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Guerra asimmetrica

Le tre lezioni del conflitto tra Stati Uniti e Iran

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A quattro mesi dall’attacco di Israele e USA all’Iran, lo stallo attorno allo Stretto di Hormuz dimostra il valore del controllo delle rotte marittime nell’era dei droni, svela le fragilità dell’asse Teheran-Mosca-Pechino e accelera il disimpegno americano dall’Europa.

Esteri 12_06_2026
Navi ancorate nello Stretto di Hormuz (ISNA via AP via LaPresse)

Il prossimo 28 giugno segnerà il traguardo dei quattro mesi dall'inizio delle ostilità tra Washington e Teheran. Una scadenza che impone l’esigenza di tirare provvisoriamente le somme su quanto accaduto finora nello scacchiere mediorientale, isolando in particolare tre lezioni fondamentali che questo scontro di logoramento ci ha già consegnato.

L'attacco israeliano-statunitense dello scorso 28 febbraio si è distinto sin da subito per l’ambiguità delle sue motivazioni – oscillanti tra lo smantellamento del programma nucleare e il cambio di regime a Teheran – e per una strategia tutt’altro che lineare. Altrettanto ambiguo è apparso il ruolo di Israele nell’opera di convincimento del presidente Donald Trump: Tel Aviv ha inizialmente partecipato all’offensiva a fianco di Washington, per poi ripiegare sul complicato fronte libanese. Un dato pacifico è invece il fallimento delle previsioni del tycoon di vedere la fine delle ostilità in tempi brevi. Nonostante i pesanti colpi assestati alla leadership iraniana, che hanno causato la morte dell’ex guida suprema Ali Khamenei e di altre figure chiave dell’apparato di sicurezza e di governo, Teheran è riuscita a ricompattarsi e a rispondere con prontezza e acume strategico.

La contro-offensiva iraniana si è direzionata su due assi principali: l’estensione del conflitto verso i vicini Paesi del Golfo e la chiusura dello Stretto di Hormuz. La carta su cui ha scommesso Teheran per attuare tutto ciò le è stata suggerita dall’elemento più immediato che un sano apparato di difesa e di governo ha il dovere di conoscere a menadito: la geografia. Bloccare lo Stretto di Hormuz – da dove transita circa il 20% del greggio mondiale e una quota analoga di gas liquefatto – e colpire le infrastrutture strategiche delle monarchie del Golfo, equivale a "isolare" Stati Uniti e Israele tramite la minaccia di strozzare l’economia globale, mettendo a rischio investimenti ed economie nazionali. Da allora la situazione naviga nell’incertezza più assoluta, in attesa che si sblocchi qualcosa sul fronte negoziale. A pesare è soprattutto lo stallo riguardante lo Stretto di Hormuz, che rende le sorti dell’economia globale alquanto in bilico. Intanto, sul fronte interno Trump ha registrato un pesante smacco alla Camera dei Rappresentanti. Il 4 giugno è stata infatti approvata una risoluzione, promossa dai democratici, in cui si chiede il ritiro delle truppe statunitensi mobilitate per il conflitto iraniano. Non è tanto la decisione in sé a preoccupare il presidente statunitense, che naturalmente porrà il veto, quanto le tempistiche in cui si è deciso di presentarla e, soprattutto, il fatto che tra i voti favorevoli (215) ve ne fossero quattro provenienti dalle file repubblicane.

Ma venendo alle tre lezioni da cui trarre insegnamento, vediamo brevemente quali sono:

1. Chi controlla le rotte strategiche ha già vinto una guerra a metà, anche nell’era dei droni e dei sistemi d’arma autonomi e, soprattutto, anche se si ha di fronte la più grande potenza globale.

