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Misteri dell'assistenzialismo, al Sud è boom di invalidità

L'accelerazione è evidente tra il 2022 e il 2024, proprio negli anni in cui è stato smantellato il reddito di cittadinanza, e soprattutto al Mezzogiono. Le due misure non sono sovrapponibili, ma anche al netto delle frodi resta il problema strutturale di un welfare che diventa surrogato permanente del reddito da lavoro.

Editoriali 13_01_2026
CARLO CARINO - imagoeconomica

Negli ultimi anni il sistema di welfare italiano ha mostrato una mutazione profonda che merita di essere osservata senza ipocrisie e senza filtri ideologici, perché i numeri raccontano una storia che va oltre le buone intenzioni e mette in discussione l’equità complessiva dello Stato sociale.

La crescita delle pensioni di invalidità civile, esplosa soprattutto dopo la progressiva abolizione del Reddito di cittadinanza di matrice grillina, rappresenta uno dei segnali più evidenti di questa trasformazione. Al 31 dicembre 2024 le prestazioni di invalidità complessivamente erogate hanno superato i 4,3 milioni, di cui oltre 3,4 milioni di natura civile e circa 899 mila di tipo previdenziale, con una spesa stimata in 34 miliardi di euro annui.
Dietro un incremento complessivo apparentemente contenuto rispetto al 2020, pari all’1,9 per cento, si nasconde però uno squilibrio profondo: le pensioni di invalidità previdenziale sono diminuite del 14,5 per cento, mentre quelle civili sono aumentate del 7,4 per cento, con un’accelerazione evidente tra il 2022 e il 2024, proprio negli anni in cui il Reddito di cittadinanza è stato smantellato.

Ufficialmente le due misure non sono sovrapponibili, perché il Reddito di cittadinanza nasceva come strumento di contrasto alla povertà e di inclusione lavorativa, mentre le pensioni di invalidità dovrebbero tutelare persone con reali e certificate limitazioni fisiche o psichiche, ma nella pratica la fine di un sussidio generalizzato ha lasciato scoperte ampie fasce di popolazione che, soprattutto nelle aree più deboli del Paese, hanno trovato nell’invalidità civile l’unico canale di sostegno economico stabile.

È qui che emerge il nodo politico e territoriale più delicato: il Mezzogiorno, pur avendo circa sette milioni di abitanti in meno rispetto al Nord, registra circa mezzo milione di invalidi civili in più e concentra quasi il 47 per cento della spesa complessiva per questa voce, pari a circa 9,8 miliardi di euro. Tra il 2020 e il 2024 l’aumento delle pensioni di invalidità civile al Sud è stato dell’8,4 per cento, ben oltre i valori del Centro e del Nord, e in alcune regioni l’incidenza delle prestazioni sulla popolazione raggiunge livelli difficilmente spiegabili solo con fattori demografici o sanitari.
In Calabria si contano oltre 13 prestazioni ogni 100 abitanti; nella classifica seguono Puglia e Umbria, mentre regioni come Lombardia, Veneto e Piemonte si attestano attorno al 5 per cento, con divari ancora più marcati se si scende al livello provinciale, dove territori come Reggio Calabria, Lecce e Crotone guidano le classifiche e città del Centro-Nord presentano valori dimezzati.

È legittimo interrogarsi su cosa significhino questi dati, perché uno Stato che non riesce a frenare il parassitismo nelle richieste di sussidi, o che non vuole farlo per convenienza politica e consenso elettorale, è uno Stato che perde credibilità agli occhi dei contribuenti che finanziano il sistema.
Il tema delle frodi accertate, pur non raggiungendo cifre tali da spiegare l’intero fenomeno, resta emblematico: quasi 48 milioni di euro in poco più di un anno nel comparto previdenziale indicano che i controlli sono insufficienti e che la rete di tutele può essere aggirata. Ma anche al netto delle frodi, il problema resta strutturale, perché un welfare che diventa surrogato permanente del reddito da lavoro, soprattutto in contesti dove l’occupazione è scarsa e l’economia sommersa diffusa, finisce per cristallizzare le disuguaglianze anziché ridurle.

In questo quadro la retorica della solidarietà nazionale rischia di diventare una copertura morale per soprusi e ingiustizie, dove chi produce e paga le tasse sostiene un sistema che premia l’inerzia e scoraggia il merito. È per questo che il tema dell’autonomia diventa centrale e non più rinviabile: riequilibrare le risorse in modo meritocratico, responsabilizzando i territori e legando la spesa ai risultati, significa restituire dignità allo Stato e rendere il welfare sostenibile nel lungo periodo. Continuare a ignorare i dati, o a giustificarli solo con il disagio sociale, equivale ad accettare un modello in cui il Sud resta intrappolato in una logica assistenziale cronica e il Nord vede erodersi la propria fiducia nelle istituzioni.

Riflettere sull’esplosione delle pensioni di invalidità non significa negare diritti a chi ne ha realmente bisogno, ma difendere quei diritti da un uso distorto che finisce per svuotarli di significato e per minare la coesione stessa del Paese.