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MAGNIFICA HUMANITAS

Non c'è progresso senza cura della dignità umana. Ecco l'enciclica

Nella sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, dedicata all'intelligenza artificiale e alle nuove tecnologie, papa Leone XIV affronta le «cose nuove» del nostro tempo mettendo in guardia dalla "sindrome di Babele", a cui contrappone la ricostruzione di Gerusalemme, «una città impostata sul bene comune» edificata «sulla roccia della relazione con Dio».

Ecclesia 25_05_2026

La dignità umana è il criterio per orientare al bene comune il progresso tecnico. L'asse portante di «Magnifica Humanitas» si può riassumere così. L'enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale si articola in cinque capitoli, con un'introduzione e una conclusione. Come abbiamo anticipato ieri, il Papa utilizza in apertura due immagini bibliche per il discernimento e sono quelle della costruzione della torre di Babele e della ricostruzione delle mura di Gerusalemme. «Babele - scrive Leone XIV - rivela così il limite di ogni costruzione che, pur grandiosa, sorge dall’assolutizzazione dell’umano e dalla sua pretesa di autosufficienza, sacrifica la dignità delle persone all’efficienza e ambisce a raggiungere il cielo senza la benedizione di Dio». Il Papa ammonisce su quella che chiama «sindrome di Babele» ed invita ad allontanare «la pretesa di un linguaggio unico – anche digitale – capace di tradurre tutto, persino il mistero della persona, in dati e prestazioni». 

«Questo è il rischio della disumanizzazione – costruire il futuro escludendo Dio e riducendo l’altro a mezzo –, una tentazione antica e sempre nuova, che oggi assume anche un volto tecnico», scrive Prevost. All'opposto c'è invece l'immagine della ricostruzione di Gerusalemme che richiama alla necessità di «costruire una città impostata sul bene comune esige, dunque, in primo luogo, di edificare sulla roccia della relazione con Dio». La «Magnifica Humanitas» si concentra sulla dottrina sociale e sullo sviluppo del magistero da Leone XIII ad oggi. Un percorso storico che fa capire quanto «la dottrina sociale della Chiesa non sia il frutto di un progetto elaborato a tavolino, ma il risultato di una trama paziente, nella quale ogni Pontefice – insieme al Concilio Vaticano II – ha offerto un contributo originale alla luce delle “cose nuove” del proprio tempo».

Leone XIV investe proprio i fondamenti e principi di essa come criteri decisivi per orientare il discernimento nella stagione dell'AI. Il testo ripropone la visione cristiana per cui la dignità «non si acquisisce e non si merita, né ha bisogno di essere dimostrata» ma è ontologica, grazie alla partecipazione all'immagine del Creatore. Tra i fondamenti della dottrina sociale c'è l'inviolabilità dei diritti umani e il primo di questi è «il diritto alla vita, dal concepimento alla sua conclusione naturale, senza il quale è impossibile esercitare qualsiasi altro diritto». «Quando questo diritto fondamentale viene negato, come accade nell’aborto provocato, nell’uccisione di innocenti e nell’eutanasia, ci si trova davanti a scelte che la Chiesa giudica gravemente illecite», scrive il Papa. I «due rischi particolarmente gravi» che Prevost vede per i diritti umani nel nostro tempo sono quelli di una loro «dichiarazione puramente formale» e «quello di non poter più riconoscere il fondamento della loro universalità, perché si è rinunciato alla "ricerca dei fondamenti più solidi che stanno alla base delle nostre scelte e delle nostre leggi"».

Significativo il passaggio in cui il Papa scrive che «i movimenti sociali, le grandi proclamazioni politiche a favore del popolo e le ideologie comunitarie non servono a nulla se non finiscono per orientarsi alla promozione delle persone – uomini e donne – con i loro diritti inalienabili». Parlando del principio della destinazione universale dei beni, il Papa annovera  tra i beni che sono universalmente destinati a tutti anche «le nuove forme di proprietà: brevetti, algoritmi, piattaforme digitali, infrastrutture tecnologiche, dati». Per questo l'enciclica chiede che queste conoscenze tecnologiche non siano concentrate nelle mani di pochi al fine di non creare «un nuovo squilibrio che contraddice la destinazione universale dei beni e alimenta il divario tra inclusi ed esclusi, tra chi può partecipare alla rivoluzione digitale e chi ne rimane ai margini».

Per Prevost la dottrina sociale non è rivolta solo alla società ed «è anche un esame di coscienza per la Chiesa». A questo scopo, il Papa invoca una verifica e scrive che «l’ascolto delle vittime di abusi spirituali, economici, istituzionali, sessuali, di potere, di coscienza è parte integrante di un cammino di giustizia, che comprende il riconoscimento del danno, la giusta riparazione e la prevenzione».

Il terzo capitolo è dedicato al rapporto tra potere, tecnica ed essere umano. Leone scrive che intelligenza artificiale, robotica e tutte le altre nuove tecnologie possono diventare «un grande aiuto per lo sviluppo umano integrale e per la cura della Casa comune» ma specifica che «proprio per il loro potere, possono agire come un acceleratore del paradigma tecnocratico e perciò hanno bisogno di un nuovo quadro spirituale, etico e politico». Il Papa avverte che «più potente non significa necessariamente migliore» ricordando che deve essere «l’intelligenza umana, con la sua coscienza e la sua libertà, a guidare le innovazioni tecniche e a stabilirne con responsabilità l’uso e i limiti».

