• VACCINI ANTI-COVID

Linee cellulari, quel che l’Osservatore dimentica

In un articolo sull’Osservatore Romano, padre Alberto Carrara afferma l’eticità di tutti i vaccini anti-Covid e smentisce perfino la recente nota della CDF sulla cooperazione remota al male. Una linea, quella di Carrara, in accordo con la posizione della Pontificia Accademia per la Vita dal 2017 in poi, ma in netto contrasto con il documento del 2005 della stessa PAV e con le istruzioni Donum Vitae e Dignitas Personae.

«Tutti i vaccini anti-Covid a disposizione sono eticamente accettabili»: è la sentenza che padre Alberto Carrara, Legionario di Cristo, docente all’Ateneo Regina Apostolorum e membro, dal 2017, della Pontificia Accademia per la Vita scrive sulle colonne dell’Osservatore Romano (lunedì 7 febbraio 2022, p. 10).

Non è di certo una novità, dal momento che è proprio questa la posizione che la PAV cavalca dal 2017, anno di pubblicazione dell’imbarazzante Nota circa l’uso dei vaccini, che azzerava il documento del 2005, nonché l’istruzione Dignitas Personae. E come un Papa bolla e l’altro sbolla, così la PAV prima condanna e poi assolve, non il peccatore, ma il peccato. L’articolo di Carrara, una cum la Nota del 2017, seppellisce anche la più recente Nota della Congregazione per la Dottrina della Fede del 2020, che quantomeno manteneva fermo che una cooperazione al male esiste, seppure remota, e chiudeva con una timida sottolineatura dell’«imperativo morale, per l’industria farmaceutica, per i governi e le organizzazioni internazionali, di garantire (…) vaccini, efficaci e sicuri dal punto di vista sanitario, nonché eticamente accettabili».

Padre Carrara, invece, ci spiega che «studiando cosa siano le HEC293 si potrà concludere la non cooperazione al male dell’aborto, neppure quella che la Nota [...] chiama “cooperazione materiale passiva remota”». Il suo ragionamento inizia con l’affermazione che, all’origine della linea cellulare HEK-293, vi sono «cellule renali embrionali umane recuperate post-aborto e modificate geneticamente». Poi queste cellule «solo alcuni mesi dopo l’isolamento, a seguito di numerosi tentativi, hanno iniziato a crescere in modo indefinito in laboratorio», arrivando così alla prima linea cellulare, la HEK-293 appunto. Infine oggi vengono utilizzate «tutte quelle linee cellulari derivate da quest’ultima», utilizzate in svariati ambiti.

L’articolo prosegue condannando sì l’aborto - al singolare - procurato del 1973, ma scagionando i protagonisti della filiera che ha portato alla realizzazione della linea cellulare e al suo utilizzo. Spiega Carrara: «coloro che per primi ottennero quelle prime cellule renali, a seconda dell’intenzione, avranno potuto cooperare al male di quell’aborto in modo formale e/o materiale. Ma attenzione, il fatto poi di utilizzare e modificare e poi nel tempo acquistare per scopi di ricerca le linee cellulari derivanti da quelle prime cellule renali embrionali non implica affatto alcuna cooperazione con coloro che perpetrarono quell’aborto iniziale». Appoggiandosi sull’auctoritas di un altro Legionario, padre Ramón Lucas Lucas, il caso in questione viene paragonato a quello di un trapianto da persona assassinata; e così, l’articolo può concludere che «chi oggi utilizza la HEC293 non coopera materialmente nemmeno indirettamente e remotamente con quel concreto male che fu l’aborto del 1973». Verrebbe da commentare: e vissero tutti felici e contenti. Tranne ovviamente quel bambino che ci ha lasciato le penne.

Ancora, per ribadire che non ci sarebbe alcuna cooperazione, Carrara spolvera tutto l’armamentario di scuse che abbiamo ascoltato in questi due anni: «comprare HEC293 non implica che avvengano più aborti per la richiesta d’acquisto»; o ancora, «guidare su una strada originariamente costruita con il lavoro degli schiavi può essere difficile da evitare in alcuni luoghi»; «sebbene la cellula originale che ha prodotto la linea cellulare sia derivata da un aborto, le linee cellulari attuali si sono moltiplicate molte volte: non è il tessuto originale»; poi l’immancabile memento: tantissimi farmaci che utilizziamo si sono serviti di queste linee cellulari (su questa motivazione, vedi qui). Per finire con un “fatto dogmatico”, che secondo Carrara dovrebbe chiudere la discussione: sia il Papa regnante che il Papa emerito si sono vaccinati.

Tutti questi aspetti sono stati presi in considerazione nel libro di recente pubblicazione L’idolatria dei vaccini, cui si rimanda per una trattazione più completa.

