L'IA cerca la logica che l'uomo ha rifiutato
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Il paradosso della contemporaneità è tutto qui: l'IA si addestra “fagocitando” libri. Stiamo umanizzando i modelli linguistici dell'intelligenza artificiale infondendo loro la coerenza dei nostri classici, mentre stiamo progressivamente digitalizzando i nostri figli, impoverendo la loro architettura mentale.
La notizia è questa: Anthropic ha distrutto milioni di libri per «addestrare» la sua intelligenza artificiale. D’accordo: ci siamo ormai liberati dall’ipostatizzazione dell’oggetto libro, atteggiamento che ha afflitto l’Italia del secondo dopoguerra quando, per la prima volta nella storia del nostro paese, nelle case di tutti erano presenti alcune copie di questo oggetto, una volta riservato all’élite. D’accordo anche sul fatto che, ormai, i libri non li legge più nessuno, quindi non è chissà quale danno. Tuttavia, onestamente, la notizia colpisce, indubbiamente.
Ma come mai è stato necessario sacrificare milioni di libri fisici per questo processo? È presto detto, il libro è una fonte di informazioni complessa: contiene archi narrativi lunghi, coerenza logica interna che si sviluppa per centinaia di pagine, un vocabolario curato e, soprattutto, è passato attraverso il filtro dell'editing umano. Viceversa, il materiale digitale tipico (post sui social, commenti, articoli di blog, frammenti web) è per sua natura breve, destrutturato, spesso grammaticalmente approssimativo e culturalmente superficiale. Se l’intelligenza artificiale si nutrisse solo di questo, imparerebbe a rispondere per slogan o per associazioni banali.
Ok, tutto chiaro. Nutriamo l’intelligenza artificiale con libri, e non con materiale digitale, per addestrarla a un pensiero complesso, coerente e di ampio respiro; cosa che non potrebbe avvenire con «cibo» digitale. Domanda: ma allora perché, con i nostri ragazzi, facciamo il contrario?
Se le grandi corporation della Silicon Valley affrontano cause miliardarie e scansionano ossessivamente tonnellate di carta per estrarne "dati biologici puri", la scuola e la società occidentale sembrano muoversi in direzione ostinata e contraria. Stiamo assistendo a una bizzarra inversione antropologica: l'ingegneria informatica riscopre il valore dell'antico per addestrare il futuro, mentre l'espediente educativo liquida il classico per inseguire una modernità già obsoleta.
Già notiamo come l’uso di strumenti digitali abbia ridotto la capacità di attenzione e la memoria di lavoro; cioè, esattamente, ciò che non vogliamo per l’intelligenza artificiale. La memoria di lavoro non è un semplice magazzino temporaneo, ma lo spazio cognitivo in cui i concetti vengono manipolati, confrontati e sintetizzati. Senza questa capacità di trattenere il pensiero, l'essere umano perde la facoltà di seguire un'argomentazione complessa, di cogliere l'ironia, di abitare l'ambiguità di un testo.
Le conseguenze a lungo termine di questa scelta richiamano in modo inquietante il concetto di Model Collapse descritto dalla rivista Nature per le macchine. Cosa succede quando un sistema perde l'accesso alle fonti originarie e si nutre solo di dati ricorsivi, semplificati e banali? Collassa. Perde le sfumature, dimentica i concetti rari ed eccentrici, appiattisce il linguaggio su formule ripetitive e stereotipate. Se questo è vero per l'intelligenza artificiale, lo è ancora di più per l'intelligenza umana. Se togliamo ai ragazzi i libri e li nutriamo solo di stimoli digitali di seconda o terza mano, rischiamo di produrre un «collasso cognitivo» generazionale: una progressiva perdita di profondità critica e di vocabolario.
Questo degrado della varietà semantica ha un legame diretto con un altro fenomeno che definisce la mente dei più giovani: la diffusione di un pensiero rigidamente «in bianco e nero». Quando il vocabolario si riduce e la memoria di lavoro si accorcia, la realtà non può più essere compresa nella sua complessità sfumata. Il pensiero si polarizza. Scompare la capacità di cogliere le gradazioni di grigio, i paradossi, le contraddizioni intrinseche della condizione umana e della storia. Tutto viene ridotto a dicotomie rassicuranti quanto infantili: vero o falso, buono o cattivo, mi piace o non mi piace. È la transizione dall'intelligenza critica alla logica binaria.
Mentre le macchine vengono educate alla coerenza logica interna di lungo respiro, l'essere umano viene progressivamente addestrato alla frammentazione. C'è un'ironia amara in tutto questo: i grandi modelli linguistici stanno compiendo una transizione verso una parvenza di umanità proprio grazie alla struttura profonda dei nostri testi scritti, mentre noi stiamo spingendo i nostri figli verso una forma di automazione cognitiva. Li stiamo privando della capacità di tollerare la frustrazione della lunghezza, del silenzio e dell'approfondimento.
Il paradosso della contemporaneità è tutto qui: stiamo umanizzando i modelli linguistici infondendo loro la coerenza dei nostri classici, mentre stiamo progressivamente digitalizzando i nostri figli, impoverendo la loro architettura mentale. Ci comportiamo come se la competenza digitale fosse l'obiettivo ultimo dell'evoluzione, senza accorgerci che l'unica tecnologia che merita davvero un addestramento rigoroso, profondo e incontaminato è la mente umana. Forse, prima che il collasso sia completo, dovremmo ricordarci che il libro non è mai stato solo un oggetto da idolatrare o da distruggere, ma la più potente tecnologia di addestramento dell'unica intelligenza che conta davvero: la nostra.
