La cattedrale, il sacerdozio, Biffi e van der Weyden
È una lettera "visiva" quella che Leone XIV ha scritto al clero dell'arcidiocesi di Madrid. Così visiva che tra le righe sembra di intravedere il Trittico dei sette sacramenti del pittore fiammingo. E nella prima parte smentisce il mito della decrescita (in)felice della fede.
Si conclude oggi la due giorni del clero di Madrid, cui Leone XIV ha inviato per l'occasione una densa lettera sul senso del sacerdozio «nel suo nucleo più autentico — essere alter Christus», e non solo per l'arcidiocesi della capitale spagnola ma per la Chiesa intera – sottolinea Prevost – «in questo tempo». Tempo che il Papa non legge acriticamente, ma «riconoscendo, alla luce della fede, le sfide e anche le possibilità che il Signore schiude dinanzi a noi». Tempo contrassegnato da «processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione nel discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola a partire da ideologie o categorie parziali e insufficienti». Tempo in cui «la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata all’ambito dell’irrilevante, mentre si rafforzano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente».
In breve: nessun cedimento a quella sorta di decrescita (in)felice della fede in nome della quale persino nel mondo cattolico qualcuno accoglie con sollievo la fine della società che fu cristiana e benedice le magnifiche sorti e progressive della secolarizzazione. Semmai, nella «progressiva scomparsa di riferimenti comuni» e di «molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno favorito la trasmissione del messaggio cristiano», il dato positivo è costituito da «un’inquietudine nuova», perché, alla fin fine, «l’assolutizzazione del benessere non ha portato la felicità sperata; una libertà svincolata dalla verità non ha generato la pienezza promessa; e il progresso materiale, da solo, non è riuscito a soddisfare il desiderio profondo del cuore umano».
È con la «maggiore sensazione di sazietà e di vuoto» sperimentata da molte persone, che i sacerdoti oggi si confrontano; «una ricerca che, accompagnata con pazienza e rispetto, le sta portando nuovamente all’incontro con Cristo», nella secolarizzazione "sazia e disperata", si direbbe con il cardinale Giacomo Biffi, che pur non essendo citato qui sembra far capolino.
Nella seconda parte del testo, quella più "visiva", Leone XIV si serve della cattedrale come immagine del sacerdozio, «perché le cattedrali — come qualsiasi luogo sacro — esistono, come il sacerdozio, per condurre all’incontro con Dio e alla riconciliazione con i nostri fratelli».
La descrizione parte naturalmente dalla facciata, «la prima cosa che si vede», eppure «non esiste per sé stessa: conduce all’interno»; così il sacerdote che «non vive per esibirsi ma neppure per nascondersi», in quanto «tutta la sua vita è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passaggio verso il Mistero, senza usurparne il posto». Attenzione alla soglia, che segna una «separazione necessaria», dove «non conviene che tutto entri all’interno, perché è spazio sacro». Il sacerdote stesso, ricorda Prevost, deve lasciar fuori qualcosa mediante «il celibato, la povertà e l’obbedienza; non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini».
Varcata la soglia e lasciato il superfluo, «la cattedrale è anche una casa comune, dove c’è posto per tutti». Ed ecco un altro elemento visivo, anzi architettonico: «percorrendo il tempio, notiamo che tutto poggia sulle colonne che sostengono l’insieme. La Chiesa ha visto in esse l’immagine degli Apostoli (cfr. Ef 2, 20). Neanche la vita sacerdotale poggia su sé stessa, ma sulla testimonianza apostolica ricevuta e trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa, e custodita dal Magistero (cfr. 1 Cor 11, 2; 2 Tm 1, 13-14). Quando il sacerdote rimane ancorato a questo fondamento, evita di edificare sulla sabbia delle interpretazioni parziali o degli accenti circostanziali, e si fonda sulla roccia salda che lo precede e lo supera».
Leone XIV delinea un itinerario che è insieme architettonico e sacramentale: «Prima di giungere al presbiterio, la cattedrale ci mostra luoghi discreti ma fondamentali: nel fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale è continuamente rigenerato. Nei sacramenti la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale». E poi, ancora, esorta a celebrare «i sacramenti con dignità e fede, consapevoli che ciò che in essi avviene è la vera forza che edifica la Chiesa». L'itinerario continua tra le cappelle della cattedrale immaginaria (in realtà summa di quelle reali): «ognuna ha la sua storia, la sua dedicazione. Pur essendo diverse per arte e composizione, condividono tutte uno stesso orientamento», come avviene «nella Chiesa con i diversi carismi e spiritualità mediante i quali il Signore arricchisce e sostiene la vostra vocazione».
Infine lo sguardo del Papa si volge «al centro di tutto». «Sull’altare, attraverso le vostre mani, si rende presente il sacrificio di Cristo nella più alta azione affidata a mani umane; nel tabernacolo resta Colui che avete offerto, affidato nuovamente alle vostre cure», ricorda ai sacerdoti, esortandoli a essere «adoratori, uomini di profonda preghiera».
Chissà se Leone XIV lo aveva in mente (almeno come riferimento implicito), ma in queste righe sembra trasparire il Trittico dei sette Sacramenti, dipinto a metà del XV secolo dal pittore fiammingo Rogier van der Weyden. L'opera rappresenta appunto una cattedrale, in cui l'architettura scandisce e descrive l'opera della grazia: nelle tre cappelle laterali a sinistra vengono amministrati rispettivamente il battesimo, la cresima e la confessione (ad amministrare la cresima è raffigurato il vescovo Jean Chevrot, committente dell'opera); in quelle a destra l'ordine sacro, il matrimonio, l'estrema unzione. E tutte convergono verso il centro, dove sull'altare un sacerdote sta celebrando la Messa ed è ritratto nel momento in cui eleva l'Ostia santa, in perfetto allineamento con la grande Crocifissione in primo piano. Quella Croce immensa costituisce la vera architettura (visiva e sacramentale) del tempio e solo ciò che scaturisce da essa può spegnere la sete dell'uomo di ogni tempo, inclusa la modernità "sazia e disperata".

