio con quei suoi stessi occhi pieni di pace e mentre qualcuno tentava di proteggerla da un possibile assalto, lei si fece avanti dando la mano senza paura. Disarmò la violenza con l’amore.
E da allora ho capito che non bisogna convincere ma amare perché solo un cuore che si sente amato impara ad amare e può percepire le ragioni di coloro che sembrano nemici della vita: ci sono sofferenze e ferite che esplodono in violenza e ci provocano a saper comprendere e amare. Ma amare non è mai tradire la verità.
* Vescovo emerito di Ascoli Piceno


