Legge elettorale: tornano le preferenze e sfuma il ballottaggio
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Il Senato approva l'emendamento unitario del centrodestra sulle preferenze. Un risultato rivendicato dalla maggioranza, che però accantona il secondo turno proprio mentre aumenta l'importanza della soglia da raggiungere al primo. E si trova a fare i conti con l'ascesa di Vannacci.
Il ballottaggio si avvia verso il tramonto, le preferenze tornano nella legge elettorale ma i capilista restano bloccati: al Senato il centrodestra prova a chiudere la partita dello Stabilicum con un compromesso che evita una nuova frattura nella maggioranza, ma lascia ancora aperti i nodi più delicati. Dopo il via libera in prima lettura alla Camera lo scorso 16 luglio, il testo è ora all’esame di Palazzo Madama e la giornata segna una svolta soprattutto sul fronte delle preferenze.
L’Aula ha approvato con 97 voti favorevoli, 67 contrari e 2 astensioni l’emendamento unitario della maggioranza che consente agli elettori di esprimere fino a tre preferenze. Una scelta che Giorgia Meloni rivendica come un risultato del centrodestra e, in particolare, di Fratelli d’Italia, dopo che alla Camera la precedente proposta sulle preferenze era stata bocciata per un solo voto, in un passaggio segnato dai franchi tiratori che aveva regalato alle opposizioni un inatteso successo politico. «Le preferenze, nel voto per il Parlamento, mancavano dal 1993, cioè da quasi 35 anni. Oggi tornano perché il centrodestra ha scelto di reintrodurle, su proposta di FdI», ha rivendicato la premier. Ma la maggioranza non ha accettato di fare l’ultimo passo chiesto dalle opposizioni: quello delle preferenze senza vincoli sui capilista. Il sub-emendamento presentato dal senatore Pd Dario Parrini, che puntava a cancellare i capilista bloccati, è stato respinto con 68 voti favorevoli e 99 contrari. Il governo aveva rimesso la decisione all’Aula, ma Fratelli d’Italia ha scelto di difendere l’intesa raggiunta all’interno della coalizione. Il risultato è una formula ibrida: l’elettore potrà scegliere fino a tre candidati, ma all’interno di un listino di sette nomi, con alternanza di genere, mentre il capolista resta deciso dal partito. È il punto di equilibrio trovato dal centrodestra per evitare che il tema delle preferenze tornasse a diventare un detonatore politico.
Per il governo, dunque, la giornata produce un risultato concreto: le preferenze vengono reintrodotte e la maggioranza dimostra di essere in grado di votare compatta quando è in gioco un accordo politico condiviso. Ma il vero dossier che rischia di condizionare la legge elettorale è un altro: il ballottaggio. L’ipotesi di un secondo turno era stata rilanciata con un emendamento a prima firma di Marcello Pera, con l’obiettivo di garantire una maggioranza certa nel caso in cui nessuna coalizione fosse riuscita a superare la soglia prevista per ottenere il premio di maggioranza. Ora, però, quella strada sembra essersi fermata. La maggioranza avrebbe infatti scelto di rinunciare al ballottaggio, una decisione che ha una motivazione politica oltre che tecnica. Il secondo turno avrebbe potuto diventare un fattore di instabilità negli equilibri del centrodestra, soprattutto in presenza di una forza capace di raccogliere voti nell’area più a destra senza entrare nella coalizione. Il riferimento è inevitabilmente a Roberto Vannacci, ormai accreditato di un consenso che potrebbe arrivare intorno al 7 per cento. La sua presenza modifica i calcoli della maggioranza. Senza ballottaggio, infatti, il centrodestra deve riuscire a raggiungere direttamente al primo turno la soglia necessaria per ottenere il premio. E se quella soglia resta fissata al 42 per cento, ogni voto sottratto alla coalizione può diventare decisivo.
È il paradosso della legge che la maggioranza sta costruendo: proprio mentre si rinuncia al ballottaggio per evitare il rischio di un secondo turno, aumenta l’importanza della soglia da raggiungere al primo. Ed è qui che si apre il secondo grande fronte della trattativa. Il testo prevede attualmente il 42 per cento, ma Fratelli d’Italia vorrebbe scendere al 41, mentre Forza Italia punta al 43. La differenza è apparentemente minima, ma politicamente può essere enorme. Una soglia più bassa renderebbe più agevole per il centrodestra ottenere il premio anche in presenza di una forte concorrenza nell’area di destra; una soglia più alta renderebbe invece più difficile trasformare il primo posto nelle urne in una maggioranza parlamentare. La scelta del numero, quindi, sarà tutt’altro che un dettaglio tecnico. Sarà una delle decisioni destinate a definire il funzionamento dell’intero sistema.
Anche perché, parallelamente, si lavora sulle piccole liste. L’ipotesi è quella di abbassare dall’attuale 3 per cento all’1 per cento la soglia che consente alle formazioni minori di contribuire alla distribuzione dei seggi nell’ambito delle coalizioni. In sostanza, verrebbe ampliato lo spazio per le liste che non raggiungono il 3 per cento ma che ottengono comunque un consenso significativo. Una modifica che accentuerebbe il carattere proporzionale della legge e aumenterebbe la rappresentatività, ma che potrebbe contemporaneamente rendere più complesso il raggiungimento della soglia per il premio di maggioranza.
La maggioranza deve tenere insieme esigenze diverse: da una parte vuole garantire governabilità e una maggioranza parlamentare solida, dall’altra deve evitare che il sistema finisca per penalizzare proprio la coalizione che oggi lo sta scrivendo. La Lega e Forza Italia hanno interessi non sempre coincidenti con quelli di Fratelli d’Italia, e la discussione sulla soglia del premio ne è la dimostrazione più evidente. Meloni punta ad arrivare all’approvazione della riforma e, secondo i retroscena circolati nelle ultime ore, avrebbe fatto pesare anche la possibilità di elezioni già a gennaio qualora gli alleati dovessero ostacolare il percorso. Una pressione che serve a ricordare che la legge elettorale non può diventare il terreno di una guerra intestina al governo.
La conseguenza politica è chiara: se non ci sarà un secondo turno, la partita si deciderà tutta al primo. E in quel primo turno ogni punto percentuale peserà molto più di quanto peserebbe in un sistema con ballottaggio. Il 41, il 42 o il 43 per cento non saranno dunque semplici numeri scritti nella legge, ma la soglia che potrebbe separare una vittoria piena da un Parlamento senza una maggioranza certa.
Con Vannacci potenzialmente intorno al 7 per cento, salvo crescite ulteriori, la destra dovrà fare i conti con una variabile che fino a poco tempo fa non era nei calcoli della maggioranza. Il centrodestra, per ora, ha trovato un accordo sulle preferenze e sembra aver scelto di rinunciare al ballottaggio. Ma la partita vera, quella sulla soglia del premio e sulla capacità di trasformare il consenso elettorale in una maggioranza parlamentare, deve ancora essere giocata. E potrebbe essere proprio questa la parte più difficile della riforma.
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