Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
San Giovanni Maria Vianney a cura di Ermes Dovico
tempi moderni

La crisi dei paesi è una crisi di relazioni

Ascolta la versione audio dell'articolo

Una comunità riesce ad assorbire un certo numero di nuovi arrivati soltanto se possiede ancora una cultura condivisa sufficientemente forte. Invece da decenni si ripete che la nostra tradizione culturale è soprattutto un insieme di colpe da superare piuttosto che un patrimonio da trasmettere. 

Educazione 04_08_2026

Sono cresciuto in un (allora) piccolo paese del milanese e ricordo benissimo che spesso, nel percorrere quel quasi chilometro che andava da casa all’oratorio, ci impiegavo molto più tempo del dovuto: venivo continuamente fermato («Come sta la nonna, salutami la zia, passa da me che ti do le uova...»). Questo perché, in quel piccolo paese, eravamo tutti o imparentati o conoscenti da generazioni; tutti mi conoscevano, tutti sapevano chi ero. Se combinavo qualche guaio, la notizia arrivava a casa prima di me. Era quella che si dice una «comunità educante» e il «controllo sociale» era strettissimo.

Tra la fine degli anni Ottanta e gli anni Novanta sono cambiate un po' di cose, sono state fatte alcune scelte, e la popolazione del mio piccolo paese agricolo è raddoppiata in poco tempo. Immigrazione; da Milano. Un sacco di gente nuova, foresta, come si diceva in dialetto. Veniva da pochi chilometri di distanza; eppure ha messo fine alla «comunità educante». La maggior parte delle persone che incontravi non le conoscevi; e loro non conoscevano te; praticamente ero straniero a casa mia. Finita la comunità educante, finito il controllo sociale; iniziati schiamazzi notturni e piccoli vandalismi. Naturalmente il mio piccolo paese non è un campione statistico. Tuttavia credo che quella esperienza renda visibile un meccanismo sociale molto più generale.

Non credo che il problema della violenza giovanile sia il «disagio»; non credo che la soluzione sia il «controllo del vicinato», oppure più illuminazione notturna o videocamere o cose del genere. Credo che il punto sia relazioni o isolamento; se ci sono relazioni, c’è un «noi», un bene comune da proteggere e controllo sociale interiorizzato. Non parlo di qualcuno che sorveglia e interviene quando serve, ma di qualcuno che, prima ancora, ti ha insegnato cosa è giusto fare; e che trova conferma in altri che ti hanno insegnato la stessa cosa. Il ragazzo non evita il vandalismo perché teme il vigile, ma perché sentirebbe di tradire persone alle quali appartiene. Qualcosa di simile al «metodo preventivo» di don Giovanni Bosco.

Il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset diceva che ogni società ha il dovere di integrare i propri «barbari verticali», ossia i nuovi nati. Ad essi, una società deve presentare come «suo proprio», cioè da conservare e proteggere, il patrimonio di cultura, tradizioni, modi di fare; come un terreno da custodire e coltivare per sé e per altri. Se ciò non avviene, vedrò tutti i prodotti della società come beni dei quali godere, ma senza alcun dovere di tutela o preservazione. Se non si trasformano i barbari verticali in coltivatori, essi saranno raccoglitori. Questa, secondo me, è la chiave di lettura.

L’immigrazione «foresta», seppure per pochi chilometri, ha portato in paese un gran numero di raccoglitori e nessun coltivatore. In un numero tale da mettere in crisi la capacità della comunità di integrarli. Infatti, nel giro di poco tempo, molte istituzioni sociali radicate sono finite o hanno iniziato una lenta agonia che si risolverà spontaneamente per ragioni anagrafiche; infatti sono cominciati piccoli problemi di ordine pubblico. Chi arriva in una comunità non può sentirla immediatamente come propria: all'inizio è inevitabilmente più consumatore che custode. Per questo ogni società ha bisogno di strumenti di integrazione. Se questi mancano, il numero dei «raccoglitori» cresce senza che aumenti quello dei «coltivatori».

Usciamo dal mio piccolo paese e osserviamo il nostro grande Paese. Osserviamo l’inurbamento di questi ultimi decenni, causato dalla ventennale crisi economica che stiamo affrontando; aggiungiamo la crisi della famiglia allargata, la crisi della famiglia in generale; teniamo conto del progressivo isolamento che gli italiani stanno vivendo, causato sia dal Covid che dalla diffusione degli strumenti digitali. Mi sembra logico pensare che il meccanismo di integrazione dei «barbari verticali» sia andato in crisi.

Inoltre, una comunità riesce ad assorbire un certo numero di nuovi arrivati soltanto se possiede ancora una cultura condivisa sufficientemente forte. Invece da decenni si ripete che la nostra tradizione culturale è soprattutto un insieme di colpe da superare piuttosto che un patrimonio da trasmettere.  Quindi a cosa dovremmo educare i nostri barbari verticali? Dovremmo stupirci se i meccanismi di controllo sociale si sono inceppati?

A questo aggiungiamo, ovviamente, il fenomeno dell’immigrazione di massa che il nostro paese (e tutta l’Europa) sta affrontando. Negli ultimi vent’anni, la presenza di stranieri sul nostro territorio è praticamente raddoppiata; attualmente, circa il 10% della popolazione è straniera (esclusi gli italiani di origine straniera). La difficoltà di integrare i nuovi nati rende inevitabilmente ancora più difficile integrare chi arriva dall'esterno.

Anche in questo caso, abbiamo scarso controllo sociale, scarsa integrazione (tendenza a creare gruppi etnici) anche per difficoltà linguistiche… C’è una tendenza, non universale ma frequente, da parte degli emigranti a coltivare intensamente la propria eredità (a volte fino a farne un feticcio, come nelle comunità della diaspora italiana all'estero) restando «raccoglitori» in quella del luogo che li ospita. Aggiungiamoci, come abbiamo visto, una certa riluttanza a presentarci come portatori di una cultura da proporre ai vari tipi di «barbari»…

Il poeta greco Konstantinos Kavafis ha pubblicato, più di un secolo fa, una bella poesia intitolata Aspettando i barbari. La gente si prepara ad accoglierli. Poi, a un certo punto, succede qualcosa:

Perché d’un tratto questo smarrimento ansioso?
(I volti come si son fatti seri)
Perché rapidamente e strade e piazze si svuotano,
e ritornano tutti a casa perplessi?
S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti.
Taluni sono giunti dai confini,
han detto che di barbari non ce ne sono più.
E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi?
Era una soluzione, quella gente.