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Lo scoop del New York Post su Biden silenziato dai social

Usa, uno scoop avrebbe potuto influenzare gli elettori nelle ultime due settimane prima del voto. Avrebbe potuto, però è stato letteralmente cancellato, con furia censoria, dai due principali social network del mondo, Twitter e Facebook. Lo scoop è del New York Post e svela segreti su Robert Hunter Biden, figlio del candidato democratico. Ma chi diffonde la notizia si trova l'account sospeso o il post cancellato.

La prima pagina del sito del New York Post dopo la censura di Twitter

Uno scoop avrebbe potuto influenzare gli elettori nelle ultime due settimane prima del voto. Avrebbe potuto, però è stato letteralmente cancellato, con furia censoria, dai due principali social network del mondo, Twitter e Facebook.

Lo scoop è del New York Post, quotidiano di area conservatrice, quarto per diffusione negli Usa e riguarda il figlio di Joe Biden, il candidato democratico alla presidenza. Robert Hunter Biden avrebbe infatti abusato della sua posizione di figlio del vicepresidente, stando a email trovate nel suo stesso computer, per fare affari con la compagnia ucraina Burisma. Secondo le email, Hunter Biden avrebbe presentato suo padre, allora vicepresidente, a uno dei dirigenti dell’azienda ucraina, di cui era membro del consiglio d’amministrazione e consulente (con uno stipendio d’oro di 50mila dollari al mese). Il dirigente in questione, Vadym Pozharsky, in un’email ringrazia Hunter Biden di avergli presentato l’illustre padre “e di averci passato del tempo assieme. E’ veramente un onore e un piacere”. Un anno prima, nel maggio 2014, lo stesso Pozharsky aveva chiesto al giovane Biden, con un’altra email, “consigli su come potrebbe usare la sua influenza” per la compagnia.

Queste comunicazioni, che potrebbero dir poco a prima vista, in realtà sono coerenti con i sospetti che gravano su Joe Biden e suo figlio. L’ex vicepresidente di Obama e attuale candidato alla presidenza è infatti accusato dai Repubblicani di aver fatto pressioni sul governo ucraino, nel 2016, perché non partisse un’indagine giudiziaria su Burisma. In quel frangente, il pubblico ministero ucraino che aveva ordinato le indagini era stato licenziato. Allora, presidente dell’Ucraina era Poroshenko e il Paese, appena uscito dal Maidan e dalla guerra nel Donbass, era fortemente dipendente dagli aiuti americani. Tre anni dopo, in un’ormai celebre telefonata, riportata da numerosi testimoni, il presidente Trump avrebbe chiesto al neo-presidente ucraino Zelensky di far luce sulla questione. Su quella telefonata i democratici avevano poi montato il tentativo, poi fallito, di impeachment del presidente Trump. In tutta questa vicenda, Joe Biden aveva sempre giurato di non essersi mai occupato degli affari di suo figlio. Lo scambio di email lo smentirebbe clamorosamente. 

Fin qui la vicenda giudiziaria-elettorale scoperchiata dal quotidiano. Ma da qui inizia lo scandalo vero: il New York Post è andato regolarmente in edicola e online, ma tutti gli utenti che hanno provato a rilanciarlo su Twitter si sono visti negare il permesso di pubblicarlo. Ci ha provato anche la portavoce ufficiale della Casa Bianca, Kayleigh McEnany e si è ritrovata con l’account sospeso. I deputati repubblicani della Commissione di giustizia alla Camera hanno allora copiato il link sul loro sito, ma una volta che hanno provato a rilanciarlo su Twitter si sono trovati bloccati pure loro. A richiesta di spiegazioni, il social network ha risposto che l’articolo del New York Post viola il suo regolamento, che vieta "l'uso del nostro servizio per diffondere contenuti ottenuti senza autorizzazione. Non vogliamo incoraggiare l'attività degli hacker permettendo che Twitter sia usato per la diffusione di materiale che probabilmente è stato ottenuto illegalmente". Giustificazione curiosa: tutti gli scoop giornalistici provengono da materiale ottenuto senza autorizzazione. Twitter non avrebbe potuto permettere di rilanciare gli scoop di Wikileaks (un sito dichiaratamente di hacker), tanto per fare un esempio. La diffusione di materiale “ottenuto senza autorizzazione” fu alla base dei due più grandi scoop della storia recente statunitense, il Watergate e i Pentagon Papers. Per altro, il sito Daily Caller ha dimostrato come il materiale di cui è venuto in possesso il New York Post sia legale. Ebbene: Twitter ha censurato anche il Daily Caller.

