a cura di Anna Bono
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La difficile vita degli emigranti nei paesi del Golfo

 

Nei sei paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC) – Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Kuwait e Bahrein – i lavoratori stranieri sono decine di milioni, secondo l’Organizzazione internazionale del lavoro, e in maggioranza provengono da Asia e Africa. L’organizzazione non governativa Migrant-Rights.org stima che rappresentino quasi il 50 per cento della popolazione dei GCC e che in alcuni stati costituiscano quasi il 90 per cento della forza lavoro: percentuali inimmaginabili altrove. Sono occupati in ogni settore e posizione lavorativi, ma la maggioranza è impiegata in attività manuali, a basso reddito, nei settori dell’edilizia, dell’agricoltura e nel lavoro domestico. Benché siano in gran parte immigrati legalmente, questo non li mette al riparo da abusi e maltrattamenti: a seconda dei paesi, perché le normative che regolano occupazione e residenza dei lavoratori immigrati li espongono a sfruttamento oppure perché le leggi mancano, sono deboli e non vengono fatte rispettare. In Kuwait, ad esempio, il 92 per cento dei lavoratori domestici non sono in possesso del passaporto, confiscato dai datori di lavoro o dagli intermediari grazie ai quali sono emigrati. In Arabia Saudita in media i lavoratori domestici prestano servizio per 63,5 ore alla settimana. In generale, tra le lamentele più frequenti ci sono i ritardi o i mancati pagamenti degli stipendi, le condizioni di lavoro insicure, le limitazioni agli spostamenti. In non pochi casi gli immigrati si trovano a subire condizioni che si configurano come forme di moderna schiavitù. È il caso, ad esempio, delle donne immigrate tramite il sistema noto come kafala che le sottomette al padrone e non permette loro di sciogliere il rapporto di lavoro.