È una lezione non nuova, a ben vedere, su cui il Regno Unito ha fondato un impero, ma che forse gli Stati Uniti hanno ingenuamente interpretato in maniera rigida. Il navigatore e corsaro britannico sir Walter Raleigh soleva dire che «chi domina il mare domina il commercio del mondo, e a chi domina il commercio del mondo appartengono tutti i tesori del mondo e il mondo stesso». Ora, l’Iran non è certamente una potenza di mare, ma la frase appena letta può essere applicata anche in questo caso, soprattutto se si considera che il controllo delle rotte e il possesso di basi di appoggio costituiscono due facce della stessa medaglia. Nel caso in questione, l’Iran controlla lo Stretto di Hormuz e tramite il gruppo armato degli Houthi, presente sulla sponda occidentale dello Yemen, esercita una pressione considerevole sul Canale di Suez, pronta ad essere intensificata non appena Teheran lo ordini. Capitalizzare le caratteristiche naturali del proprio territorio: è questa la strategia che permette alla dirigenza iraniana di resistere. C'è da chiedersi, en passant, se tale approccio non possa offrire qualche spunto di riflessione anche alla classe politica italiana, risvegliandola da un torpore decennale e da una cronica sfiducia nel ruolo strategico che la Penisola potrebbe esercitare nel cuore del Mediterraneo.

2. Il fronte di Stati alternativi all’Occidente fatica ad affermarsi e presentarsi come blocco coeso, soprattutto nella percezione esterna.

All’indomani dell’attacco israeliano-statunitense sia Mosca che Pechino hanno condannato «l’aggressione ingiustificata» all’Iran, esprimendo «grave preoccupazione» e chiedendo la cessazione immediata delle ostilità. Russia e Cina hanno fornito e continuano a fornire a Teheran armamenti e tecnologia, evitando al contempo di offrire un supporto diretto nelle operazioni militari. Questo aspetto è probabilmente uno dei «punti deboli» del cosiddetto «asse dello sconvolgimento», come è stato ribattezzato nel 2024 sulla rivista Foreign Affairs.

«Il gruppo non è un blocco esclusivo e non certo un’alleanza», si legge nell’articolo di Andrea Kendall-Taylor e Richard Fontaine, piuttosto «si tratta […] di un insieme di Stati insoddisfatti che convergono sullo scopo condiviso di ribaltare i principi, le regole e le istituzioni che sono alla base del sistema internazionale prevalente». Uno scopo comune, però, necessita di essere definito; di darsi un coordinamento per difenderlo e promuoverlo; di esprimere una leadership (anche condivisa) che sia in grado di perseguirlo. Tutti elementi che ad oggi non vi sono. Come rileva l’analista Silvia Boltuc, «ci si avvicina a una “soglia minima di credibilità”. Per preservare il proprio status di validi contrappesi all’Occidente», Mosca e Pechino in primis necessitano di essere «percepiti» come attori che non offrono soltanto un supporto passivo ai partner strategici, ma un apporto attivo, intervenendo anche direttamente nei conflitti.

3. L’assenza di consultazione con gli alleati europei, nella fase precedente all’attacco iraniano, sancisce la ridefinizione delle priorità globali degli Stati Uniti (e il conseguente disimpegno dall’Unione Europea), offrendo all’UE un’opportunità da non lasciarsi sfuggire.

Secondo quanto rivelato il 26 maggio dal quotidiano tedesco Der Spiegel, gli Stati Uniti intendono ridurre significativamente il loro arsenale militare nel continente europeo. Si tratta di un piano ampiamente anticipato da Trump, che da mesi accusa i partner europei di non contribuire abbastanza alla spesa militare della Nato. La Germania è stata il primo Paese a rispondere "presente" alla sfida lanciata dal tycoon, varando una riforma della difesa definita «storica», con l’obiettivo di costruire l’«esercito convenzionale più potente d’Europa entro il 2039». Gli Stati europei si trovano dunque a fare i conti con una triplice sfida: strategica, industriale e politica. D’altra parte, la struttura organizzativo-militare dell’Alleanza Atlantica è ampiamente collaudata, rappresentando un facilitatore decisionale da non sottovalutare. Certo, le sfide restano complesse, soprattutto quella politica, ma l’occasione di costruire una Nato 3.0 a trazione europea, tramite una base di accordi minimi, potrebbe rappresentare l’ultima occasione per l’UE di provare a contare ancora qualcosa all’interno dello scacchiere internazionale.