Legge elettorale, il centrodestra prova a forzare la mano
Una nuova legge elettorale che introduce un premio di maggioranza alla coalizione vincente, con un numero fisso di parlamentari assegnati al vincitore. E soglia di sbarramento al 3%. Un equilibrio difficile fra maggioritario e proporzionale.
Il dibattito politico di questi giorni sulla proposta di riforma della legge elettorale voluta dal centrodestra si è acceso come raramente accade quando si mette mano alle regole del gioco democratico, perché la posta in palio non è soltanto tecnica ma profondamente politica. Il governo guidato da Giorgia Meloni punta a introdurre un sistema ribattezzato “Stabilicum”, un meccanismo che prevede un premio di maggioranza in cifra fissa, 70 seggi alla Camera e 35 al Senato, alla coalizione che arriva prima.
Secondo il politologo Roberto D'Alimonte, però, il punto critico non è il premio in sé, bensì la sua configurazione: non una soglia percentuale massima, come accadeva con il Porcellum, che fissava un tetto al 54 per cento dei seggi, ma un numero fisso che potrebbe spingere la coalizione vincente vicino al 60 per cento dei parlamentari, considerando anche le circoscrizioni estere e le autonomie speciali. Una distorsione che diversi costituzionalisti giudicano eccessiva e potenzialmente in contrasto con i principi di rappresentanza sanciti dalla Carta.
La mossa dell’esecutivo arriva a un anno dal voto e, secondo molti osservatori, nasce dal timore che con l’attuale Rosatellum si possa verificare uno scenario di stallo, soprattutto al Senato, se Partito Democratico e Movimento 5 Stelle decidessero di presentarsi uniti, evitando l’errore del 2022. In quel caso si potrebbe determinare un pareggio tra blocchi, con una delle due Camere senza una maggioranza chiara (alla Camera nessuno mette in dubbio al momento la vittoria del centrodestra) e il rischio concreto di un governo di larghe intese o di un esecutivo istituzionale, soluzione che nessuno schieramento auspica apertamente ma che incombe come spettro sulla legislatura.
È proprio su questo punto che si concentra una delle critiche più forti: cambiare le regole a ridosso del voto per paura di non vincere appare a molti un azzardo istituzionale, tanto più in un Paese che negli ultimi trent’anni ha già cambiato quattro leggi elettorali senza trovare un equilibrio stabile. Dal Mattarellum del 1993, sistema misto con forte componente maggioritaria, al Porcellum del 2005, fino all’Italicum voluto da Matteo Renzi e poi corretto dalla Consulta, per arrivare al Rosatellum del 2017, ogni riforma è stata presentata come definitiva e ogni volta è stata superata, spesso lasciando sul terreno più polemiche che stabilità e senza portare particolare fortuna politica ai suoi promotori.
Il nuovo progetto introduce anche un ballottaggio tra coalizioni qualora nessuna superi una certa soglia, ma per D’Alimonte si tratterebbe di un meccanismo poco realistico, un “ballottaggio farlocco” pensato più come compensazione politica che come reale strumento di governabilità, con il rischio nel medio periodo di incentivare la nascita di terze forze intenzionate a far fallire l’assegnazione del premio e a far scattare un riparto interamente proporzionale dei seggi.
Sullo sfondo c’è pure il tema delle preferenze: l’assenza di collegi uninominali e la presenza di liste bloccate rafforzerebbero l’idea di un Parlamento di nominati, alimentando la distanza tra elettori e rappresentanti e forse anche l’astensionismo. D’Alimonte, pur non essendo un sostenitore entusiasta delle preferenze, suggerisce almeno l’adozione di liste flessibili che consentano agli elettori di modificare l’ordine deciso dalle segreterie, restituendo un minimo di scelta senza frammentare eccessivamente il quadro.
Altro nodo delicato è la soglia di sbarramento al 3 per cento, che potrebbe lasciare fuori figure come Roberto Vannacci o Carlo Calenda, con effetti politici non secondari: l’eventuale inclusione di Vannacci nella coalizione di centrodestra potrebbe portare voti aggiuntivi ma anche allontanare dal fronte meloniano una parte dell’elettorato moderato, mentre l’esclusione di forze centriste rischierebbe di ridurre ulteriormente lo spazio della rappresentanza. Il risultato è un confronto acceso in cui si mescolano calcoli di convenienza immediata e questioni di principio, timori di ingovernabilità e accuse di forzature costituzionali, in un clima già segnato dalla sfiducia verso la politica.
Ancora una volta l’Italia si interroga su quale sia il giusto equilibrio tra rappresentanza e governabilità, tra premio alla coalizione vincente e tutela delle minoranze, consapevole che ogni legge elettorale produce effetti politici concreti e che nessuna formula è neutrale. La storia recente dimostra che le riforme nate per consolidare il potere di chi governa possono trasformarsi in boomerang, e che la stabilità non si costruisce solo con un premio di maggioranza ma con un consenso largo e riconosciuto.
In questo senso il dibattito di queste ore va oltre la tecnica legislativa e tocca il cuore del sistema democratico, perché stabilire come si vota significa decidere come si esercita la sovranità popolare e quale forma assumerà il prossimo Parlamento.
