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Quel "Signor G" amava l'uomo

A dieci anni dalla scomparsa, la passione di Giorgio Gaber per la verità resta attualissima. È stato un genio poetico che ha illuminato aspetti dell'esistenza e donato una più matura coscienza delle esigenze del cuore, come disse di lui don Giussani.

Giorgio Gaber

Scrivo mentre come sottofondo scorrono parole e musica di uno degli esempi più belli di quel “Teatro Canzone” di cui Giorgio Gaber è stato maestro. C’ero anch’io lì, nel 1995, ad ascoltare e a vivere le emozioni di “E pensare che c’era il pensiero”.

Sono trascorsi dieci anni dalla sua morte, avvenuta il primo gennaio del 2003, ma il “Signor G”, come in tanti chiamavano Giorgio Gaber, è ancora qui in mezzo a noi, su quelle tavole di palcoscenico, che egli scelse invece della televisione e del denaro, con la sua genialità, la sua narrazione libera e senza condizionamenti delle cose del mondo e della vita, la sua passione per le verità e per la “sua” verità “sbattuta in faccia” a tutti: sulla politica, sul costume, sull’amore, sull’amicizia, sulla povertà e sulla ricchezza, sull’uguaglianza e sulle diseguaglianze sociali, sul mercato e sulla massificazione delle coscienze, assuefatte al consumo e alla dipendenza della produzione, sulle idiozie dell’essere umano, su quei movimenti degli anni ’70 che confusero persone e identità in un esercizio sterile e conformista - come lo vedeva Gaber, che per questo fu duramente attaccato durante i suoi spettacoli - di violenza di massa. Come solo un altro grande poeta del Novecento italiano comprese e seppe interpretare, Pier Paolo Pasolini.

Gaber, insieme al suo co-autore Sandro Luporini, è riuscito ad indicare sempre un compito difficile da attuare, in ogni tempo e ad ogni latitudine: il tentativo di mantenere un equilibrio, per dare un senso alle azioni quotidiane, in una modernità che non gli piaceva. Proviamo a rileggere questo testo: “In uno dei miei rari momenti di lucidità, mi sono guardato allo specchio e mi sono accorto che il mio pensiero aveva bisogno di un lifting. Al momento ho attribuito questa mia defaiance a un mio precoce rincretinimento senile. Poi mi sono guardato intorno e… non è che mi sia sentito intelligente, però mi sono consolato. Ecco, ho capito che un uomo oggi meno esprime il suo pensiero meglio è. Tutt'al più può esprimere un parere. Ma i pareri, si sa, son come i coglioni: ognuno c'ha i suoi. E così, a poco a poco, in me è maturata l'idea che il mondo occidentale europeo, antica culla della civiltà, avrebbe proprio bisogno di un nuovo pensatore, fresco e pieno di vigore. No, per carità, non intendo candidarmi. Non sono né fresco né pieno di vigore e soprattutto non sono un pensatore. Ho soltanto la sensazione che in questi nostri tempi pensare voglia dire vivere in un cimitero. Eh, sì, bisognerebbe ridar vita alla filosofia, che è morta, poverina. Certo, una nuova filosofia che sappia illuminare la mente e riscaldare il cuore dell'uomo del Duemila. Solo che filosofare oggi, così ridotti come siamo, è come in una gelida giornata d'inverno farsi addosso una pisciatina per sentire un pò di teporino…”.

Il titolo è “Questi nostri tempi”. Il cinismo di Gaber, in questo e in altri suoi testi, non è mai fine a se stesso. Lascia sempre la porta aperta alla speranza. È un cinismo delicato, affettuoso e amorevole per le sorti dell’umanità e della singola esistenza che si barcamena nella sua fragilità. Sull’amore, in “Quando sarò capace d’amare”, Gaber scrive: “Quando sarò capace d’amare, vorrò una donna che ci sia davvero, che non affolli la mia esistenza, ma mi stia lontana neanche col pensiero. Vorrò una donna che se io accarezzo una poltrona, un libro o una rosa, lei avrebbe voglia di essere solo quella cosa”. Non è maschilismo. È descrizione dell’amore reciproco, del sentirsi uniti, dell’appartenersi.

Nella “Canzone dell’appartenenza”, Gaber canta: “L’appartenenza non è lo sforzo di un civile stare insieme, non è il conforto di un normale voler bene. L’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. “Che suggestione – scriveva Don Luigi Giussani – in queste parole di Gaber! In un popolo sempre il genio illumina aspetti dell’esistenza, assicurando a tutti e a ciascuno una più matura coscienza delle evidenze e delle esigenze elementari del cuore. L’appartenenza è un’evidenza naturale: se l’uomo non appartenesse a niente, sarebbe niente. Essa implica naturalmente il fatto che un io, che non c’era, adesso c’è. L’uomo non c’era, dunque è stato fatto da un Altro, così come il cosmo. Per questo l’appartenenza a Dio – il Mistero che fa tutte le cose – è la cosa più evidente che un uomo cosciente deve ammettere, pena il negare se stesso. Ma come si può ‘avere gli altri dentro di sé – pare un miraggio -? Il finale della canzone accenna l’alba di una risposta: ‘Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi’. Duemila anni fa è risuonato l’annuncio che Dio è diventato uno di noi – l’ebreo Gesù di Nazareth – per farci vivere bene. E' l’amicizia con Lui a rendere l’uomo capace di realizzarsi nel profondo di una comunione, ciò che compie il desiderio che la genialità poetica di Gaber ha fissato in poche, umanissime parole: ‘Sarei certo di cambiare la mia vita, se potessi cominciare a dire noi’”.

Fu lo stesso Gaber a raccontare nel 1985, al Meeting dell’Amicizia di Rimini, il suo rapporto con Dio: “Nelle mie canzoni ho parlato di Dio – affermò Gaber - ho tentato di fare il discorso di un rigore che è insito in ogni uomo ed è una voglia di conoscere, di capire perché nel desiderio di muoversi, del conoscere c’è la voglia di vivere". Gaber tornò al Meeting nel 1991 e tra le altre cose commentò la sua canzone “Se io fossi Dio": "Recentemente ho riscritto una canzone, Io se fossi Dio – disse Gaber - in cui trova espressione una rabbia contro ciò che non va, anche se la rabbia risulta impotente. Soprattutto ho la sensazione molto forte che quello che vediamo accadere nel mondo ci lascia scioccati, ma privi di giudizio perché tutto è troppo lontano. Noi assistiamo a qualcosa di cui ci riferiscono i mass media, riceviamo notizie che passano sopra le nostre teste mentre aumenta la percezione che dietro al mondo politico esistano forze occulte, che condizionano il vivere sociale". “Io se fossi Dio”, si conclude così: “Direi che ci son tutte le premesse / Per anticipare il giorno dell'Apocalisse. / Con una deliziosa indifferenza / E la mia solita distanza / Vorrei vedere il mondo e tutta la sua gente / Sprofondare lentamente nel niente. / Forse io come Dio, come Creatore / Queste cose non le dovrei nemmeno dire / Io come Padreterno non mi dovrei occupare / Né di violenza né di orrori né di guerra / Né di tutta l'idiozia di questa Terra / E cose simili. / Peccato che anche Dio / Ha il proprio inferno / Che è questo amore eterno / Per gli uomini”.

Ciao, “Signor G”. Ti vogliamo bene.