• ETERE STATALE

La Rai di Renzi, una Tv a misura di governo

La Rai che il governo Renzi vorrebbe è guidata da un amministratore delegato, con ampi poteri e di nomina governativa. Sarà sempre divisa nei tre canali principali, divisi per aree tematiche: generalista, sperimentale e culturale. Le news saranno invece accorpate. Ma tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare.

Viale Mazzini

Nel consiglio dei ministri di ieri si è parlato anche del futuro della tv pubblica. Il governo ha presentato le linee guida per un disegno di legge di riforma della Rai che mira a rilanciarne l’azione e a rivederne profondamente la governance. Rimane in sospeso, almeno per ora, la questione del canone, che qualcuno vorrebbe abolire o ridurre drasticamente o agganciare alla bolletta elettrica (al fine di combattere l’evasione) o alla dichiarazione dei redditi. Di canone non si è parlato ieri, mentre sono state definite le coordinate della riforma dell’emittenza radiotelevisiva pubblica, che si riassumono in: meno burocrazia, più efficienza e trasparenza gestionale, maggiore cura dei contenuti, spazio alla meritocrazia e alle competenze.

Il governo dichiara di voler sottrarre all’influenza della politica la gestione dei canali Rai e ambisce a conferire all’azienda un’impronta manageriale. Ora il progetto di riforma dovrà affrontare le forche caudine del Parlamento. Il suo iter si preannuncia tutt’altro che agevole, considerato che già all’interno del Pd si evidenziano spaccature sul tema e che grillini ed esponenti del centrodestra daranno battaglia per proporre modifiche al testo. La Rai deve essere messa nelle "migliori condizioni per informare, educare, divertire, per poter essere la più innovativa azienda culturale italiana", si legge nel piano predisposto da Palazzo Chigi, che punta a modificare alcuni articoli della legge Gasparri e a riformare il Testo unico della radiotelevisione, che riguarda proprio la governance. 

Renzi non ha dubbi: la Rai dev’essere guidata da un amministratore delegato con ampi poteri su finanza e contenuti editoriali. A nominarlo dev’essere il governo. Al contrario di quanto accaduto fino a oggi, con un consiglio d’amministrazione paralizzato da divisioni e veti incrociati e in grado di imbrigliare sistematicamente l’azione del direttore generale, nella nuova Rai il timoniere dovrebbe godere di ampi margini di manovra e, di fatto, poter gestire l’azienda come succede in altri ambiti imprenditoriali, senza dover rispondere al cda. 

Quest’ultimo, attualmente di nove componenti, verrebbe ridotto a sette membri, di cui tre eletti dal Parlamento in sede comune, tre dal Ministero del Tesoro (in quanto azionista di maggioranza), tra i quali l’amministratore delegato, e uno dai dipendenti, come succede in Germania.

L’idea di riforma della Rai annunciata ieri dal governo fa perno sul piano news proposto dal direttore generale, Luigi Gubitosi e approvato con cinque voti a favore e tre contrari. Esso realizza due news room, sul modello di altre tv di Stato europee, accorpando, da una parte Tg1, Tg2 e Rai Parlamento, dall’altra Tg3, Rainews e Tg regionali. Una semplificazione che farà risparmiare cento milioni di euro, attivando sinergie virtuose e riducendo il numero dei direttori.

La bozza di riforma presentata ieri prevede anche la specializzazione tematica delle tre reti principali, destinate a differenziarsi nel seguente modo: una generalista, una dedicata ai nuovi linguaggi, all’innovazione e alla sperimentazione e un’altra, più a carattere culturale, preferibilmente senza pubblicità.

Ma tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare ed è per questo che i tempi di approvazione del testo di riforma sono imprevedibili. Sull’iter di approvazione pende la spada di Damocle della scadenza dell’attuale cda, in primavera, che potrebbe essere prorogato, proprio per impedire che i nuovi consiglieri vengano nominati dalla Commissione di vigilanza con l’attuale sistema, cioè sulla base degli equilibri della politica. Renzi ha fatto sapere che auspica un’approvazione della nuova legge sulla Rai entro luglio. Non è escluso il ricorso al decreto legge, ove la discussione in Parlamento si impantanasse, ma è chiaro che sarebbero tutti da dimostrare, in quel caso, i requisiti di necessità e urgenza in grado di giustificare l’eventuale ricorso, da parte dell’esecutivo, alla delegificazione.

Nella Rai targata Renzi, quindi: aumenta il potere dell’esecutivo, il che pone problemi di costituzionalità ai sensi di una sentenza del 1974 nella quale la Corte Costituzionale vietava la dipendenza della tv pubblica dalle scelte dell’esecutivo; si ridimensiona l’influenza dei partiti, in ossequio ad altre sentenze della Consulta, in particolare la n.94 del 1977, che bollavano come inopportune le ingerenze della politica nelle scelte editoriali della Rai; scende il peso del Parlamento, che nominerebbe solo tre consiglieri, non in grado, quindi, di formare una maggioranza (il cda sarebbe composto da 7 componenti), mentre la Commissione di vigilanza perde il potere di nomina dei consiglieri ma mantiene funzioni di controllo.

L’esperienza insegna che tanti governi hanno cercato invano di mettere ordine nella giungla Rai e di modificare la legge Gasparri, emanata nel 2004. Renzi riuscirà a smentire le Cassandre anche su questo fronte?