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CERNOBBIO

La storia, questa sconosciuta. Tutte le distorsioni di Vannacci e Schlein

Al forum di Cernobbio abbondano le citazioni storiche. Ma Vannacci dà una sua interpretazione della battaglia di Stalingrado che sa di storiografia riscritta ad uso sovietico. Mentre la Schlein vanta il massacro di Dongo (e piazzale Loreto) con la consueta brutalità della sinistra.

Politica 09_09_2026
Elly Schlein a Cernobbio (La Presse)

A margine del Forum di Cernobbio e del duello tra Mario Monti e Roberto Vannacci, nonché alle inevitabili ricadute polemiche, ci si può limitare a individuare alcune manipolazioni della Storia, ormai così frequenti da non scandalizzare più nessuno.

In quel consesso il generale Vannacci ha evocato la battaglia di Stalingrado tracciando un parallelo tra l’immutabilità della struttura dell’Unione europea e il destino della Sesta armata tedesca annientata nel 1943. «Una competenza europea – dice Vannacci - non deve diventare irreversibile soltanto perché una volta è stata trasferita a Bruxelles, ma ormai non possiamo cambiare. Qualcuno invoca la linea di non ritorno, quella che ha costretto von Paulus a perdere la Sesta armata nell'assedio di Stalingrado per una situazione tattica che ormai era chiarita».

La verità storica è molto diversa. Nell’offensiva estiva del 1942 Hitler si intestardì a voler raggiungere i pozzi petroliferi del Caucaso con il Gruppo Armate A  (Prima armata panzer e Diciassettesima armata). Quando la Sesta armata e metà della Quarta vennero accerchiate a Stalingrado nel dicembre 1942, i generali tedeschi persuasero Hitler ad adoperare la resistenza di queste grandi unità, ormai perdute, per consentire il ripiegamento del Gruppo armate A, comandato da Ewald von Kleist: altrimenti sarebbero state perse tre armate e non una e mezza.

In effetti è sorprendente che un generale citi in modo così improprio e strumentale una campagna militare così importante, ma Vannacci non è nuovo a queste manipolazioni. Quando rivendica l’appartenenza e le tradizioni della Decima flottiglia MAS (e quindi degli incursori di marina) alla cultura fascista Vannacci omette consapevolmente di dire che, su trentadue operatori della Prima, Seconda e Decima MAS, insigniti di medaglia d’oro al valor militare, dodici sono stati decorati alla memoria, sette si sono arruolati nella Repubblica Sociale o sono rimasti in prigionia senza aderire al regno del Sud, mentre ben tredici scelsero di tornare a combattere contro i nazifascisti. Un’onestà intellettuale imporrebbe di fornire dati completi, così come di ricordare che i paracadutisti non sono un feudo culturale fascista: ma nessun antifascista in servizio permanente effettivo può controbattere il Vannacci perché nessuno sa dello sfondamento della Linea Gotica operato dalla Folgore per la conquista di Bologna e nessuno ha sentito parlare dell’operazione “Herring” quando poche centinaia di paracadutisti seminarono distruzione e caos tra i tedeschi in ritirata nell’aprile 1945.

Se questa onestà manca nella destra, nella sinistra è sempre più notte fonda. Elly Schlein, ai margini di un convegno sul disarmo, sempre a Cernobbio, ha consigliato a Vannacci «visto che è da queste parti, di andare a fare visita a Dongo per ricordarsi la fine della storia di cui sembrano tanto nostalgici. Alla fine è stata una fuga, nascosti, da vigliacchi, dopo aver devastato il Paese, dopo aver macchiato il Paese con la dittatura, con le deportazioni, con le leggi razziali, con la collaborazione con Hitler. Basta conoscerla la Storia».

La truce frequenza con cui la sinistra evoca piazzale Loreto e la salma del Duce appesa per i piedi, oltre al massacro di Dongo, indica che l’attuale antifascismo è di stampo assai diverso da quello di un galantuomo come Ferruccio Parri che definì quegli orrori “macelleria messicana”. E, visto che Schlein dichiara che “basta conoscerla la Storia”, viene da chiederle se conosce i nomi e le responsabilità di coloro che furono fucilati sul lungo lago di Dongo e se furono più vigliacchi loro o i partigiani comunisti che compirono quel massacro.

Una scorsa a quei sedici nomi e a quelle cariche fa risaltare le figure di irriducibili come Francesco Maria Barracu, a propria volta spietati con la Resistenza come Alessandro Pavolini o Idreno Utimpergher, capo di una brigata nera o Vito Casalinuovo che condannò a morte Galeazzo Ciano nel processo di Verona. Se Paolo Zerbino, come ministro dell’Interno, poteva aver avuto responsabilità penali ci si deve chiedere se, in un regolare processo, sarebbero stati imputati crimini a Ferdinando Mezzasoma, ministro della cultura popolare; ad Augusto Liverani, ministro delle Comunicazioni e Corporazioni; a Ruggero Romano, Ministro dei Lavori Pubblici e delle Comunicazioni per non parlare di Ernesto Daquanno, giornalista, Paolo Porta, segretario federale del fascio di Como o Mario Nudi, guardia del corpo di Mussolini o il segretario di questi, Luigi Gatti. Basti dire che Rodolfo Graziani, criminale di guerra ma assai astuto, se la cavò con poco e visse onorato e riverito ad Arcinazzo.

Tra i fucilati di Dongo vi fu anche un pilota da caccia, Pietro Calistri, decorato al valore, non coinvolto nella guerra partigiana ma che fece l’errore di chiedere un passaggio alla colonna dei gerarchi. Neppure lui venne risparmiato, così come venne brutalmente ucciso Marcello Petacci, reo di parecchi imbrogli e malversazioni e che aveva cercato di fuggire a nuoto. Venne crivellato di colpi davanti ai figli rispettivamente di cinque (Benvenuto) e tre anni (Ferdinando). Il piccolo Benvenuto impazzì per il trauma.

Uno dei fucilati era l’insigne accademico (nonché antisemita) Goffredo Coppola, un altro era Nicola Bombacci, passato dal comunismo al fascismo: e di costoro si può dire che se dovessero essere fucilati tutti quelli che dicono, scrivono o pensano bestialità e fesserie, ben pochi di coloro che oggi scrivono sui giornali o sui social sarebbero degni di vivere.