• IL VOTO

Messe vietate, libertà religiosa l'è morta (ieri in Parlamento)

La Maggioranza approva un emendamento che subordina le Messe al Governo, il quale dovrà concordare le modalità di riapertura con la Cei. Libertà religiosa difesa da Pagano (Lega) e Meloni (FdI) che chiedevano il ritorno immediato delle Messe e la predisposizione di misure. 

A quasi due mesi dalla chiusura a seguito dell'emergenza sanitaria, gli italiani continuano a stare senza Messa. Nella stessa giornata in cui la Slovacchia riapre le celebrazioni ai fedeli, la Camera dei Deputati ha bocciato due emendamenti di Lega e Fdi che puntavano a sopprimere la lettera h al comma 2 dell'articolo 1 del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, quella che impone la sospensione delle cerimonie religiose e limita i funerali alla partecipazione di quindici persone da svolgersi preferibilmente all'aperto.

Alessandro Pagano, autore della proposta leghista, ha chiesto la soppressione della sospensione, giudicandola "infondata, illogica, incostituzionale"; mentre Fdi, con un emendamento di cui Giorgia Meloni era la prima firmataria, ha portato avanti la richiesta di subordinare lo svolgimento delle "cerimonie e dei riti religiosi all'adozione di modalità idonee a evitare assembramenti di persone, con obbligo a carico del titolare del luogo di culto o del sito nel quale si tiene la cerimonia, di predisporre le condizioni per garantire il rispetto di una distanza di sicurezza interpersonale predeterminata e adeguata a prevenire o ridurre il rischio di contagio".

Niente da fare, però: il parere negativo di Commissione e Governo è stato decisivo per farli respingere. L'Aula, invece, ha votato a favore di tre emendamenti presentati rispettivamente da Ceccanti (Pd), De Filippo (Italia Viva) e Occhiuto (Forza Italia) dopo riformulazione del testo operata da parte del Governo. 

Sul voto si è diviso il centrodestra: Forza Italia, infatti, dopo il parere positivo dell'esecutivo con riformulazione anche al suo testo a firma Occhiuto, ha deciso di ritirare la proposta di Maria Stella Gelmini che voleva limitare la sospensione alle cerimonie civili, impedendo quelle religiose solo in mancanza di "condizioni di sicurezza nelle modalità di accesso e deflusso ai luoghi di culto, nel distanziamento e nell’uso di dispositivi di tutela individuale”. La capogruppo del partito berlusconiano ha spiegato in Aula di essere soddisfatta della versione riformulata dell'emendamento Ceccanti, con il verbo "concordare" a sostituire lo sgradito "consentire".

L'ex ministro della Pubblica Istruzione ha definito la riformulazione "un lavoro costruttivo" perché riconoscerebbe "l'autonomia del Vaticano, che è prevista dalla nostra Costituzione, e quindi la necessità (...) non di concedere, ma di concordare i protocolli di sicurezza per celebrare le messe". Forza Italia, dunque, ha votato insieme alla maggioranza i tre emendamenti che vincoleranno la riapertura delle celebrazioni religiose all'adozione di protocolli, adottati di intesa con la Chiesa cattolica e con le confessioni religiose diverse dalla cattolica.

Lega e Fdi, invece, hanno scelto di astenersi e con Pagano e Meloni hanno lamentato la mancanza di date certe sulla fine della sospensione. "Crediamo - ha dichiarato la leader di Fdi - che non si possa assolutamente prescindere da una indicazione certa almeno sulla tempistica delle riaperture, e derogare a questo principio significa continuare a consentire al Governo piena discrezionalità nel rispetto di un diritto inviolabile sancito dalla Costituzione". Secondo la Meloni, questa "riformulazione tradotta, vuol dire attendere che Conte 'consenta' ai fedeli di essere tali".

Dello stesso tenore il giudizio dell'onorevole Pagano, protagonista in Aula di un botta e risposta con il piddino Ceccanti per difendere la necessità dell'abrogazione della norma inserita nel cosiddetto decreto Covid. In una nota diramata alla stampa, Pagano ha spiegato che gli emendamenti di Lega e Fdi "sono serviti a mascherare la postura laicista, incostituzionale e contraria ai diritti dell'uomo di questo decreto che limita arbitrariamente il diritto di culto dei cittadini". Secondo il parlamentare del partito di Salvini, la loro approvazione avrebbe consentito "la ripresa delle cerimonie di culto, e ciò che chiedevamo era una data certa per la ripresa" mentre "subordinare tale ripresa alla sottoscrizione di un protocollo sanitario significa non avere questa certezza, perché temiamo che il governo possa tergiversare".

Su questo punto, peraltro, Fratelli d'Italia ha deciso di rifiutare la riformulazione governativa della proposta a prima firma Meloni, proprio per mettere in evidenza il problema derivante dall'assenza di una data precisa della ripartenza e la piena discrezionalità affidata a Palazzo Chigi per fissarla. Un tasto dolente che ha portato il deputato Pagano a chiedere già da ieri l'impegno del Governo "per redigere con la Cei il protocollo per riprendere subito le Sante Messe".

Ad oggi, sappiamo che l'11 maggio riapriranno negozi d'abbigliamento e calzature e sette giorni dopo toccherà a bar, musei e ristoranti; mentre i fedeli ancora non sanno quando potranno tornare ad assistere ad una cerimonia religiosa. Il voto di ieri alla Camera non è piaciuto al Centro Studi Livatino che, in un comunicato diramato, ha voluto sottolineare come sia incomprensibile "la necessità dei protocolli sanitari, dal momento che nessun rito religioso costituisce un'attività complessa: sono ben sufficienti le norme generali di contenimento".

Perché per assistere a Messe e a riti delle altre religioni è necessario stilare protocolli sanitari ad hoc e perché, alla luce di questo carattere di eccezionalità, il Governo non lo ha già fatto, consentendo ai fedeli di avere una data sicura per la ripresa delle funzioni? A prescindere dalle buone intenzioni, il disco verde dato ieri dalla maggioranza alle proposte emendative sul tema non rappresenta un passo in avanti dal momento che il loro contenuto è già previsto, nel caso della Chiesa cattolica, dal comma 2 dell'articolo 13 dell'Accordo di Villa Madama in base al quale le "materie per le quali si manifesti l'esigenza di collaborazione tra la Chiesa cattolica e lo Stato potranno essere regolate sia con nuovi accordi tra le due Parti sia con intese tra le competenti autorità dello Stato e la Conferenza Episcopale Italiana".

Purtroppo l'unica novità sostanziale è rappresentata dal fatto che per la prima volta nella storia repubblicana il Parlamento italiano, mantenendo la lettera h inserita nel decreto legge 25 marzo 2020 n.19, dà il via libera alla limitazione della libertà religiosa che - come ricordato da una recente sentenza della Corte Costituzionale - essendo "garantita dall’art. 19 Cost. è un diritto inviolabile, tutelato al massimo grado dalla Costituzione".

Fino ad oggi era stato il Governo Conte, a colpi di dpcm, ad intervenire sull'esercizio di una libertà fondamentale quale è quella di culto. "Il dato testuale - viene sottolineato nella nota del Centro Studi dedicato alla memoria del giudice Rosario Livatino - è che la libertà religiosa continua a essere compressa e manca qualsiasi indicazione temporale su quando questa forte limitazione cesserà: ciò a differenza di quanto è già accaduto per altre libertà, come quella di impresa".