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Morsi destituito, Egitto nell'incertezza

Il presidente islamista Mohammed Morsi è stato deposto dalle forze armate e se le piazze dell'opposizione festeggiano con i fuochi d'artificio, il punto di domanda vero è sulle altre, quelle dei sostenitori dei Fratelli Musulmani, che continuano a invitare a resistere al colpo di Stato «in maniera pacifica». Preoccupano le prossime ore al Cairo, ma soprattutto la situazione nell'Alto Egitto, dove i Fratelli Musulmani sono più forti.

- Egitto, golpe in atto, Morsi agli arresti di G. Bernardelli

Folla protesta contro Morsi

Dunque in Egitto il golpe annunciato alla fine è arrivato: allo scadere dell'ultimatum il presidente islamista Mohammed Morsi è stato deposto dalle forze armate. Con il colpo di scena finale, però: la benedizione in diretta tv di Ahmed El-Tayyeb, il Grand imam di al Ahzar, il grande centro religioso sunnita. E insieme alla sua anche quella del papa copto Tawadros II. E persino quella di al Nour, il partito dei salafiti, gli islamisti ancora più radicali rispetto ai Fratelli Musulmani.

Dopo che l'altra notte Morsi era apparso in televisione per ripetere 74 volte in 45 minuti di essere l'unico «legittimo» rappresentante della volontà popolare, c'erano pochi dubbi sul fatto che l'epilogo sarebbe stato la sua deposizione. Nel momento in cui scriviamo sta iniziando una notte piena di incognite. Se le piazze dell'opposizione festeggiano con i fuochi d'artificio, il punto di domanda vero è sulle altre, quelle dei sostenitori dei Fratelli Musulmani che continuano a invitare a resistere al colpo di Stato «in maniera pacifica». L'esercito è schierato ai margini, mentre vengono oscurati i tre canali televisivi satellitari legati alla formazione islamista (ci pensano comunque al Jazeera e i social network a continuare a dare voce agli uomini del presidente deposto). Preoccupano le prossime ore al Cairo, ma ancora di più preoccupa la situazione nell'Alto Egitto, dove i Fratelli Musulmani sono più forti: c'è il timore che lì possano esserci colpi di coda o - peggio ancora - diventare un'isola di «resistenza» al golpe dei militari. 

Intanto però il dato di fatto è che Morsi non è più presidente: dovrebbe trovarsi agli arresti domiciliari, anche se non ci sono notizie precise in proposito. La road map annunciata dai militari è iniziata con il congelamento della costituzione e la nomina come capo dello Stato ad interim del presidente della Corte costituzionale Adly Mansour (un giudice sconosciuto agli stessi egiziani, entrato in carica appena due giorni fa). Nel suo messaggio televisivo il generale al-Sisi - il ministro della Difesa voluto dallo stesso Morsi - ha annunciato la costituzione di un governo di transizione, promettendo nuove elezioni in tempi brevi, oltre al fatto che i militari resteranno fuori dalla politica. Ha inoltre lamentato il fatto che gli appelli lanciati dal mese di novembre per un dialogo di riconciliazione nazionale non siano stati mai accolti realmente dalla presidenza Morsi.

La verità è che nessuno sa fino in fondo che cosa succederà adesso in Egitto. Oggi i sostenitori dei Fratelli Musulmani sono nettamente in minoranza nel Paese e la presenza dei salafiti tra i sostenitori della road map li isola ulteriormente. La presenza così vistosa dell'imam El-Tayyeb, poi, è il simbolo dell'insipienza politica del movimento che una volta giunto nella stanza dei bottoni ha pensato di poter gestire da solo il potere. Il Grand imam di al Azhar aveva un conto aperto con Morsi, che non sopportava le sue iniziative di mediazione. Le tv satellitari ampiamente foraggiate dai soldi del Golfo facevano concorrenza a quello che per tradizione è sempre stato il punto di riferimento religioso per il Paese. E in primavera i Fratelli Musulmani erano arrivati a sfruttare persino un'intossicazione alimentare avvenuta nella mensa dell'università per provare a togliere di mezzo l'imam. Adesso El-Tayyeb gli ha presentato il conto.

Stesso discorso per il papa copto Tawadros II, che Morsi ha sempre snobbato. Quando venne eletto non andò nemmeno al suo insediamento, con uno sgarbo che poteva significare una cosa sola: per il presidente islamista i copti sono cittadini di serie B. Poi era arrivato il colpo di mano di novembre sulla costituzione, approvata nonostante l'opposizione dei copti, ma anche delle forze liberali e degli altri protagonisti veri della rivolta contro Mubarak. La fine di Morsi era cominciata già lì. 

Ora l'Egitto è di nuovo nelle mani dei militari. E il dopo Mubarak ricomincia praticamente da zero. Chi oggi si straccia le vesti per l'intervento dell'esercito è un ingenuo: che altra strada c'era? Poteva un presidente che ha imposto ovunque i suoi uomini e le sue scelte gestire la riconciliazione nazionale? I canali televisivi oscurati sono gli stessi che fino a ieri mandavano in onda gli indirizzi dei giornalisti anti-Morsi o che incitavano all'odio contro i copti: è questa la legittimità costituzionale? Restano però tutti i limiti di un sistema politico in cui le istanze di libertà espresse dalle piazze non trovano un'espressione compiuta. Questo è il problema vero del giorno dopo dell'Egitto. Dalla cui soluzione dipende la risposta alla domanda se quello imposto dai generali ieri sia un ritorno al passato o l'inizio di qualcosa di realmente nuovo.