• MEDIO ORIENTE

Iran in fiamme, il popolo attende un aiuto

Già sono almeno 200 i morti provocati dalla repressione del regime degli ayatollah contro proteste di piazza che sono scoppiate nelle maggiori città iraniane. Il pretesto è stato l'aumento dei carburanti, che serve a finanziare le guerre del regime, ma c'è soprattutto voglia di libertà. Ma il popolo iraniano non riceve alcuna solidarietà vera dall'Occidente, Europa e Italia in testa.

L'Iran brucia e per il regime khomeinista è un ritorno di fiamma. Nella repressione sanguinosa della rivolta antisistema in Iraq, hanno svolto finora un ruolo di primo piano le milizie sciite sostenute dai pasdaran di Teheran, al comando del generale Qasem Soleimani. Ma la reazione rabbiosa degli iracheni verso le ingerenze della Repubblica islamista negli affari interni del proprio paese, ha ridato coraggio agli stessi iraniani, che stanno sfidando nuovamente la dittatura fondamentalista al potere da 40 anni.

L'incauto aumento del costo del carburante deliberato il 14 novembre dal governo del "moderato" Rouhani, ha dato la stura a una nuova Onda Verde di proteste che si è estesa rapidamente in tutto il paese. A Teheran, Isfahan, Shiraz, Tabriz e in altre località, la popolazione ha invaso le strade perché non vuole essere più ingannata dal regime khomeinista, ormai privo del benché minimo residuo di legittimità.

Gli iraniani non credono infatti che la grave crisi economica, caratterizzata da altissimi tassi d'inflazione e di disoccupazione, sia dovuta alle sanzioni del "grande satana" americano. Sono ben consapevoli che le cause dell'impoverimento generale vanno ricercate nelle guerre imposte dalla "guida suprema", Ali Khamenei, e dai pasdaran, per assecondare le ambizioni di conquista del regime khomeinista.
Siria, Yemen, le acque del Golfo e il sostegno a milizie islamiste organizzate in partiti politici, come in Iraq, Libano (Hezbollah) e Gaza (Hamas): l'aumento del costo della benzina sarebbe servito a finanziare il prosieguo dello sforzo bellico, programma nucleare e missilistico compreso, finalizzato alla conquista dell'egemonia sull'intero Medio Oriente. 

Le sanzioni hanno senza dubbio inferto un duro colpo alle esportazioni (idrocarburi) e all'ingresso di nuovi investimenti, malgrado lo scudo offerto dall'Unione Europea okkupata da Mogherini e compagni. Ma gli iraniani sono appunto stufi di tutte le conseguenze nefaste delle politiche aggressive del duo Khamenei-Soleimani, senza le quali non ci sarebbero le sanzioni, ma un Iran aperto e pienamente membro della comunità internazionale. 

Scioperi e contestazioni, anche accese, sono parte della vita quotidiana nella Repubblica islamista sin dagli anni '90, una volta terminata la distruttiva guerra con l'Iraq voluta da Khomeini. Quello degli iraniani è uno stato di ribellione permanente nei confronti del regime khomeinista. Emblematica è la "resistenza" delle donne alla mortificazione del fondamentalismo e del velo obbligatorio, contro i quali continuano a sfidare l'apparato repressivo di Teheran, anche a costo del carcere e dei trattamenti disumani a cui lì vanno incontro. 

La ribellione ha assunto la forma di rivolte generalizzate già nel 1999, con i moti studenteschi, e durante l'Onda Verde del 2009, in seguito alla frode elettorale orchestrata da Khamenei per consentire la rielezione di Ahmadinejad. Oggi, a 10 anni di distanza, il ciclo si ripete. Siamo di fronte a una nuova ribellione di massa del popolo iraniano contro il regime khomeinista. 
La ragione economica è il "casus belli" che ha spinto gli iraniani ad affrontare nuovamente a viso aperto e senza paura Khamenei e i pasdaran, perché vogliono indietro quello che gli è stato tolto nel fatidico 1979: la libertà. Un termine particolarmente inviso ai piani alti della Repubblica islamista, che non hanno esitato a ricorrere all'arma che sanno usare meglio: la violenza. 

La chiusura totale di internet, che è andata ad aggiungersi alle limitazioni da tempo in corso a danno di applicazioni come WhatsApp e Telegram, non ha impedito la circolazione d'informazioni, video, immagini e altre prove della strage in corso. Amnesty International ha parlato di 200 morti, dato confermato dall'Alto Commissariato per i diritti umani delle Nazioni Unite.
Ma è lo stesso regime khomeinista ad esporre chiaramente le sue intenzioni. Il quotidiano Kayhan, portavoce  di Khamenei, ha prospettato infatti l'"impiccagione" per i leader della protesta, che lavorano al soldo di potenze straniere, ricorrendo alla solita malriuscita propaganda. 

Finirà come nel 1999 o, ancora peggio, come nel 2009? Morti nelle strade, incarcerazioni, processi sommari, esecuzioni di condanne a morte: tutto sembra volgere in questa direzione, in mancanza di supporto "politico" da parte della comunità internazionale. Negli Stati Uniti, l'amministrazione Trump ha espresso la sua vicinanza al popolo iraniano, contrariamente all'indifferenza del filo-khomeinista Obama di fronte all'Onda Verde. Ma sono soltanto parole. Nell'UE mogherinizzata, Khamenei e Soleimani hanno il loro migliore alleato, mentre i governi europei fanno finta di niente, concentrati sulle loro beghe interne. Tra questi, a contraddistinguersi, in peggio c'è l'esecutivo giallorosso italiano. Il neo ministero degli affari esteri, Luigi Di Maio, riceverebbe pressioni per incontrare l'omologo iraniano alla Farnesina all'inizio di dicembre, dando così seguito alle richieste di maggiore vicinanza da parte dell'Italia avanzate in una recente conferenza stampa dall'ambasciatore iraniano a Roma.

Di Maio si lascerà condizionare da una diplomazia che si conferma favorevolmente orientata verso il regime khomeinista? Perché resta in silenzio, insieme al premier Conte, di fronte alle violenze perpetrate da Khamenei e Soleimani, contrariamente alle forti critiche che aveva invece diretto a Erdogan per l'invasione anti-curda del nord della Siria? Questioni interne al mondo dei 5 Stelle che chiamano in causa la "politica estera" personale di Beppe Grillo? Resta indimenticata un'intervista del fondatore del Movimento al Corriere della Sera datata 25 giugno 2012, in cui elogiava l'Iran, dove "la donna [...] è al centro della famiglia". Si riferiva con ogni probabilità solo alla sua consorte.

Gli italiani aspettano dal governo una risposta, mentre il popolo iraniano un aiuto concreto.