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La cultura russa cancellata, una vendetta meschina

Il direttore russo cacciato dalla Scala di Milano. Le letture di Dostoevskij rimandate, poi ripristinate dalla Bicocca. I film che non usciranno in Russia e l'esclusione degli sportivi russi dalle competizioni internazionali. Cosa c'entra tutto questo con le decisioni del Cremlino? Cultura, sport, spettacolo dovrebbero essere vie di fuga dalle tensioni.

Gergiev

I segnali sono davvero inquietanti. Assieme alla sacrosanta condanna della guerra come soluzione ai problemi tra Stati e alla lodevole solidarietà che polacchi, ungheresi e popoli di tutto il mondo stanno garantendo al popolo ucraino, si segnalano anche odiose iniziative destinate ad ostacolare il percorso di pacificazione e la ricerca di una via d’uscita al conflitto russo-ucraino.

La guerra è un affare politico, economico, di rapporti di forza. La cultura potrebbe offrire una via di fuga dalle tensioni e aprire la strada a un linguaggio universale, inclusivo, in grado di guardare oltre e di schiudere orizzonti di pace. E invece c’è chi la utilizza per esasperare la situazione, polarizzare ancor più gli schieramenti e dunque allontanare l’approdo virtuoso del cessate il fuoco.

La cosa non è casuale, ma dipende dal clima che si è creato negli ultimi due anni a causa della pandemia: la radicalizzazione delle posizioni, la fascistizzazione delle decisioni, il pensiero omologante e la caccia all’untore (nel caso del Covid) e del capro espiatorio in qualsiasi altra cosa. Un moralismo di Stato duro a morire e che si declina in forme diverse in base alle situazioni.

Gli effetti pratici si sono visti nella lotta al Covid e ora tornano a vedersi in occasione del conflitto russo-ucraino. Lo sport, lo spettacolo, il teatro, l’intrattenimento e perfino le attività didattiche vengono pervase da un furore iconoclasta nei confronti di tutto ciò che sia russo o che si possa anche solo lontanamente ricondurre alla storia russa.

Ieri all’Università Bicocca di Milano è successo qualcosa di molto molto grave. Paolo Nori, scrittore e russologo, chiamato dall’ateneo a svolgere un corso di quattro lezioni su Dostoevskij, si è visto sospendere l’incarico, ma per fortuna la decisione è rientrata perché evidentemente qualcuno ha fatto notare il carattere folle dell’iniziativa di censura. La direzione della Bicocca ha fatto marcia indietro confermando il corso e la rettrice Giovanna Iannantuoni ha fatto sapere che incontrerà Nori la prossima settimana per un momento di riflessione. Fedor Dostoevskij si è trovato sulla lista dei proscritti per il solo fatto di essere russo, peraltro morto quasi un secolo e mezzo fa e dunque non in grado di condannare la barbara invasione dell’Ucraina da parte del governo di Mosca.

La mail che l’ateneo ha inviato a Nori per revocargli l’incarico è qualcosa di surreale, che riporta le lancette dell’orologio a periodi davvero bui della storia della civiltà. La resipiscenza immediata fa onore all’università milanese, ma non cancella la gravità del gesto, censurato dagli intellettuali, che sui social hanno subito solidarizzato con Nori. Anche gli studenti della Bicocca hanno commentato con amarezza: «Una notizia scioccante che non ci aspettavamo. Il dietrofront dell'Ateneo e' comunque una cosa positiva ma ci auguriamo che in futuro ci sia maggiore possibilita' di dialogo quando si devono prendere decisione di questo tipo». Più duro Vittorio Sgarbi: «Una mossa fascista e stupida. E’ censura del pensiero».

Ma questo gesto è solo l’ultimo in ordine di tempo. L’escalation non riguarda, purtroppo, solo gli attacchi russi all’Ucraina, ma anche le iniziative di censura alle manifestazioni culturali e artistiche. Sempre restando in Italia, il sindaco di Milano, Giuseppe Sala ha ritenuto inopportuno che Valery Gergiev, direttore d’orchestra russo, dirigesse la Dama di Picche, il prossimo 5 marzo, alla Scala di Milano. La ragione è alquanto discutibile: non aver preso le distanze dalla guerra. In realtà Gergiev paga per l’amicizia con Putin e dunque gli viene tolta la bacchetta, come se dal palco della Scala dovesse fare un comizio filo-russo. La Scala poteva rappresentare un momento alto di riappacificazione, una opportunità di dialogo, e invece il primo cittadino ha scelto la strada della chiusura.

Casi di censura si registrano anche nell’ambito dell’intrattenimento. Dopo l'esclusione di Mosca dall'Eurovision Song Contest, sono state annunciate nelle scorse ore diverse decisioni da parte degli studios cinematografici. Disney  ha confermato l'intenzione di non far uscire in Russia Red, il prossimo film animato Pixar atteso inizialmente nelle sale russe il 10 marzo. Per ora tutte le prossime uscite della casa di Topolino in quel territorio sono state messe in stand-by.

La stessa decisione è stata presa da Warner Bros, che ha deciso di sospendere il debutto di The Batman. La pellicola con Robert Pattinson era attesa per il 3 marzo ma non arriverà sugli schermi russi. Anche Netflix ha preso posizione nelle scorse ore, decidendo di non diffondere sulla propria piattaforma i 20 canali russi d'informazione e di intrattenimento che dovrebbe trasmettere per legge.

Anche in ambito calcistico la Russia è stata bersagliata. Uefa e Fifa hanno sospeso le squadre russe, sia quelle di club che la nazionale, da tutte le competizioni. La Russia, dunque, non parteciperà al mondiale di calcio e la finale di calcio di Champions league è già stata sposta da San Pietroburgo a Parigi. Sono tutti gesti pensati per fare pressione su Putin affinchè allenti la morsa sull’Ucraina, ma non è detto che funzionino. E, soprattutto, finiscono per penalizzare arte, cultura, sport, intrattenimento e altri ambiti che nulla c’entrano con le decisioni dello Stato russo e che penalizzano il popolo russo e l’identità russa, contribuendo a far precipitare la situazione, già complicata.

Censure del genere non appaiono in linea con lo spirito del dialogo che da più parti si invoca per propiziare il cessate il fuoco. E confermano che gli estremismi non hanno colore politico ma rispondono a un preciso approccio culturale, deformato e deformante.

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