• PRIGIONIERI DELLA JIHAD

Padre Maccalli libero, il Mali sempre più oppresso

A oltre due anni dal sequestro padre Pier Luigi Maccalli è stato liberato ed insieme a lui altri tre prigionieri  di jihadisti legati ad al Qaeda. Nulla si sa sul riscatto, è certo invece lo scambio di prigionieri. Intanto un nuovo governo di transizione ha preso la guida del Mali: la situazione è al limite, in balia di cellule terroristiche e di attentati degli jihadisti che nemmeno l'Onu ha saputo contrastare. Anzi. E con il Covid-19...

A oltre due anni dal sequestro avvenuto in Niger la sera del 17 settembre 2018, padre Pier Luigi Maccalli è stato liberato in Mali l’8 ottobre, insieme a un altro italiano, Nicola Chiacchio, alla operatrice umanitaria francese Sophie Pétronin, rapita in Mali nel 2016, e al leader maliano dell’opposizione Soumaila Cissé, sequestrato anch’egli in Mali il 25 marzo scorso.

Tutti e quattro erano prigionieri del gruppo jihadista legato ad al Qaeda Jama’at Nusrat al-Islam wa-l-Muslimin (Jnim), ma sono stati rapiti da altri gruppi armati per poi passare, come capita in Africa, di mano in mano: nel caso di padre Maccalli molto probabilmente ad agire è stata una banda di Fulani, etnia di pastori di fede islamica tra i quali da anni il jihad recluta nuove leve. Da Sophie Pétronin si è saputo che nelle mani del Jnim c’era anche una donna di nazionalità svizzera, uccisa dai jihadisti un mese prima. Le autorità elvetiche hanno rivelato che si tratta di una missionaria evangelica, Beatrice Stockly. La donna era stata rapita una prima volta nel 2012 e liberata a condizione che non tornasse in Mali. Invece aveva ripreso la sua attività missionaria nel paese ed è stata di nuovo sequestrata nel 2016.

Per la liberazione di padre Maccalli e dei suoi compagni di prigionia si è parlato del pagamento di un riscatto, ma non ci sono al momento conferme. Invece è certo che c’è stato un scambio di prigionieri. Tra il 3 e il 4 ottobre 206 jihadisti rinchiusi nelle carceri maliane sono stati liberati e portati  in aereo a Tessalit, città della regione di Kidal, nell’estremo nord est del Mali. Il Jnim ne ha dato conferma il 6 ottobre.

La decisione di accettare lo scambio è stata presa dalla giunta militare che il 18 agosto ha deposto con un colpo di stato il presidente Ibrahim Boubacar Keita, approfittando delle violente proteste popolari in corso da mesi per i livelli insostenibili di corruzione e inefficienza del governo. Due giorni dopo, il 5 ottobre, ha assunto la guida del Mali un governo di transizione che comprende militari e civili e che dovrebbe portare al voto il paese entro 18 mesi. Alcuni osservatori considerano la liberazione dei prigionieri una importante vittoria della nuova leadership. Ma dal punto di vista dei jihadisti può apparire invece come una prova di debolezza, se non una resa.

Si capirà presto se il nuovo governo è in grado ed è disposto ad affrontare i problemi del Mali che hanno origine, come quasi sempre in Africa, dal tribalismo prima di tutto e dalla corruzione endemica che esso alimenta. Dall’indipendenza le leadership africane hanno scelto quasi sempre, invece di contrastare il tribalismo, di approfittarne per assicurarsi la supremazia e conservarla. Nel caso del Mali la frattura principale è da sempre tra i Bambara e le altre etnie del sud, che controllano gran parte dell’apparato statale, e i Tuareg dell’Azawad, il nord, discriminati e marginalizzati, per questo sempre più determinati a chiedere la secessione e a ottenerla se necessario combattendo. La mancanza di controllo sulle regioni del nord da parte del governo inoltre ha fatto sì che delle cellule terroristiche vi si insediassero, acquisissero influenza e potere, conquistassero consensi tra la popolazione.

La situazione è precipitata nel 2012 quando il Movimento nazionale per la liberazione dell’Azawad, Mnla, espressione dell’etnia tuareg, ha scatenato una offensiva che in poche settimane gli ha assicurato il controllo di buona parte del nord. Esasperati per essere mandati allo sbaraglio, per dover combattere male equipaggiati contro milizie molto ben armate grazie all’afflusso di enormi quantitativi di armi dalla Libia dopo la morte di Muhammad Gheddafi, i militari a marzo hanno rovesciato il governo del presidente Amadou Toumani Touré. Immediatamente l’Mnla proclamava l’indipendenza dell’Azawad, ma quasi subito i gruppi jihadisti prendevano il sopravvento e si spartivano le tre principali città del nord, Timbuctu, Kidal e Gao, per rivendicare non la secessione, ma l’adozione della shari’a, la legge coranica, come legge nazionale.   

Gli interventi militari della Francia, con l’operazione Serval, dell’Onu, con la missione Minusma, e dell’Ecowas (Comunità economica degli stati dell’Africa occidentale), con una forza regionale, hanno consentito di liberare i grandi centri urbani. Nel 2013 il paese è andato al voto e ha eletto presidente Ibrahim Boubacar Keita. Ma i gruppi jihadisti non sono stati sconfitti e anzi la loro minaccia è cresciuta in Mali e nei paesi vicini, in particolare il Niger e il Burkina Faso, dove ampie aree di territorio sono da tempo ingovernabili.

È in questo contesto che padre Maccalli e i confratelli della Società delle Missioni Africane operano in Niger a Bomoanga, vicino al confine con il Burkina Faso.

All’inizio del 2020 l’inviato dell’Onu per l’Africa occidentale e il Sahel, Mohammed Ibn Chambas, parlando al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha spiegato che nella regione si stavano moltiplicando gli attentati jihadisti contro obiettivi civili e militari: “negli ultimi mesi – aveva detto – si è diffusa nel Sahel una violenza senza precedenti che ha scosso la fiducia delle popolazioni della regione”. Le vittime di attacchi jihadisti da 770 nel 2016 sono salite a 4.000 nel 2019: “la situazione è drammatica soprattutto in Burkina Faso dove i morti sono passati da 80 nel 2016 a circa 1.800 nel 2019. Il focus geografico degli attacchi terroristici si è spostato verso Est, dal Mali al Burkina Faso e al Niger, e minaccia sempre più gli Stati costieri dell’Africa occidentale” ha precisato, sollecitando azioni concrete.

Poi il COVID-19 ha dirottato attenzione e risorse. In Africa le attività hanno rallentato e in certi settori sono state sospese. Jihadisti, trafficanti, contrabbandieri, bracconieri agiscono ancora più incontrastati.