Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sante Rufina e Seconda a cura di Ermes Dovico
bilancio del vertice

La Nato sceglie la guerra e il riarmo che non può sostenere

Ascolta la versione audio dell'articolo

Washington si disimpegna dall’Europa per spendere meno, ma ci impone di comprare armi statunitensi per incassare di più. E ci dà pure i voti in pagella per dividere gli alleati “buoni” (cioè ubbidienti), da quelli “meno buoni”, cioè restii a farsi spennare da Trump.  

Attualità 10_07_2026

Le conclusioni emerse dalla Dichiarazione finale del Vertice Nato di Ankara non lasciano spazio a dubbi circa il futuro dell’Alleanza Atlantica, incentrato su illusioni e contraddizioni. La Nato si illude di essere unita ma gli europei si dividono; molti subiscono le pressioni degli Stati Uniti accettando persino, come fanno Germania e Gran Bretagna, di produrre su licenza armi statunitensi presso i propri stabilimenti industriali. 

Altri cercano di ricavarsi una maggiore autonomia da Washington, come fanno certamente Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca che insieme alla Bulgaria non offrono armi né denaro all’Ucraina né comprano armi americane per donarle a Kiev, ma come fanno anche Spagna e Italia, ormai dichiaratamente contrari a ubbidire ai diktat di Trump in tema di spese militari gonfiate, di acquisto di armi statunitensi e di stanziamenti finanziari a lungo termine in favore di Kiev.

Washington con il suo presidente e il suo ambasciatore, si disimpegnano dall’Europa per spendere meno ma ci impongono di comprare armi statunitensi per incassare di più. E ci danno pure i voti in pagella per dividere gli alleati “buoni” (cioè ubbidienti), da quelli “meno buoni”, cioè restii a farsi spennare da Trump.  

Giorgia Meloni, reduce dall’ultimo attacco di un Trump rivelatosi ad Ankara un po’ più educato del solito con il premier taliano, ha ribadito le sue riserve su diversi dossier sottolineando che l’Italia ha aumentato le spese per la difesa e lo farà ancora compatibilmente con le condizioni finanziarie, ma i denari investiti dovranno restare in Italia.

Uno stop al “buy american” imposto da Trump con la consueta arroganza, come hanno dimostrato le minacce di rappresaglia nei confronti della Spagna, rea di non voler spendere il 5% del Pil per la Difesa (quando gli Stati Uniti spendono poco più del 3%), ma soprattutto colpevole di non comprare abbastanza armi americane. 

Roma ha tentato di bloccare gli stanziamenti dell'Alleanza atlantica per Kiev per il 2027, pari a 70 miliardi, ma ha dovuto recedere dopo essersi trovata di fatto isolata. Eppure, sembrava una buona idea non impegnarsi per somme così elevate nelle attuali condizioni economiche dell’Europa e a vantaggio di una nazione sull’orlo del tracollo e travolta dalla corruzione.  

Come dicevamo in apertura, il testo della dichiarazione finale del summit in Turchia sembra la fiera delle ambiguità.

Riafferma «il nostro incrollabile impegno per la difesa collettiva ai sensi dell’articolo 5 del Trattato di Washington e per il legame transatlantico. Un attacco a uno è un attacco a tutti. La nostra unità, solidarietà e forza collettiva rimangono il fondamento della pace, della sicurezza e della prosperità per il miliardo di cittadini della nostra Alleanza di nazioni libere e democratiche. Rimaniamo fedeli al nostro approccio a 360 gradi in materia di deterrenza e difesa».

Eppure mai come ora gli alleati sono spaccati: gli Stati Uniti ritirano forze da un’Europa che non intendono più difendere, ma che pretendono di controllare come insieme di stati vassalli e clienti di armi ed energia statunitense. L’articolo 5, cioè la disponibilità di tutti i 32 membri di arrivare fino a entrare in guerra per difendere un alleato sotto attacco non è mai stato così vacillante soprattutto perché gli Stati Uniti non assicurano più la difesa dell’Europa come Trump ha più volte spiegato.

Del resto, parliamoci chiaro, se qualche staterello baltico bellicoso provocasse domani un attacco russo al suo territorio siamo certi che gli altri 31 alleati manderebbero le proprie truppe a combattere contro l’esercito di Putin per proteggerlo?

A conferma di come americani ed europei siano sempre più lontani, a margine del summit di Ankara sono state annunciate le prime esercitazioni congiunte delle forze armate della “Coalizione dei Volenterosi”, pseudo-alleanza tra nazioni europee guidata da Francia, Gran Bretagna e Germana (e, con meno convinzione, Italia) che nei sogni soprattutto di Parigi potrebbe sostituire un giorno la Nato. Non a caso i “volenterosi” sfileranno per la prima volta a Parigi nella Parata del 14 luglio, festa nazionale francese. 

Il testo del summit di Ankara continua sostenendo che «per contrastare la minaccia a lungo termine che la Russia rappresenta per la sicurezza e la stabilità euro-atlantica e la persistente minaccia del terrorismo, gli Alleati stanno rispettando l’impegno di difesa assunto all’Aia. Nel 2025, gli Alleati europei e il Canada hanno aumentato i loro investimenti nei requisiti fondamentali di difesa di oltre 139 miliardi di dollari. I nostri investimenti ci stanno fornendo le capacità di cui abbiamo bisogno, rafforzando al contempo la nostra base industriale e la nostra resilienza».