C'è l'invito a non equiparare l'intelligenza umana con quelle artificiali che «non hanno neppure una coscienza morale: non giudicano il bene e il male, non colgono il senso ultimo delle situazioni, non assumono su di sé il peso delle conseguenze». «Possono imitare linguaggi, comportamenti, valutazioni, possono simulare empatia o comprensione, ma non capiscono ciò che producono, perché non abitano l’orizzonte affettivo, relazionale e spirituale in cui l’umano diventa sapiente», sentenzia il Papa. Il testo si preoccupa di «responsabilità, trasparenza e governo dell'IA» sostenendo che il suo uno non è un fatto puramente tecnico perché «quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà».

Per il Papa non possiamo considerare l'IA «moralmente neutra» e dunque «chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana». Leone se la prende con «alcune correnti che interpretano il progresso come superamento dell’umano e che possiamo raccogliere sotto il nome di transumanesimo e postumanesimo» ritenendole «lo sfondo ideologico che abita alcuni centri di potere tecnologico e colonizzano l’immaginario collettivo in forma semplificata, specie nei media e nelle reti sociali».

Il Papa scrive che transumanesimo e postumanesimo, nelle loro numerose varianti, sono accomunate dalla «centralità della tecnica» e «dal sogno di oltrepassare i limiti della condizione umana». Una visione non compatibile con la dottrina della Chiesa perché «se l’essere umano è trattato come materiale da perfezionare o da oltrepassare, allora diventa più facile accettare che alcuni vengano considerati meno utili, meno desiderabili, meno degni». Si tratta di correnti promotrici di un immaginario che «svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica».
A tutto ciò la «Magnifica Humanitas» oppone «il limite, il cuore, la grandezza dell’essere umano» ricordando che «l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite». Il Papa scrive che l'uomo proprio perché «sperimenta il limite – la vulnerabilità, il dolore, il fallimento –  può riconoscere la propria e l’altrui dignità come inviolabile».

L'enciclica passa poi ad analizzare l'impatto delle trasformazioni digitali sulla custodia dell’umano in tre ambiti: verità, lavoro e libertà. Il documento lamenta il fatto che «coloro che dispongono di potenti risorse tecniche ed economiche – e, con esse, anche di molte risorse umane per intervenire – hanno un’importante capacità di indurre cambiamenti culturali e, in ultima analisi, di convincere un numero significativo di persone su quale sia la verità sull’essere umano, sul mondo, sul senso dell’esistenza, sulla famiglia, persino su Dio».
Inoltre, vi si sostiene che «il disinteresse per la verità porta lentamente ma inesorabilmente a scivolare verso il totalitarismo».

A proposito del lavoro, contestando chi porta avanti l'idea di una dignità sociale legata all'efficienza, il Papa scrive che «i lavoratori sono spesso costretti ad adattarsi alla velocità delle macchine, piuttosto che siano queste ultime a essere progettate per aiutare chi lavora». Sulla questione occupazionale, il testo parla anche della famiglia definita «un bene sociale primario» e «fondata sull’unione stabile tra un uomo e una donna» e chiede allo Stato «una creatività politica a favore del lavoro che metta al centro la famiglia e le nuove generazioni, se non vogliamo che i progressi economici si traducano in nuove forme di insicurezza e di esclusione».

L'ultimo capitolo contrappone la civiltà dell'amore alla cultura della potenza ed entra più degli altri nell'attualità. «Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della “guerra giusta”, troppo spesso invocata a giustificare qualsiasi guerra, fermo restando il diritto alla legittima difesa intesa nel senso più stretto», scrive il Papa e il pensiero va subito al conflitto in Iran e allo scontro a distanza con il presidente americano Donald Trump.
Intervenendo sull'intelligenza artificiale nelle armi, l'enciclica sostiene che «lo sviluppo e l’uso dell’IA in campo bellico devono essere sottoposti ai più rigorosi vincoli etici, nel rispetto della dignità umana e della sacralità della vita, evitando una corsa agli armamenti» ed anche che «non esiste algoritmo che possa rendere la guerra moralmente accettabile». Il Papa parla di necessità della diplomazia e del multilateralismo ritenendo che «a livello politico, è urgente passare dalla “cultura della potenza” a un’autentica “cultura del negoziato”, in cui il dialogo e le relazioni diplomatiche diventino via ordinaria per affrontare i conflitti».

L'enciclica si conclude con l'offerta di un «itinerario di vita cristiana» che indica come «bussola per un’esistenza evangelica nell’era digitale» la centralità del «mistero dell’Incarnazione», tenendo conto che «il Verbo si è fatto carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi». Di fronte a transumanesimo e alcune correnti postumaniste, il Papa scrive che «l'Incarnazione apre però una via diversa e mentre queste «ideologie antiche e nuove spingono l’uomo al superamento tecnico del limite e a elevarsi sopra gli altri per affermare un dominio, il mistero del Figlio di Dio che entra nella nostra condizione racconta un movimento opposto: il Dio vivente scende nella nostra storia per liberarci da ogni schiavitù, prende su di sé la nostra debolezza e la trasforma in luogo di salvezza». E chiude con il Magnificat, «il canto della speranza».



ESCLUSIVO

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24_05_2026 Nico Spuntoni

La contemplazione del Verbo incarnato è la strada obbligata per vivere l'era dell'Intelligenza artificiale in modo positivo, per evitare «l'eclissi del senso di ciò che significa essere umani». La Bussola è in grado di anticipare i contenuti della prima enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, che verrà presentata domani.

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