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Il "tempo sospeso" di Hong Kong

Oggi Hong Kong va al voto per le elezioni locali in un clima surreale, in attesa che qualcosa accada. Il voto è inevitabilmente una sorta di referendum su Pechino, ma la preoccupazione riguarda la soluzione dello scontro tra i giovani che in queste settimane hanno manifestato e il regime.

I muri nel Campus universitario sotto assedio

Quando si cammina per Hong Kong, in questi giorni di novembre, tutto sembra come prima delle proteste che hanno portato la città sull’orlo del collasso. In realtà, soltanto chi non conosce la città può dire che è tutto come prima. Chi, come me, pratica Hong Kong da vari decenni, si accorge che non è vero che tutto è come prima, anzi c’è una certa sensazione di “tempo sospeso“. Cosa intendo per tempo sospeso? Sembra sempre di vivere nell’imminenza di qualche cosa che deve accadere.

Un segno evidente della situazione diversa, è dato proprio dallo stato in cui si trova la città; le fermate della metro sono a volte chiuse, le strade e i muri dei palazzi sono spesso imbrattati da scritte e gli autobus subiscono spesso delle deviazioni. Alcuni negozi come la catena Starbucks o la Bank of China, legati direttamente o imdirettamente a Pechino, hanno le vetrine schermate, per paura di altre ritorsioni contro di loro di una parte dei manifestanti.

Dicevamo del “tempo sospeso“. Cosa si aspettano i cittadini di Hong Kong? Cosa si aspettano dalle elezioni di domenica 24 novembre? Questa è una risposta che è difficile poter dare. I margini di manovra, vista la situazione politica in cui si trova Hong Kong e i suoi rapporti con il governo di Pechino, certamente non lasciano molto spazio per poter sperare. Quindi questa attesa, è attesa di qualcosa che forse mai potrà arrivare.

Dicevamo delle elezioni; queste consultazioni per eleggere rappresentanti dei distretti di Hong Kong, hanno naturalmente un sapore tutto speciale, in un tempo in cui la città soffre uno stato di prostrazione che non ha precedenti nella storia recente. Tutti sanno che questo voto non si limita a delle esigenze locali, ma è un referendum contro il governo, un referendum il cui risultato sembra già scritto. Infatti è una votazione che accade mentre la situazione degli studenti asserragliati nel Politecnico non è ancora risolta, mentre la città convive con il disagio portato dalle proteste in maniera quotidiana, mentre ci si abitua a vivere in un perenne stato di assedio.

Anche qui mi hanno parlato della situazione della città come di uno stato di guerra, il che giustificherebbe anche le violente reazioni da parte dei manifestanti. È difficile entrare in questo argomento, perché certamente divide molto gli animi nel campo di coloro che sostengono la protesta di Hong Kong. Quello che preoccupa è il modo in cui la gioventù della città uscirà fuori da questo stato di cose. Una gioventù ormai radicalizzata nella protesta, nella opposizione verso un governo che sentono come ostile. In questo non aiuta di certo il governo di Pechino, che accusa di non patriottismo i manifestanti. In realtà, come noi sappiamo, un conto è essere cinesi, un conto è essere comunisti. Si può essere ottimi cinesi, pur avversando il comunismo. Ma in realtà il governo accomuna l’essere patrioti con l’essere seguaci del comunismo e delle conseguenze sociali e politiche che questa dottrina, nelle sue letture più dogmatiche, esige. Quello che la gente di Hong Kong dice, è che si può continuare ad essere cinesi pur godendo delle libertà che loro sentono proprie al loro modo di vivere. Ma queste libertà sono sentite come una minaccia da parte dei governanti di Pechino... .