L'avanzata degli Houthi svela la debolezza dell'Arabia Saudita
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Riad lasciata sola dagli Stati Uniti sta subendo un rovescio militare e gravi danni economici per l'avanzata dei miliziani sciiti, che sta provocando anche una crisi umanitaria. L'Arabia Saudita potrebbe non essere in grado entro pochi giorni di esportare petrolio.
Dopo la Russia nei confronti dell’Ucraina e l’asse Stati Uniti-Israele nei confronti dell’Iran, il paradosso delle grandi potenze militari messe in scacco da nemici sulla carta molto più deboli si rinnova nel confronto militare tra Arabia Saudita e le milizie Houthi yemenite del movimento scita Ansar Allah.
L’alleanza araba guidata da Riad e Abu Dhabi aveva già fallito il tentativo di sconfiggere gli Houthi sostenendo il governo yemenita nella guerra civile scoppiata nel 2015 ma la ripresa delle ostilità tra sauditi e Ansar Allah questa estate, evento indirettamente collegato alla prolungata crisi nel Golfo Persico e nello Stretto di Hormuz, ha avuto negli ultimi giorni sviluppi militari e risvolti energetici sconcertanti.
Dopo aver colpito installazioni petrolifere e interrotto l’oleodotto che porta il greggio saudita a terminal del Mar Rosso che consentiva a Riad di mantenere un importante export anche nelle attuali condizioni di semi-chiusura dello Stretto di Hormuz, Ansar Allah ha messo in luce la debolezza militare e la vulnerabilità strategica della monarchia araba, nazione che è da anni tra le prime al mondo per spesa militare
Con una offensiva terrestre senza precedenti gli Houthi hanno conquistato in 48 ore tutta la costa del Mar Rosso e l’immediato entroterra assumendo il controllo della città portuale di Mocha e dell'isola di Perim, all'imboccatura dello stretto di Bab el-Mandeb, una delle rotte mondiali più importanti per il trasporto di petrolio e merci.
Le forze governative yemenite hanno ammesso di aver perso più di 500 soldati in un mese di combattimenti sulla costa occidentale del Mar Rosso. Nella dichiarazione, le forze governative accusano Ansar Allah di aver condotto l'offensiva con il sostegno dei Guardiani della rivoluzione iraniani e dei loro alleati. Il testo ripreso dall'emittente non fornisce dettagli sulla natura di tale sostegno che l’Iran nega di aver fornito così come nega di avere il controllo del movimento sciita yemenita.
Con questa offensiva gli Houthi hanno concluso la tregua in vigore dal 2022 con le forze del governo riconosciuto e sostenuto dalle potenze regionali arabe che relegava Ansar Allah a controllare solo in nord dello Yemen. Il dilagare dei miliziani sciiti, che minacciano ora di puntare verso Aden e le coste dell’Oceano Indiano, ha già costretto oltre 100.000 civili a lasciare le proprie case
Le Nazioni Unite hanno messo in guardia dal rischio di un devastante ritorno alla guerra e di una catastrofe umanitaria nel Paese mente l'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni valuta in almeno 76.000 gli sfollati tra luglio e agosto a cui si sarebbero aggiunti negli ultimi giorni altre 30.000 persone mentre oltre 2.000 persone sono fuggite in barca dallo Yemen verso Gibuti.
Sul piano strategico il vero danno subito da Riad riguarda la grande infrastruttura energetica che attraverso la Penisola Arabica da est a ovest. Costruito mezzo secolo fa, l'oleodotto saudita Est-Ovest che si estende nel deserto del Paese per raggiungere il Mar Rosso è tornato ad avere una grande rilevanza con la crisi di Hormuz e le continue scaramucce tra statunitensi e iraniani nel Golfo Persico.
Con una capacità di 7 milioni di barili al giorno garantiva a Riad di poter continuare esportare greggio in forti quantità: il suo danneggiamento ha quindi un impatto anche economico che si riflette già sulla limitata disponibilità globale di greggio determinando aumenti di prezzo ovunque con il petrolio stabile al di sopra dei 100 dollari al barile.
I terminal di Yanbu Nord e Yanbu Sud, sul Mar Rosso sono a tiro dei missili e dei droni degli Houthi (che hanno persino raggiunto Tel Aviv) e in questi mesi hanno alimentato soprattutto le economie asiatiche (Giappone, India, Cina e Corea del Sud), le più penalizzate dalla guerra contro l’Iran.
L'Arabia Saudita esaurirà le proprie scorte di petrolio destinate all'esportazione se non riattiverà entro pochi giorni il suo principale oleodotto verso il Mar Rosso con una conseguente perdita fino al 4% dell'offerta globale, secondo acquirenti di petrolio saudita e operatori del settore. Lo scriveva ieri la Reuters valutando che Riad non ha fornito informazioni dettagliate sull'entità dei danni né su quanto tempo resterà fuori servizio. Alcune fonti stimano che riparare i danni potrebbe richiedere da cinque a sei settimane, mentre un'altra valuta che l'oleodotto potrebbe essere ripristinato prima e potrebbe riprendere a pompare parzialmente anche mentre i lavori di riparazione sono ancora in corso.
Gli Houthi non sembrano però voler ostacolare la navigazione commerciale nello Stretto di Bab el Mandeb e hanno reso noto che le uniche navi a cui sarà impedito l'accesso sono quelle saudite. Le navi di qualsiasi altro Paese sono libere di transitare, secondo una dichiarazione rilasciata dal gruppo. Una precisazione che probabilmente spiega quanto accaduto a livello diplomatico nelle ultime ore.
Secondo il canale digitale americano Axios, il principe saudita Mohamed Bin Salman ha chiamato due volte Trump il 10 settembre per chiedere agli Stati Uniti di attaccare gli Houthi sostenendo lo sforzo bellico di Riad ma l'ipotesi è stata respinta da Washington. Trump ha affermato sabato che i ribelli Houthi hanno chiesto a Washington di non intervenire nel conflitto yemenita ma il movimento Ansar Allah ha negato di aver avuto relazioni con le autorità di Washington.
L'ammiraglio Brad Cooper, comandante del Central Command statunitense, ha tenuto nei giorni scorsi incontri urgenti di coordinamento in Arabia Saudita, dove secondo la CNN ci sono «100-200 consiglieri militari Usa» che aiutano le forze saudite soprattutto in materia di intelligence, targeting (individuazione degli obiettivi) e dati satellitari, ma la Casa Bianca sembra voler mantenere la tregua con gli Houthi in vigore dal maggio 2025 basata sull’assenza di incursioni americane sullo Yemen e la rinuncia di Ansar Allah ad attaccare mercantili statunitensi nello Stretto di Bab el Mandeb.
Una decisione che lascia sola Riad, che finora non ha chiesto l’attivazione della nuova alleanza stipulata in agosto a La Mecca con Turchia e Pakistan, né della coalizione navale di difesa del Mar Rosso composta da 14 Paesi, tra cui Turchia, Pakistan, Egitto, Sudan e Gibuti, tutti evidentemente restii a farsi coinvolgere nell’infinita e logorante guerra yemenita.
Del resto anche la crisi di Hormuz non sembra avviarsi verso una soluzione in tempi rapidi. Da New Delhi, dove è in corso il vertice Brics, il presidente iraniano Massoud Pezeshkian ha avvisato che le pressioni degli Stati Uniti su Teheran hanno «raggiunto una fase critica e pericolosa».


