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Nuovo allarme clima. Ma la temperatura non aumenta

L'Ipcc (l'organizzazione internazionale per il controllo climatico) segnala il più alto livello di sempre di emissioni di gas serra. E per questo prevede un aumento delle temperature con conseguenze catastrofiche. Ma la realtà non si vuol piegare a questo modello climatologico: la temperatura non aumenta.

Una delle tante allegorie del riscaldamento globale

La notizia non lascia scampo. L’Ipcc (International Panel for Climate Change) nel suo ultimo rapporto 2014, ci dà solo due alternative: o si abbandonano del tutto i carburanti fossili (a partire dal petrolio) entro il 2100, oppure subiremo conseguenze devastanti.

L’Ipcc infatti, calcola che il livello di emissioni di gas serra sia il massimo raggiunto negli ultimi 800mila (non 800, né 8000, ma 800mila) anni. L’indicazione per i politici è abbastanza evidente: si deve fissare un obiettivo intermedio di riduzione delle emissioni di Co2 del 50% entro il 2050 e completare il lavoro entro il 2100. Gli Stati Uniti hanno attualmente un obiettivo del 30% entro il 2030, l’Europa del 20% entro il 2020. Queste politiche saranno discusse l’anno prossimo a Parigi. Occasione in cui, per la prima volta, anche la Cina ha preso un impegno (per ora informale) a rivedere le sue politiche industriali.

Se le classi politiche statunitense ed europee non mostrano dubbio alcuno su questi suggerimenti, l’aspetto scientifico del rapporto 2014 dell’Ipcc non risolve i dubbi del passato. Sarà vero che il clima si sta riscaldando fino al punto di provocare conseguenze catastrofiche per l’umanità, di qui al 2100? Sarà vero che il riscaldamento globale possa (e debba) essere contenuto entro i 2 gradi con una riduzione delle emissioni di gas serra prodotti dall’uomo e dalle sue attività? Infine: è veramente l’uomo che sta provocando la sua stessa distruzione?

Quanto alla prima domanda, gli scenari che i media ci mostrano in questi giorni sono degni dei peggiori film catastrofici. Si prevede un tale innalzamento del livello del mare da cancellare intere isole, una desertificazione dell’Africa che ridurrebbe del 50% la coltivabilità del suo territorio (e spingerebbe centinaia di milioni di uomini famelici verso l’Europa), un impazzimento generale del clima, con mega-tempeste, tsunami e cataclismi vari, peggiori di quelli che vediamo negli ultimi anni. Tra l’altro, la maggior parte delle critiche pubblicate in questi due giorni contro il rapporto Ipcc 2014, come quelle comparse sul Washington Post, contestano un eccesso di ottimismo. Dunque lo scenario potrebbe essere ancora peggiore e quelle dell’Ipcc sono considerate “stime conservative”.

Eppure i dati che abbiamo, mostrano un aumento della temperatura di 0,4 gradi C dal 1975 al 1998, poi più nulla dal 1998 ad oggi. Simili aumenti della temperatura (0,4 gradi C) si sono registrati dal 1860 al 1880, dal 1910 al 1940, eppure non hanno causato allarmi analoghi a quello lanciato oggi dall’Onu e dai Paesi firmatari del Protocollo di Kyoto (sulla riduzione delle emissioni). Aumenti di temperatura, anche più consistenti, sono avvenuti in epoca medioevale, quando la Groenlandia era verde e coltivabile (e non coperta di ghiacci, come oggi), ma l’umanità non è finita. Anzi: ha prosperato.

Se l’emissione di gas serra è, oggi come oggi, ai massimi livelli di sempre, non si capisce perché la temperatura media abbia smesso di aumentare dal 1998 e che, questa tendenza alla stabilità stia durando da 16 anni. L’ultima ipotesi scientifica attribuisce la causa al raffreddamento degli oceani. Dunque questo rallentamento del “global warming” sarebbe temporaneo e incidentale. Ma proprio all’inizio di ottobre, un team della Nasa, con una serie di rilievi satellitari e misure con scandaglio, ha registrato un aumento delle temperature nelle profondità degli oceani. E questa tendenza sarebbe in atto già dal 2005. Dunque, se questi dati vogliono dire qualcosa: per almeno 9 anni il clima non si sta riscaldando come previsto e non è a causa degli oceani troppo freddi. Eppure le emissioni di Co2 aumentano e hanno raggiunto il loro picco, dall’origine dell’umanità ad oggi. Curioso.

C’è, probabilmente, anche un problema di divulgazione. Ogni volta che esce una sintesi (destinata a politici e giornalisti) del rapporto dell’Ipcc sembra che il mondo sia sull’orlo dell’autodistruzione. Quando poi il rapporto viene recensito da riviste scientifiche, allora le conclusioni diventano meno catastrofiche. Fatto sta che si sente sempre più odore di ideologia. Perché è sempre piacevole, per molti progressisti, affermare che l’industrializzazione e il progresso fanno male e dobbiamo sbarazzarcene sotto la guida di nuovi re-filosofi illuminati.