• MIGRAZIONI

Lampedusa, il silenzio di Eritrea e Somalia

«Una scena raccapricciante che offende l’Occidente e l’Europa» dice il vicepremier Alfano sulla tragedia di Lampedusa. Ma il silenzio dei governi di Eritrea e Somalia la dice lunga.

Hasan Sheikh Mohamud, Somalia

Dopo la tragedia di Lampedusa e il focus del 3 ottobre "Migrazioni, alle radici della colpa", pubblichiamo il primo di una serie di articoli sulle cause e responsabilità che sono alla base di tragedie come quella di Lampedusa, tragedie che iniziano dal Paese da cui questi emigranti scappano.

 

Il loro viaggio dura mesi se non anni e inizia a molte migliaia di chilometri dalle coste italiane. Sono i somali e gli eritrei che fuggono rispettivamente da una delle più lunghe guerre e dalla peggiore delle dittature del continente africano. Ne era carico il battello naufragato nel Mediterraneo nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2011. Trasportava 300 emigranti, soltanto 54 si sono salvati. Due anni e mezzo dopo, il dramma si è ripetuto: 500 somali ed eritrei su un battello che prende fuoco e, per ora, solo 155 superstiti.

I mass media riportano il commento del vice-premier Angelino Alfano: «ho visto i corpi, una scena raccapricciante che offende l’Occidente e l’Europa. Spero che la divina provvidenza abbia voluto questa tragedia per far aprire gli occhi all’Europa».

Alle parole accorate di Alfano recatosi sul posto fanno da eco, su tutti i mass media nazionali, quelle del presidente della repubblica Giorgio Napolitano, del presidente del consiglio Enrico Letta, del sindaco di Lampedusa Giusi Nicolini e di tante altre personalità politiche italiane. Per contro, risalta, a dir poco sconcertante, l’assenza e il silenzio del governo somalo e di quello eritreo. Se gli ambasciatori a Roma dei due paesi si sono precipitati a Lampedusa per essere vicini ai loro connazionali, i mass media italiani non se ne sono curati né si sono dati la pena di riportare i loro commenti. Se la Farnesina ha ricevuto concitati messaggi dai capi di stato e di governo di Somalia ed Eritrea, affranti per l’accaduto, ansiosi di conoscere l’identità degli emigranti, di prestare soccorso ai connazionali superstiti e di garantire degna sepoltura alle vittime, neanche questo è trapelato.

A meno che non sia successo. Perché, ad esempio, anche Radio Shabelle, una delle maggiori emittenti somale, parla del naufragio citando numerose dichiarazioni tra cui quelle del premier Letta, del ministro Bonino, di Papa Francesco, dell’Alto Commissario Onu per i rifugiati Antonio Guterres, ma, almeno nelle notizie in lingua inglese, nessuna da parte delle autorità somale.

E allora forse è questa la prima realtà su cui l’Europa deve aprire gli occhi, come auspica il vice-premier Alfano: quella di governi assenti quando una tragedia immane colpisce i loro cittadini.

Che il governo dell’Eritrea manchi ai suoi doveri non fa meraviglia. Il regime instaurato da Isaias Afewerki, il leader della guerra di secessione dall’Etiopia, è uno dei più repressivi e autoritari del mondo. Dall’indipendenza, nel 1993, gli eritrei non sono mai andati alle urne. Vivono isolati dal mondo, privi di diritti e libertà personali, il paese trasformato in una prigione a cielo da cui è difficile fuggire e in una enorme caserma dal momento che uomini e donne sono obbligati a un servizio militare a tempo indeterminato che il governo ha facoltà di imporre con il pretesto dello stato di guerra con paesi vicini. Lo scorso maggio migliaia di profughi eritrei ospitati nel campo di Berahle, in Etiopia, hanno organizzato una manifestazione di protesta, impensabile in patria, per richiamare l’attenzione del mondo sul dramma eritreo e rinnovare la richiesta all’Onu, già altre volte formulata, di denunciare alla Corte penale internazionale le violazioni dei diritti umani commesse dal loro governo. La mano del regime raggiunge pesino gli emigranti imponendo loro, tramite i consolati, una tassa del 2% sui redditi e sulle rimesse – la cosiddetta “tassa della diaspora” – e minacciando chi rifiuta di ritorsioni sui famigliari rimasti in patria. Secondo Popoli, la rivista dei gesuiti italiani, anche i consolati eritrei in Italia esigono il pagamento della “tassa della diaspora”. È incalcolabile il numero di eritrei che neanche raggiungono le coste del Mediterraneo, ma muoiono cercando di attraversare il deserto del Sahara o finiscono in mano ai predoni nel Sinai o, ancora, periscono tentando la rotta di fuga più pericolosa, il Golfo di Aden, verso lo Yemen.

Quanto alla Somalia, dal 1991, anno della caduta del dittatore Siad Barre, il paese non ha conosciuto pace, conteso dai clan in cui la popolazione è divisa, terreno di conquista dell’islam integralista. Però i suoi leader, durante la conferenza internazionale svoltasi a Bruxelles il 16 settembre, hanno assicurato il mondo delle loro buone intenzioni, presentando l’immagine di un paese ormai pacificato, governato da istituzioni democratiche, intento a un “New Deal” per la realizzazione del quale mancavano solo i fondi: che la comunità internazionale ha generosamente offerto in ragione di 1,8 miliardi di euro, il doppio di quello che gli organizzatori del summit speravano di ottenere. Si è taciuto in quell’occasione sulla minaccia rappresentata da al Shabaab, i terroristi legati ad Al Qaeda ancora capaci di controllare vaste estensioni di territorio, e sulla corruzione sfrenata che fa sparire il 70% degli aiuti finanziari forniti dalla cooperazione internazionale. Se i donatori credono al “New Deal” somalo, non così i molti somali che continuano a emigrare diffidando delle promesse di una classe politica che per tutta la vita li ha ignorati: e che, come sembra dimostrare la tragedia di Lampedusa, li ignora anche nella morte