• L'ARRESTO DELL'EX PRESIDENTE

Lula, samba triste per il falso messia dei poveri

L'arresto "orwelliano" dell'ex presidente brasiliano: era corrotto come gli altri. Ma tra i manifestanti che lo hanno definito perseguitato politico, c'era anche la Chiesa, che gli ha celebrato una messa-comizio. Ecco i frutti della Teologia della liberazione, che ha utilizzato Vangelo e lotta di classe per servirsi dei tanti poveri del Paese. 

C’è davvero tanto del cliché brasilero nel surreale arresto-non arresto dell’ex presidente Luis Ignacio Lula da Silva. Deve scontare 12 anni di carcere per corruzione dopo la condanna inflittagli dal tribunale verdeoro, ma le vicissitudini del suo arresto, il secondo in carriera dopo quello degli anni ’70 al tempo della dittatura, hanno assunto i connotati di una vera e propria soap opera: lui che si barrica nella sede del sindacato del partido de los trabalhadores, gli scontri di piazza, l’atteggiamento mistico da Mosè portato in trionfo e persino una messa che ha ritardato la consegna in carcere e infine la decisione di andare in prigione, ma dopo la partita del Palmeiras.

Un’attenzione da messia quella tributata al simbolo del pauperismo marxista che dalla lotta di classe arrivò a governare uno dei Paesi più corrotti del pianeta. E per certi versi anche una nemesi dato che le accuse per le quali Lula è stato condannato, aver ricevuto favori personali dal colosso petrolifero nazionale Petrobras, rappresentano il simbolo della corruzione che i governi di Lula prima e Roussef poi avrebbero dovuto debellare. Invece anche lui è caduto su un appartamento, si è fatto un lussuoso triplex con i soldi di tangenti PT, mentre nelle città brasiliane, dietro i lussuosi attici crescono come mangrovie le baracche delle favelas. 

Invece a cadere sotto i colpi della giustizia è stato proprio lui, il puro Lula, l’amico dei poveri, il campione della trasparenza osannato dalle sinistre radical per un buon decennio come salvatore della patria, come pacificatore di una terra dove la povertà non accenna a diminuire. 

C’è molto anche di orwelliano. Come nella Fattoria degli animali dove tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri, anche Lula in fondo non ha rinunciato ai privilegi di una politica che in Brasile è corrotta per natura. Solo che la polarizzazione ideologica impedisce di vederlo e mostra invece Lula come un perseguitato.

Una folla infatti gli ha impedito di andare a consegnarsi alla polizia per scontare la condanna a 12 anni e un mese per corruzione e riciclaggio di denaro. I sostenitori dell'ex leader sindacalista hanno circondato la sua auto e bloccato il cancello, costringendo il 72enne a rientrare nella sede del sindacato dei metalmeccanici. Lula aveva promesso durante un comizio improvvisato nel pomeriggio che si sarebbe consegnato alle forze dell'ordine dopo aver disatteso la richiesta del tribunale di presentarsi alla polizia federale a Curitiba venerdì.

«Sono innocente, ma rispetterò il mandato d'arresto», aveva detto nella spianata di São Bernardo do Campo. Lacrime, incitamenti, cori, come si conviene ai tanti improvvisati Simon Bolivar sudamericani.

Non poteva mancare la Chiesa brasiliana a sostenere il suo presidente. La pantomima dell’arresto infatti ha visto anche un capitolo decisivo con la messa celebrata in suffragio della moglie dell’ex presidente, il quale ha anteposto la messa alla consegna in carcere, forzando così la legge che lo attendeva in prigione per il giorno prima. E la messa si è trasformata così in un comizio politico di dubbio gusto che ha fatto arricciare il naso a molti. 

Con la complicità di un vescovo amico dell’ex sindacalista diventato presidente, dom Angélico Sandalo Bernardino, vescovo emerito di Blumenau. La messa di suffragio è diventata così l’occasione per rivendicare il suo carisma sul popolo, in una ostentazione pacchiana e sacrilega di protagonismo politico nella quale alle preghiere per la vedova di Lula si sono sostituite le canzoni: da quelle della lotta politica della sinistra brasiliana come Elis Regina al nazionalpopolare di Zeca Pagodinho. Insomma: una cerimonia orizzontale, tutta incentrata sull’uomo Lula, ma che non deve sorprendere visto il grande ascendente che l’ex presidente ha avuto e continua ad avere oggi presso gran parte della Chiesa brasiliana.

Una Chiesa, come abbiamo visto nei giorni scorsi, al completo sbando sul piano morale, finanziario, liturgico e che continua a cedere fedeli alle sette pentecostali sotto i colpi di scandali economici e malagestio di fondi ecclesiastici, ma che vede ancora in Lula un simbolo.

Lo stesso simbolo di affrancatura dei poveri che in chiave marxista sono cresciuti nel verbo del mitico presidente, osannato persino dai missionari che a frotte l’Europa cattolica inviava nel Nord Est povero brasiliano.

Non deve stupire la messa, ma non deve stupire neppure il fatto che con l’imprigionamento di Lula va in carcere anche una fetta della Chiesa brasiliana che ha sempre difeso Lula e che non ha esitato anche ieri a definirlo un perseguitato politico. C’è chi nei giorni scorsi ha voluto vedere a tutti i costi l’immagine di Lula nella raffigurazione del foglietto di Pasqua dove  Nicodemo si accingeva a portare Gesù al sepolcro. L’autore dell’immagine ha poi smentito, anche perché era stata disegnata due anni fa, ma effettivamente la somiglianza con il capo marxista ora in carcere è davvero impressionante.

Così come non deve stupire l’aver attribuito parole di stima e di sostegno a Lula da parte di Papa Francesco, parole poi smentite dalla Santa Sede, ma che in molti sono sembrate coerenti con la situazione attuale del Brasile.

In fondo, con Lula mostra il suo volto privo di qualunque afflato cattolico anche la Chiesa movimentista brasiliana, che con Lula ha sempre intessuto rapporti privilegiati.

Una Chiesa che in molti casi ha perso di vista il Gesù risorto per rifugiarsi dietro ai cliché del pauperismo marxisteggiante, dove la lotta di classe ha sostituito l’evangelizzazione, dove Gesù non è altro che un rivoluzionario e non il salvatore e dove ogni tipo di verticalità è stata sacrificata sull’altare della teologia della liberazione in cui la povertà non era altro che uno strumento di lotta.

Ora quei “piani pastorali” così ambigui e deleteri per un popolo ancora affamato al quale è stato portato un Cristo in forma di guerrigliero, dopo essere saliti sugli altari, stanno accompagnando dietro le sbarre l’uomo che più di Gesù è stato seguito come un messia per tutti questi anni.

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