Obiettivi confusi e pace lontana nella nuova guerra USA-Iran
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Teheran vuole veder rispettato il suo status di potenza regionale mentre le ultime dichiarazioni di Trump non lasciano ben sperare e il nucleare iraniano sembra solo un pretesto. Uno sviluppo prolungato del conflitto favorirà l’export petrolifero statunitense ma sarebbe un incubo per i Paesi del Golfo e per le economie asiatiche ed europee.
- I sauditi vogliono il nucleare, Trump può darglielo di Stefano Magni
La nuova guerra tra USA e Iran ha raggiunto ieri il 13° giorno, uno in più rispetto alla guerra del giugno 2025 tra Israele e Iran ma ancora lontana dalla “Guerra dei 40 giorni” che nella primavera scorsa ha visto contrapporsi l’asse Stati Uniti-Israele all’Iran. Come nei mesi scorsi, restano confusi gli obiettivi di Washington mentre appare evidente la volontà iraniana di veder rispettato il suo status di potenza regionale emerso senza dubbio dai successi militari conseguiti contro i suoi avversari.
Due dichiarazioni rilasciate da Donald Trump nelle ultime ore non aiutano a guardare con ottimismo agli sviluppi del conflitto. Il 22 luglio durante un comizio in Georgia ha affermato che «non abbiamo bisogno di stretti. Non ci serve lo Stretto di Hormuz, siamo lì perché dobbiamo farlo. Non possiamo lasciare che l'Iran abbia un'arma nucleare». Quindi gli USA avrebbero scatenato la guerra nel Golfo solo per impedire che Teheran sviluppi l'arma atomica?
Eppure nella primavera scorsa Trump e Benjamin Netanyahu definirono tra gli obiettivi anche la caduta della Repubblica Islamica Iraniana e la fine del programma missilistico di Teheran. Obiettivi entrambi falliti e tenuti fuori non a caso dall’accordo di pace che invece prevedeva la rinuncia iraniana al nucleare militare. Accordo che ora l’Iran, dopo le pesanti incursioni americane, ha stracciato dichiarandolo nullo. L’impressione quindi che il programma nucleare sia solo un pretesto per mettere a ferro e fuoco il Golfo bloccandone o ostacolandone l’export energetico esce ulteriormente rafforzata anche alla luce di alcune considerazioni.
È innegabile che Teheran disponga di 410 chili di uranio troppo arricchito per uso civile ma troppo poco per produrre armi atomiche, ma finora sia Teheran che l’ONU e persino l’intelligence americana hanno negato vi siano indizi che l’Iran stia dotandosi di armi nucleari. Lo stesso Trump ha inoltre affermato in almeno tre occasioni negli ultimi 14 mesi di aver distrutto con i bombardamenti il programma atomico di Teheran.
Infine l’accordo per decine di miliardi di dollari reso noto ieri tra USA e Arabia Saudita per la consegna a Riad di un programma nucleare ad uso civile riapre la questione dei differenti pesi e misure adottati dagli USA e dai loro alleati.
Anche Riad potrà arricchire il suo uranio e i sauditi sono già potenzialmente dotati di armi atomiche, quelle pachistane realizzate con i petrodollari sauditi e che secondo molte indiscrezioni, in base all’alleanza tra Riad e Islamabad, verrebbero montate in caso di necessità sui missili balistici cinesi a medio raggio che i sauditi hanno acquisito in decine di esemplari.
Un anno di guerra nel Golfo e la devastazione delle basi americane nelle monarchie arabe avrà come conseguenza probabile la corsa all’atomo (ufficialmente a uso civile) in tutta la regione.
Anche perché Trump ha dimostrato di non poter proteggere i suoi alleati né i suoi soldati in Medio Oriente dai missili e dai droni iraniani.
A questo proposito si inserisce la seconda dichiarazione rilevante di Trump rilasciata ieri ad Axios: il presidente americano sta valutando «un attacco massiccio» contro l'Iran, un attacco «più vasto di qualsiasi altro», aggiungendo: «Sono vicino a una decisione». In riferimento a Israele: «Se glielo chiedessi si unirebbe in due minuti» all'eventuale attacco. Ma «non abbiamo bisogno di nessuno» per lanciare una nuova operazione, ha aggiunto. Il presidente USA ha ribadito che l'Iran «vuole negoziare», ma al momento non è pronto a fare un accordo. «Non hanno ancora sofferto abbastanza», ha commentato.
Una ulteriore recrudescenza della guerra potrebbe in realtà far tramontare ogni ipotesi di accordo, specie dopo i gravi danni subiti dalle basi americane nel Golfo con la distruzione di postazioni antimissile Thaad in Giordania e Patriot in Kuwait e con i lanci precisi di missili balistici iraniani contro una decina di basi segrete della CIA in diversi Paesi arabi della regione. Raid di precisione che mettono in forte imbarazzo Washington dove qualcuno ipotizza l’aiuto dei satelliti dell’intelligence e dei sistemi guida per droni di Mosca a supporto dei pasdaran. Indiscrezioni diffuse da fonti sentite da Reuters ma che «non meritano commenti» secondo il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov.