La Nato continua ad avere bisogno di un nemico, ovviamente la Russia, che minaccerebbe di attaccarci entro pochi anni secondo il segretario generale Mark Rutte e diversi militari e statisti europei. Peccato che il generale statunitense Alexus Grynkevic, comandante supremo delle forze alleate in Europa, abbia negato che vi sano indizi che indichino la volontà russa di attaccare l’Europa. La Russia «non cerca un conflitto. Ho seguito molto attentamente le informazioni di intelligence. La Russia non cerca un conflitto. Capisce il concetto di “alleanza difensiva” e comprende che abbiamo una serie di vantaggi asimmetrici» ha detto il generale al Financial Times.

Del resto i documenti strategici americani e lo stesso Trump non indicano la Russia come un nemico, ma Washington (ancora alle prese con l’irrisolto confronto armato con l’Iran) sostiene la tesi che l’Europa debba armarsi per fronteggiare Mosca, comprando ovviamente armi americane. Business, non politica. E gli europei obbediscono: Rutte ha ammesso che gli Stati Uniti hanno ricevuto commesse militari dall’Europa negli ultimi anni pari a 300 miliardi di dollari che garantirebbero quasi 200 mila posti di lavoro nell’industria statunitense. A parità di investimenti e di voce di spesa, non sarebbe stato meglio che gli europei facessero lavorare le proprie aziende e i propri lavoratori a costo di indurre Trump a minacciare dazi e insulti? 

Il documento finale del summit sottolinea che «stiamo costruendo il futuro: un’Europa più forte in una Nato più forte». Ma la Nato senza le garanzie strategiche statunitensi non è la Nato, è un’altra cosa. Non è neppure quella “Europa della Difesa” di cui si parla tanto e rischia di sciogliersi come neve al sole quando, cambiando i governi europei, verrà meno lo slogan della minaccia russa.

Conti alla mano gli europei hanno speso nel 2025 per la Difesa (lo dice l’Agenzia Europea per la Difesa – EDA) i 418 miliardi di euro saliti a 454 quest’anno. Una cifra pari al 2,4 per cento del PIL della UE, a poco meno della metà del bilancio del Pentagono nel 2025 (ma gli Stati Uniti dedicano al settore europeo e alla Nato molto meno della metà della loro spesa militare». La Russia che ha speso quest’anno per la difesa 170 miliardi di dollari pari a 150 miliardi di euro, cioè un terzo della spesa della sola UE e un decimo della spesa complessiva della Nato.

Il concetto di “minaccia russa” espresso dalla Nato andrebbe in realtà ribaltato. E’ la Nato e oggi soprattutto l’Europa a minacciare la Russia, non il contrario, come dimostra anche l’indisponibilità della Ue a trovare un interlocutore che negozi con Vladimir Putin. L’Europa ha plaudito o fatto finta di niente di fronte al golpe del Maidan organizzato dagli Stati Uniti, alla sottrazione dei diritti agli ucraini russofoni del Donbass, ha finto di cercare la pace con gli accordi di Minsk che poi ha sabotato, come ammesso da Angela Merkel e Francois Hollande. E’ la Nato che si è espansa a est, nonostante le preoccupazioni più volte espresse da Mosca, e oggi sono le armi europee fornite a Kiev che colpiscono la Russia e sono i velivoli spia e radar della Nato che si avvicinano ai limiti dello spazio aereo russo per favorire gli attacchi ucraini attuati grazie al supporto d’intelligence offerto dagli alleati.

Inoltre, il via libera di Trump a far produrre in Ucraina i missili Patriot appare una manovra tesa a irritare la Russia ma soprattutto a far pagare ancora una volta agli europei i costi di una simile operazione industriale. Peraltro non del tutto chiara. Oltre ai lunghi tempi richiesti per trasferire la produzione di questi missili in Ucraina è facile prevedere che i russi colpiranno immediatamente lo stabilimento missilistico. Inoltre, dopo la guerra all’Iran gli stessi USA sono a corto di missili Patriot, come tutti i loro alleati: difficile credere ve ne saranno di disponibili per Kiev. 

Infine, ad Ankara non si è parlato dell'ingresso dell’Ucraina nell'organizzazione atlantica, ma l’apparato industriale militare di Kiev verrà integrato in quello alleato con la curiosa iniziativa ucraina tesa a venderci le armi che produce in surplus alle esigenze belliche, per lo più droni. Il 30 giugno il governo ucraino ha infatti annunciato il lancio di un nuovo meccanismo che consente ai Paesi partner di acquistare armamenti ucraini, nel tentativo di raccogliere fondi per le proprie forze armate. Curioso perché l’Ucraina ormai fa produrre in nazioni europee molti dei suoi prodotti militari per sottrarli ai bombardamenti russi e perché il presidente Volodymyr Zelensky non fa che supplicare gli europei per ottenere soldi e armi. Il suo esercito al fronte è sempre più in difficoltà tra carenze di truppe, armi e munizioni ma l’Ucraina ha armi da vendere che noi dovremmo comprare? A Kiev interessa più incassare denaro o sostenere il conflitto contro i russi?

A Mosca la portavoce del ministero degli Esteri, Maria Zakharova, ha definito irresponsabili le decisioni assunte dalla NATO ad Ankara. «Se gli strateghi della Nato si fossero fermati a riflettere, forse non avrebbero preso decisioni così irresponsabili che potrebbero portare al disastro non solo per l’Alleanza, ma per il mondo intero. La linea generale rimane immutata: la militarizzazione del continente europeo, l’attenzione al potenziamento delle capacità di difesa, la preparazione a un conflitto armato con la Russia e, naturalmente, gli aiuti all’Ucraina, che vengono strumentalizzati dai radicali all’interno dell’alleanza per raggiungere l’effimero obiettivo di infliggere una 'sconfitta strategica' al nostro Paese».

Facile osservare che, sui due lati, della barricata di colloqui, negoziati e pace non parla più nessuno.