Intanto, Carrara dovrebbe spiegare perché mai la HEK-293 avrebbe all’origine un solo aborto, mentre la WI-38 ha richiesto circa trenta aborti, o la più recente Walvax-2 si è ottenuta dopo il sacrificio di nove bambini. E dovrebbe anche chiarire una buona volta se l’espianto dei tessuti venga operato con la certezza che il feto sia già morto. Dal momento che per creare una linea cellulare servono cellule vive (perché devono replicarsi) e dal momento che, quando un feto o un embrione muoiono, il processo di autolisi inizia entro qualche minuto dalla morte, è lecito muovere il sospetto che l’espianto degli organi cerchi di anticipare la morte piuttosto che seguirla? Il dubbio era già stato sollevato da mons. Elio Sgreccia, il quale faceva presente che «per l’uso che si fa dei feti, l’aborto viene spesso eseguito ad hoc e quindi alla fine dell’intervento il feto può essere ancora vivo anche se non viabile», anche perché i tessuti di un feto morto «normalmente non sarebbero adatti al trapianto, a meno che il prelievo non avvenga nei primissimi istanti [...]. Ma il rischio è che si cerchino il più possibile tessuti non alterati, capaci di rigenerarsi e quindi si vada alla ricerca del feto vitale» (Manuale di bioetica. Fondamenti ed etica biomedica, p. 798-799)

Dunque, a parte questi “dettagli”, l’articolo ignora completamente che ben due istruzioni della CDF, Donum Vitae (1987) e Dignitas Personae (2008), ricordano che l’utilizzo di “materiale biologico” di origine illecita costituisce una fattispecie morale diversa dal “solo” aborto, che soggiace a questi criteri morali fondamentali: «I cadaveri di embrioni o feti umani, volontariamente abortiti o non, devono essere rispettati come le spoglie degli altri esseri umani. In particolare non possono essere oggetto di mutilazioni o autopsie se la loro morte non è stata accertata e senza il consenso dei genitori o della madre. Inoltre va sempre fatta salva l’esigenza morale che non vi sia stata complicità alcuna con l’aborto volontario e che sia evitato il pericolo di scandalo» (Donum vitae, 83; Dignitas Personae, 35). Carrara è certo che tutto questo sia stato rispettato?

Per queste ragioni, viene respinto il cosiddetto “criterio di indipendenza”, secondo il quale sarebbe possibile avvalersi di questo “materiale biologico”, in quanto non sono stati i ricercatori o i produttori di farmaci a realizzare l’aborto, la dissezione, eccetera. Dignitas Personae è molto chiara: «Il criterio di indipendenza non basta a evitare una contraddizione nell’atteggiamento di chi afferma di non approvare l’ingiustizia commessa da altri, ma nel contempo accetta per il proprio lavoro il “materiale biologico” che altri ottengono mediante tale ingiustizia. Quando l’illecito è avallato dalle leggi che regolano il sistema sanitario e scientifico, occorre prendere le distanze dagli aspetti iniqui di tale sistema, per non dare l’impressione di una certa tolleranza o accettazione tacita di azioni gravemente ingiuste. Ciò infatti contribuirebbe a aumentare l’indifferenza, se non il favore con cui queste azioni sono viste in alcuni ambienti medici e politici».

Il giudizio morale porta dunque «al dovere di rifiutare quel “materiale biologico” - anche in assenza di una qualche connessione prossima dei ricercatori con le azioni dei tecnici della procreazione artificiale o con quella di quanti hanno procurato l’aborto, e in assenza di un previo accordo con i centri di procreazione artificiale», dovere che scaturisce da un altro dovere morale, ossia quello «di separarsi, nell’esercizio della propria attività di ricerca, da un quadro legislativo gravemente ingiusto e di affermare con chiarezza il valore della vita umana».

Questo inquadramento nel contesto contemporaneo, che appunto non valuta affatto problematico considerare il feto come una fonte di pezzi di ricambio e dunque considera normale la reificazione dei bambini nel grembo materno (mentalità che è all’origine della “cultura” dell’aborto), candidamente non si trova nell’articolo di Carrara. Come non si trova nella Nota PAV del 2017, mentre invece è la parte più importante del documento PAV del 2005. Anzi, l’autore dell’articolo ci dice proprio il contrario: nessuna cooperazione da parte di chi nel tempo utilizza questo “materiale biologico”.

Se si riconducesse il problema nel contesto reale di approvazione sociale, di tacito consenso all’uso di feti come fornitori di materiale biologico “per il bene di molti”, ci si accorgerebbe anche che l’esempio del trapianto da persona assassinata o della strada costruita dagli schiavi non calzano, precisamente perché l’omicidio e la riduzione in schiavitù sono oggi disapprovati sia giuridicamente che culturalmente. Nel primo caso, poi, Carrara darebbe lo stesso giudizio morale se esistessero associazioni legalmente riconosciute che hanno lo scopo di mantenere un contatto con sicari incaricati di uccidere persone (per altre ragioni), così da approfittare dei loro cadaveri per trarne organi e tessuti?

È veramente deprimente considerare a quali livelli siano caduti l’Osservatore Romano e la PAV, prostrandosi al servizio della dea Scienza.

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