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Ilva, il disastro è del governo, ma non sa uscirne

Non è uno scherzo, Conte cerca idee per lo sviluppo di Taranto. È la drammatica testimonianza di come il governo brancoli nel buio di fronte al disastro Ilva, da lui stesso provocato. La visione antindustrialista di Grillo sta vincendo. Però abbiamo finalmente esportato arance in Cina. Quante? Appena due container. 

La prima volta che l’ha detto, i più hanno pensato a una battuta. Ma poi l’ineffabile Presidente del Consiglio ha ripetuto più e più volte quel ridicolo appello pubblico rivolto ai suoi ministri: “Chi ha un’idea per lo sviluppo di Taranto, venga e la porti al prossimo Consiglio dei Ministri”. Si tratta di una drammatica testimonianza di come il governo brancoli nel buio di fronte al disastro ILVA, da lui stesso provocato con il folle ritiro dello scudo penale - già contenuto nel contratto con Arcelor Mittal - che ha offerto alla multinazionale l’alibi perfetto per liberarsi dell’acciaieria. 

Eppure è così: Conte, e tutti gli esperti e gli uffici studi della Presidenza del Consiglio, non hanno un’idea su come uscire dal pasticcio che rischia di lasciare senza lavoro almeno 20.000 addetti, e di privare la manifattura italiana, che di acciaio si nutre quotidianamente, di un fornitore nazionale, che fra l’altro è ancora il maggiore d’Europa.

Tutte le alternative che il governo ha avanzato, pubblicamente o in via riservata, si dimostrano finora impraticabili: Arcelor Mittal non ne vuol sapere di tornare al tavolo neppure davanti a proposte più vantaggiose (anzi, ha già avviato la causa legale), la ricerca di un’altro operatore internazionale (per es. Jindal, il secondo arrivato nella gara) come di compratori italiani del settore (per es. Arvedi) non trova disponibilità, la nazionalizzazione, oltre a costare un grosso pacco di miliardi, non può funzionare per svariati motivi, a partire dall’opposizione della UE in base alle regole comunitarie. Senza dimenticare che i parlamentari grillini pugliesi e la loro base continuano a sperare nella sostituzione dell’acciaieria con un grande parco (!!!)

Siamo tragicamente di fronte all’ennesima dimostrazione dell’incapacità di governare un paese moderno da parte dei 5Stelle e del loro presidente Conte, sia alleati con la Lega che con il PD.

Incapacità confermata dalla avventurosa gestione della manovra economica, che è già cambiata più e più volte prima ancora di iniziare l’iter parlamentare, ma ogni volta  confermando la sua caratteristica di fondo: tasse, tasse, tasse. Tasse e manette, ma sull’inasprimento indiscriminato delle pene per gli evasori è rissa dura nella maggioranza, e per quante tasse abbiano messo, il Servizio del Bilancio del Senato ha già dichiarato che c’è una forte sovrastima delle entrate. E quindi i conti non tornano.

I rossogialli si sono illusi che bastasse bloccare l’aumento dell’Iva per essere assolti dagli elettori, e invece non è così. Soprattutto se le nuove tasse sono ideologiche e autolesioniste: si colpisce la plastica, ignorando che quella italiana è una delle più moderne e riciclate, e costituisce un settore strategico della nostra industria. Si tassano le auto aziendali (perchè poi, se non per fare cassa comunque, in qualunque modo?) e questo infliggerà una dura botta al mercato delle auto, già in difficoltà. Last but not least, si premiano le auto elettriche, prodotte in Oriente, e non altri tipi di veicoli altrettanto non inquinanti prodotti in Europa e in Italia, e questo è puro masochismo, dovuto a ignoranza. 

Gli imprenditori, del Nord come del Sud, chiedono provvedimenti per rilanciare la competitività e le produzioni, ma sono inascoltati: la visione antindustrialista di Grillo sta vincendo su tutta la linea.

E a proposito di Oriente, ricordate il trionfale annuncio di Di Maio, allora ministro dello sviluppo economico, alla firma degli accordi per la Via della seta?  Disse, serio serio “La Cina è il nuovo mercato di sbocco per le arance rosse siciliane”.  Sono passati sei mesi, sapete quanti container di arance rosse sono stati trasportati dalla Sicilia alla Cina? Tenetevi forte: sono stati due.

Nel frattempo l’export cinese verso l’Italia è cresciuto dell1,9%, quello italiano è diminuito del 2%.