Le email sono tratte dall’hard disk del computer personale di Hunter Biden, abbandonato dal suo stesso proprietario in un laboratorio, nell’aprile 2019. Nessun hacker, dunque, ma incuria del proprietario, stando alla ricostruzione dei fatti del New York Post. Non avendo pagato la riparazione e non essendo più andato a ritirarlo, ha perso la proprietà su di esso, secondo la legge locale. L'hard disk e tutto il suo contenuto sono stati mandati all'Fbi che non ha fatto nulla. Poi una copia del suo contenuto è finita nelle mani di Rudy Giuliani, ex sindaco di New York e attuale avvocato di Donald Trump. E’ stato Giuliani, anche su suggerimento di Steve Bannon, ex stratega del presidente, a far giungere tutto il materiale al quotidiano newyorkese.

Le email saranno vere? Saranno false? Sono veramente una “pistola fumante” per inchiodare Biden? Secondo lo staff del candidato democratico, l’allora vicepresidente non ha mai incontrato il dirigente di Burisma, non era neppure nella sua agenda. Ma il problema vero è che queste domande non possiamo neppure porcele, perché tutto lo sforzo dei media non è più quello di discutere sulla veridicità di questa notizia, ma di impedirne la circolazione stessa. Oltre a Twitter, anche Facebook ha deciso di rallentare quantomeno la sua diffusione, l’algoritmo relegherà l’articolo del New York Post in una posizione defilata così che non sia troppo evidente nelle bacheche dei suoi utenti, “finché non saranno completati gli accertamenti” sulla notizia. Maggie Haberman del New York Times ha provato a controbattere con un articolo la veridicità dello scoop del quotidiano newyorkese rivale, ma, solo per il fatto di averne parlato, è stata aggredita (via Twitter, sempre) da Neera Tanden, presidente del think tank Center for American Progress. Jake Sherman ha provato a discutere dello scoop sul quotidiano Politico e per questo ha subito anch’egli una dura contestazione da parte di Michelle Goldberg, collega del New York Times, che lo ha invitato a non aiutare i conservatori a spargere “bufale nel circuito dell’informazione”.

Cosa se ne deduce? Che se una notizia disturba la campagna elettorale del candidato democratico, non la si deve diffondere, a costo di sospendere l’account Twitter di figure istituzionali importanti (come la portavoce della Casa Bianca, o la Commissione giustizia della Camera). Per ora è il presidente Trump a uscirne malmenato, ma nel prossimo futuro saranno i social network a perderci. Essendo usciti così sfacciatamente allo scoperto in uno scontro politico, avendo dimostrato di aver palesemente preso posizione a favore dei Democratici, è probabile che salti l’immunità di cui hanno sempre goduto. Finora erano piattaforme neutrali, dunque non responsabili dei contenuti pubblicati. Se ora si comportano da editori, in tutto e per tutto, potrebbero venir ritenuti responsabili di ogni cosa che pubblicano, con gravi perdite economiche in vista. La vicenda ha sollevato l’indignazione dei Repubblicani al Congresso che ora hanno convocato l’amministratore delegato di Twitter, Jack Dorsey, per riferire in aula sull’accaduto.

Intanto il New York Post, lungi dal farsi intimidire, ha pubblicato altre email di Hunter Biden: stavolta su un suo presunto affare con i cinesi. Ne vedremo delle belle... sempre che ce le lascino vedere.