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Papa Francesco "riconosce" il governo di Kiev

Il premier del governo provvisorio ucraino, Arseny Yatsenyuk, ha incontrato Papa Francesco e gli ha regalato una foto della rivolta del Maidan. Un gesto politico? Mosca continua a non riconoscere la legittimità del governo Yatsenyuk.

Arseny Yatsenyuk e Papa Francesco

Il premier del governo provvisorio Arseny Yatsenyuk non sarà presente, oggi, in Vaticano, alla canonizzazione di Papa Giovanni XXIII e di Papa Giovanni Paolo II. È tornato anticipatamente a Kiev, perché la situazione in Ucraina è sempre più grave, sempre più vicina alla guerra civile, oltre al rischio di un intervento militare russo al fianco delle milizie separatiste della regione di Donetsk. A guidare la delegazione in Vaticano sarà il Ministro degli Affari esteri, Andrii Deshchytsia, accompagnato dal sindaco de Lviv, Andriy Sandovyi.

Comunque, l’incontro fra Yatsenyuk e Papa Francesco c’è stato: un colloquio privato di 18 minuti. «Ho chiesto al Papa di pregare per l'Ucraina e il popolo ucraino e per la pace e la stabilità in Europa e nel mondo», ha dichiarato alla stampa il premier di Kiev. «Tutte le Parti interessate collaborino costruttivamente per il ripristino della stabilità politica e sociale del Paese, nell’ambito del diritto internazionale, e promuovano l’intesa tra i popoli della Regione», gli avrebbe risposto Papa Francesco. Durante il colloquio, il Pontefice ha regalato al premier ucraino una penna: «Spero che con questa penna lei scriva la pace» ha detto Bergolio. «Lo spero anche io» ha risposto il premier. Yatsenyuk, da parte sua, ha donato al Papa una foto della piazza di Maidan (simbolo della protesta che ha portato alla deposizione del presidente Yanukovich) piena di gente nella notte di Capodanno. «Qui – ha commentato – è dove gli ucraini hanno lottato per la libertà e i diritti, milioni di persone».

Si è trattato, appunto, di un colloquio privato. Sarebbe azzardato parlare di una vera e propria alleanza fra il Vaticano e l’Ucraina. Ma in una fase così delicata, ogni piccola azione è significativa. Diventa un atto di diplomazia. Mosca, infatti, non ha mai riconosciuto il governo Yatsenyuk. Il Cremlino continua a considerare il deposto Yanukovich (in esilio in Russia) come l’unico legittimo presidente dell’Ucraina. E il commento di Sergej Lavrov, ministro degli Esteri russo, alla vigilia della visita di Yatsenyuk a Roma, è caratterizzato da toni sprezzanti. «Doveva visitare l’Ucraina orientale, invece del Vaticano – ha detto laconicamente - La settimana scorsa, quando il primo ministro ucraino ha visitato l'Est del Paese oggetto delle proteste, ha incontrato solo dirigenti che egli stesso ha designato ma non ha mai incontrato i manifestanti».

Fra l’altro, anche il presidente polacco Bronislaw Komorowski ha incontrato Papa Francesco, in un colloquio più lungo (25 minuti) in cui si è parlato della Giornata Mondiale della Gioventù (la prossima si terrà a Cracovia), di Papa Wojtyla, ma anche della situazione in Ucraina. E la Polonia, fra le nazioni dell’Ue, è quella che maggiormente sostiene la causa della rivolta del Maidan e del governo che ne è scaturito.

La “pace” che Yatsenyuk dovrebbe firmare è sempre più a rischio, nel frattempo. Il governo di Kiev denuncia la violazione dello spazio aereo ucraino da parte di aerei russi. E le manovre dell’esercito di Mosca, che coinvolgono decine di migliaia di uomini, proseguono ai confini dell’Ucraina, anche a pochi chilometri della linea di frontiera. Due giorni fa, un elicottero ucraino è stato abbattuto sui cieli di Kramatorsk, nella regione di Donetsk. I colpi sono stati sparati da milizie separatiste locali. Prima di partire per Roma, Yatsenyuk aveva comunque puntato il dito su Mosca, che le appoggia apertamente, sostenendo che il Cremlino “vuole una terza guerra mondiale”.

Oltre alla tensione locale, la crisi si è anche inaspettatamente internazionalizzata. Dopo aver sequestrato (e liberato il giorno dopo) un giornalista americano, le milizie dell’Est ucraino hanno rapito, a Sloviansk, anche un gruppo di osservatori dell’Osce, costituito da tedeschi, danesi, polacchi, svedesi e cechi, tutti accusati di “spionaggio”. Vista la gravità del gesto, Mosca si è subito affrettata ad assicurare di “fare tutto il possibile” per il loro rilascio. E anche il sindaco (autoproclamato) di Sloviansk si è detto disponibile a rilasciare gli osservatori … ma solo in cambio del rilascio di prigionieri nelle mani della polizia ucraina.

Che gli osservatori internazionali siano accusati di “spionaggio” stupisce fino a un certo punto. Anche in questi giorni, sia Lavrov che lo stesso presidente Vladimir Putin tornano ad accusare gli Usa e l’Ue di aver architettato la rivolta del Maidan. Non vedono in Yatsenyuk altro che una “pedina” occidentale. Ecco perché, anche un semplice colloquio privato, la presenza in Vaticano, oggi, di una delegazione governativa ucraina (mentre per la Russia sarà presente l’ambasciatore), il dono di una foto del Maidan al Papa, contraccambiato con una penna “con cui firmare la pace”, acquisiscono, volutamente o meno, una dimensione politica.