Gli analisti americani ritengono che per colpire gli uffici della Cia in Arabia Saudita siano stati usati due droni del tipo iraniano Shahed ma nella versione potenziata in Russia, con un sistema di navigazione satellitare il Kometa-M molto più preciso e difficile da disturbare rispetto a quello prodotto da Teheran. Non sarebbe certo una novità dal momento che il Kometa-M è stato impiegato già nei mesi scorsi dai droni Shahed iraniani lanciati contro le basi statunitensi in Medio Oriente. Neppure un eventuale aiuto russo (o cinese) all’Iran dovrebbe stupire: in fondo USA ed europei aiutano da anni con informazioni e supporto satellitare gli ucraini a colpire in profondità la Russia anche con l’impiego armi occidentali.
Lo scenario di una guerra perpetua o prolungata nel Golfo favorirà l’incremento dell’export petrolifero statunitense ma rappresenta un incubo per i Paesi del Golfo e per le economie mondiali e in particolare quelle asiatiche ed europee.
Ieri una nota congiunta dei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) e della Giordania invitava il Consiglio di Sicurezza dell'ONU ad «adottare urgentemente una risoluzione che chieda l'immediata cessazione degli attacchi iraniani e riconosca il diritto delle nazioni colpite a difendersi». I Paesi arabi firmatari hanno inoltre sottolineato il loro «fermo impegno a favore della libertà e della sicurezza della navigazione nello Stretto di Hormuz e nello Stretto di Bab el-Mandeb, nonché per il mantenimento della sicurezza e della stabilità regionale». «Esprimiamo la nostra totale solidarietà – recita la nota congiunta – al Regno dell'Arabia Saudita ed il nostro pieno sostegno a tutte le misure legittime che sta adottando per tutelare la propria sovranità, sicurezza, stabilità e integrità territoriale».
Il documento evidenza i rischi di allargamento con l’apertura di un ennesimo fronte dopo bombardamenti degli aerei sauditi sulla capitale yemenita Sanaa e la risposta delle milizie Houthi che hanno colpito con missili e droni il territorio del regno e due petroliere saudite nel Mar Rosso. L'annuncio dei ribelli yemeniti Houthi di un embargo navale contro l'Arabia Saudita potrebbe quindi eliminare una rotta vitale per le esportazioni di greggio, saldando i due “fronti degli Stretti”: Hormuz e Bab el Mandeb.
«Il blocco in simultanea degli stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb –sottolinea una fonte diplomatica – può mettere in ostaggio il commercio globale e spingere il mondo verso una crisi energetica ancora più profonda». «L'impatto sarà massiccio nel primo mese e ricadrà per la maggior parte sui flussi sauditi», avverte Matt Smith, analista di Kpler. La minaccia rischia di congelare un ulteriore 7% della produzione mondiale e costringe le petroliere a circumnavigare l'Africa. Tradotto, fino al 30% del greggio in meno sui mercati. I numeri elaborati da Kpler delineano una paralisi logistica senza precedenti, un imbuto capace di strozzare i rifornimenti verso Occidente e Asia.
Ieri la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato una risoluzione per limitare i poteri del presidente Donald Trump sulla guerra contro l’Iran in assenza di un’approvazione del Congresso. Quattro repubblicani hanno votato insieme ai democratici a favore della misura, presentata dalla deputata democratica Pramila Jayapal. La risoluzione, anche se venisse approvata dal Senato, non obbligherebbe l’amministrazione a porre fine alla guerra poiché le risoluzioni congiunte, che non vengono sottoposte al presidente per la firma o il veto, non hanno forza di legge.
Si tratterebbe comunque di una forma di grave sfiducia nei confronti di Trump. Sfiducia che serpeggia anche in Europa dove ci si limita a chiedere la “de-escalation” del conflitto mentre l’Iran minaccia di colpire come bersagli legittimi le basi europee utilizzate dai velivoli statunitensi.
Sempre ieri i Guardiani della rivoluzione islamica hanno affermato che «qualsiasi base utilizzata per attaccare il territorio iraniano è un nostro obiettivo legittimo», dopo aver sostenuto che gli Stati Uniti hanno iniziato a «usare i bombardieri B-1 decollati dalla base britannica di Fairford, nel Regno Unito». Del resto la strategia iraniana sembra improntata proprio a logorare, a colpi di missili, droni e crisi energetica, i rapporti tra gli USA e i loro alleati arabi ed europei.
«Volevano punire l'Iran ma hanno finito per punire sé stessi con il petrolio a tre cifre. Strategia da 10 e lode», ha scritto ieri su X il presidente del Parlamento iraniano, Mohammad Bagher Ghalibaf, dopo che il petrolio è tornato a toccare i 100 dollari al barile per la prima volta da maggio. Il post dal tono ironico è stato accompagnato anche dal meme di un ciclista che rappresenta l'economia statunitense mentre si mette da solo un bastone tra le ruote, finendo per cadere a terra.

