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tempi moderni

Pazza voglia di cronaca nera, analgesico televisivo perfetto

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Impazza la cronaca nera in tv, analgesico di massa di compensazione emotiva che convoglia l’angoscia collettiva verso il recinto rassicurante del singolo delitto, del «mostro» di turno da processare in salotto.

Editoriali 07_09_2026

Nella drammaturgia classica, la tragedia rispondeva a un preciso bisogno spirituale e pedagogico: la catarsi. L’evento nefasto non veniva mai mostrato nella sua crudezza materiale; il cadavere restava fuori dalla scena. C’era in questo un rispetto etico per l’abisso del male, ma soprattutto la consapevolezza che la spettacolarizzazione del dolore impedisce la rielaborazione interiore e scade nella mera pornografia emotiva.

La civiltà dello schermo ha ribaltato questo principio. L’evento televisivo dell’ultima estate consiste nella migrazione del giornalista Milo Infante verso la tv commerciale, per affidargli la conduzione di un programma di cronaca nera visto il successo riscosso sulla RAI col programma precedente. L’angoscia fa share, la morbosa dissezione del delitto fidelizza il pubblico, il plastico della scena del crimine garantisce l’ascolto; l’aula giudiziaria viene sostituita dal salotto e gli avvocati - che un tempo si incrociavano per la prima volta davanti al giudice - assumono il ruolo di officianti di un rito profano, a beneficio degli inserzionisti. Tra un dettaglio macabro e l’altro, scivolano i blocchi pubblicitari: il dolore altrui viene monetizzato e trasformato in merce di consumo quotidiano.

Come già osservava Paolo Morando nel suo libro Dancing days, questo meccanismo non è nuovo. Nel biennio 1978-1979, di fronte al trauma del sequestro Moro e all’instabilità economica, l’apparato mediatico rispose inondando il pubblico di melodrammi, perversioni private e cronaca scandalistica. Non si trattò di un caso, ma di una dinamica di compensazione psichica: quando una società entra in crisi e non sa più gestire l’angoscia strutturale, la narrazione di massa aziona la leva della regressione emotiva.

Oggi assistiamo alla medesima forma di «distrazione di massa», un vero e proprio dispositivo di rimozione collettiva. Focalizzare l’attenzione della popolazione sulle dinamiche patologiche di pochi individui serve a contenere l’ansia per un crollo ben più vasto e sistemico, impedendo l’insorgere di una reale presa di coscienza. Solleviamo lo sguardo dallo schermo televisivo e guardiamoci intorno.

Stiamo assistendo apatici alla pauperizzazione della vita quotidiana: il carburante oltre i due euro al litro non è un mero dato statistico, ma il sintomo del soffocamento economico dell’individuo. La capacità di spesa delle famiglie viene azzerata, la domanda interna pure e il tessuto produttivo si spegne nell’indifferenza, sostituito da una condizione di permanente insicurezza materiale. Nessuna possibilità, per i giovani, di raggiungere quel «benessere» (casa di proprietà, vacanze…) che nel millennio scorso sembrava ormai un diritto acquisito da tutti gli italiani. Il futuro dell’Italia torna sul mare: per lavorare come camerieri e bagnini per il divertimento dei turisti, come nei paesi del Terzo Mondo.

Abbiamo ormai accettato il debito come strumento di sottomissione geopolitica: i crediti del PNRR, presentati tempo fa con toni salvifici, hanno ormai rivelato la loro natura di ipoteca economica, che graverà sulle generazioni future. Parallelamente, le risorse collettive vengono drenate verso scenari di guerra lontani (denaro a fondo perduto, a cui si aggiungeranno i costi della ricostruzione) mentre, oltreoceano, la dottrina dell’America First riafferma il proprio cinico pragmatismo, sacrificando gli «alleati» europei.

Desta qualche reazione soltanto l’involuzione demografica e antropologica: i nodi dell’estinzione biologica del continente e della gestione subita dei flussi migratori suscitano qualche polemica, purtroppo sterile e marginale. Polemica che, comunque, nasconde il progressivo sfilacciamento dell’identità culturale e il vuoto valoriale di una società che ha smesso di generare futuro.

Tacciamo, per non avvilirci eccessivamente, sulla folle corsa agli armamenti e sulla voglia di guerra, che ricordano i mesi precedenti la Grande Guerra. Con la differenza che una nuova, simile guerra durerà soltanto mezz’ora.

Insomma: la cronaca nera funziona splendidamente come una perversa forma di analgesia. Incapace di offrire senso di fronte ai grandi mutamenti d’epoca, la macchina informativa addomestica la paura. Convoglia l’angoscia collettiva verso il recinto rassicurante del singolo delitto, del «mostro» di turno da processare in salotto, precisamente per scongiurare una paura ben più devastante: la paura esistenziale per il crollo del nostro mondo. Indignarsi per un dettaglio giudiziario è una valvola di sfogo innocua; permette di vivisezionare il male a portata di telecomando, evitando di dover misurare la propria impotenza di fronte al declino economico, politico e antropologico della nostra civiltà.

L’abisso della cronaca nera viene illuminato a giorno ogni sera. Il conduttore di turno cambia rete, il programma cambia nome, ma lo schema, lo stesso già descritto da Morando per il biennio 1978-1979, non cambia. Forse, per evitare che le persone si accorgano dell’ombra, ben più profonda e pervasiva, in cui sono già immerse.