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Nazionalismo indù

India, crescono le persecuzioni di cristiani e musulmani

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Il Paese guidato da Narendra Modi si sta trasformando in una teocrazia induista. Demolite due moschee in pochi giorni. Non stanno meglio i cristiani, vittime anche di conversioni forzate. E Modi è certo di vincere le elezioni in primavera.

Esteri 16_02_2024
Cristiani in preghiera in India (foto LaPresse)

Nella prossima primavera (aprile o maggio, non c’è ancora una data certa) si terranno in tutta l’India le elezioni politiche per i rappresentanti della camera bassa, Lok Sabha (camera del popolo), i cui membri sono eletti a suffragio universale ogni cinque anni. Alla Rajya Sabha (camera degli Stati) vengono invece eletti i rappresentanti dei singoli Stati federati, in base alla popolazione e secondo la durata dei rispettivi mandati.

Narendra Modi, l’attuale primo ministro, è certo dell’ennesima vittoria elettorale e sta progressivamente portando il Paese verso una teocrazia induista, imponendo l’induismo come religione unica, marginalizzando e perseguitando cattolici, cristiani di altre confessioni e musulmani. L’India ha superato la Cina come Paese più popoloso del mondo dall’aprile 2023 (secondo le stime dell’Onu), con una popolazione di oltre 1,4 miliardi di persone, metà delle quali vive ancora di agricoltura. Nel Paese convivono diverse religioni e, secondo un censimento, la maggioranza della popolazione (80%) è induista, con circa 827 milioni di fedeli. Seguono i musulmani (14%), i cristiani (2%), i sikh e poi i buddhisti, gli zoroastriani, gli ebrei e i giainisti.

La crescita economica indiana è forte e ben riassunta in pochi ed essenziali numeri: il prodotto interno lordo (Pil) nominale è stimato a 301,75 trilioni di rupie (3,62 trilioni di dollari) nel 2023-24, con una crescita dell’8% rispetto al 2022. Il governo punta anche sulle fonti rinnovabili e mira a raggiungere il 40% della sua energia da fonti non fossili entro il 2030. Le esportazioni del Paese sono andate molto bene durante la pandemia e hanno favorito la ripresa; secondo il governo, le esportazioni indiane raggiungeranno un trilione di dollari entro il 2030. L'economia indiana è ora la quinta più grande del mondo, era decima quando Modi entrò in carica per il suo primo mandato nel 2014. Da allora Modi e il suo partito hanno consolidato il proprio potere, puntato sullo sviluppo delle infrastrutture del Paese e sostenuto un aggressivo nazionalismo indù.

Non ci sono dubbi che Modi venga rieletto con una solida maggioranza, a confermarlo anche un recente sondaggio d'opinione. I risultati del Mood of the Nation Poll mostrano che gli elettori continuano a vedere in Modi un grande leader nazionalista che ha accelerato la crescita economica e migliorato i legami con l'estero, perciò non c’è da stupirsi che il Bharatiya Janata Party (Bjp, Partito del popolo indiano) di Modi e i suoi alleati possano ottenere 335 dei 543 seggi eletti direttamente nella camera bassa del parlamento, anche se il “leader maximo” punta ad ottenere la più «grande vittoria di sempre» con almeno 500 seggi, per rafforzare il suo potere e accentuare la presa dell’induismo sul Paese. La demolizione di due moschee in India, a pochi giorni di distanza l'una dall'altra, ha evidenziato la volontà del governo. Le demolizioni “gemelle” nello Stato di Uttarakhand e a Delhi sono avvenute poche settimane dopo che Modi ha inaugurato il controverso Ram Mandir, un tempio costruito sulle fondamenta di una moschea secolare che è stata abbattuta da folle indù intransigenti nei primi anni '90. Proprio quella cerimonia ha segnato l’allontanamento chiaro dell’esecutivo dai principi fondanti laici dell'India moderna ed è stata salutata dai nazionalisti indù come il coronamento della loro campagna decennale per rimodellare la nazione.

La scorsa settimana sono scoppiate violenze mortali nella città di Haldwani, nell'Uttarakhand, dopo che funzionari governativi, accompagnati dalla polizia, hanno raso al suolo una moschea e una madrassa (una scuola islamica), perché frutto di un’«invasione illegale». Dalla fine del mese scorso un senso di disperazione tra molti musulmani aleggiava nel distretto Mehrauli di Delhi, dove le autorità governative avevano raso al suolo una moschea di circa 600 anni. Anche in questo caso, l'Autorità per lo sviluppo di Delhi (Dda) ha demolito la struttura per «invasione illegale».

I cattolici non stanno meglio. Il Congresso cattolico siro-malabarese, che rappresenta il 20% della popolazione del Kerala, ha presentato la scorsa settimana una petizione firmata da circa mezzo milione di fedeli al primo ministro dello Stato, Pinarayi Vijayan, dopo un'importante campagna di raccolta firme, intesa ad affrontare quelle che il Congresso ha descritto come «crisi senza precedenti» che la comunità cristiana deve affrontare. Tra le richieste presentate al governo c'era la consegna tempestiva dei pagamenti della previdenza sociale, compreso l’aiuto di 20 dollari mensili per gli anziani, sospeso da tempo. Il 14 febbraio, la Scuola Don Bosco delle Suore Missionarie di Maria Ausiliatrice, alla periferia di Udaipur (Stato di Tripura), ha dovuto chiedere alle autorità misure di protezione. Anche nel vicino Stato dell'Assam, diverse scuole sono state messe sotto pressione in questo senso perché quest'anno il Mercoledì delle Ceneri corrispondeva a una festa indù. Dietro queste minacce c'è il gruppo Hindu Jagran Manch, noto perché promuove aggressive cerimonie di “riconversione” per riportare cristiani e musulmani a quella che è considerata la loro “religione predefinita”: l'induismo.

L’erosione della democrazia laica e lo scivolamento dell’India, promosso da Modi, verso una teocrazia induista è una preoccupazione ormai condivisa da moltissimi osservatori. La persecuzione religiosa sta crescendo nel Paese dei maharaja e le conversioni forzate pure. Circa un migliaio di cristiani sono stati recentemente costretti a tornare all'induismo attraverso il “Ghar Wapsi”, ovvero il “ritorno a casa”, cioè la conversione forzata all'induismo, con il rito del lavaggio dei piedi nelle acque del Gange: ciò è avvenuto il 27 gennaio 2024 nel Chhattisgarh, Stato dell'India centrale. Al rito di conversione forzata, e non per caso, hanno assistito plaudenti diversi membri del partito nazionalista di Modi.