• LA MANOVRA

Legge di bilancio: piccoli passi e manca il coraggio

Eliminati i provvedimenti più populisti, come la tassa sulla plastica o sullo zucchero, cosa resta della legge di bilancio approvata in extremis sotto Natale? Poco o nulla. Solo una legge fatta da una serie di piccoli interventi inconcludenti.

Approvazione della legge di bilancio

Il copione non è minimamente cambiato rispetto agli ultimi anni. La legge di bilancio, quella che nel secolo scorso si chiamava “legge finanziaria”, è stata approvata dopo un faticoso iter parlamentare e lunghe discussioni, ma alla fine sulla base di un maxi-emendamento elaborato dal Governo e che è stato approvato all’ultimo minuto con un doppio voto di fiducia, e quindi senza la possibilità di modifiche.

Rispetto alle proposte di partenza vi sono stati comunque significativi cambiamenti determinati anche dalle polemiche che hanno suscitato misure come l’aumento delle tasse sulle auto aziendali e l’introduzione di nuove imposte sullo zucchero e sugli imballaggi di plastica. Misure che erano state dettate da un’ideologia sostanzialmente punitiva verso le imprese e su cui il Governo ha dovuto fare marcia indietro quando qualcuno ha spiegato agli sprovveduti ministri che il costo delle conseguenze economiche di questi interventi sarebbe stato molto più rilevante del gettito atteso.

Nel suo complesso la legge di bilancio appare la somma di tanti piccoli interventi con pochi contenuti innovativi e con molte omissioni su temi importanti. Lo dimostrano, tra le tante altre cose, i tagli che sono stati decisi per il sostegno alle università, tagli che hanno determinato le dimissioni del ministro dell’Istruzione Lorenzo Fioramonti. Lo dimostrano le proteste delle associazioni impegnate nella cooperazione internazionale che hanno sottolineato con forza come si riduca sempre di più il rapporto tra aiuto allo sviluppo e ricchezza nazionale, rapporto che solo tre anni fa era a quota 0,4% e che ora è sceso a 0,25% allontanandosi sempre di più da quello 0,7% che era alla base degli Accordi di Parigi. Lo dimostrano il rinvio all’anno prossimo delle cosiddette “clausola di salvaguardia”, cioè degli impegni per il riequilibrio dei conti pubblici, impegni che avrebbero dovuto comportare un aumento dell’Iva per 23 miliardi e che, pur se rinviati, restano come una spada di Damocle sul futuro.

La legge di bilancio è fatta di tante piccole misure, molte sicuramente positive come il bonus bebè o gli incentivi per il risanamento delle facciate delle case, ma l’insieme delle quali non configura nessun particolare disegno strategico per affrontare i grandi problemi del momento. Come ha scritto Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera: “restano fuori possibili impegni volti ad affrontare i nostri più urgenti problemi sistemici: dalle tante crisi aziendali alle carenze delle nostre infrastrutture materiali ed immateriali, alla nostra presenza nel tormentato mercato internazionale, all’ambiguo rapporto fra pubblico e privato e nella dinamica del sistema di imprese. E non c’è bisogno di altri esempi per confermare la quasi inesistenza nel documento di una adeguata attenzione al delicatissimo momento del nostro sistema”.

La legge di bilancio ha la prerogativa di avere una corsia preferenziale in Parlamento ed è per questo che negli anni si è trasformata in un treno in cui agganciano una serie di vagoni senza alcuna coerenza l’uno con l’altro. Con un occhio alla ricerca di consenso spicciolo e cercando il più possibile di non dare argomenti all’opposizione. Non ci sono quindi particolari misure di taglio alle spese e non si è avuto il coraggio di rivedere le due misure che hanno caratterizzato il precedente governo: quota 100 e reddito di cittadinanza. Due misure che hanno pesato e continuano a pesare sui conti pubblici e che hanno palesemente fallito l’obiettivo di offrire maggiori opportunità di lavoro.

E’ mancato il coraggio, ma soprattutto è mancata una visione del futuro. Una legge di bilancio fatta di piccoli passi, non sempre nella direzione giusta.