• STRATEGIA

Il piano di Renzi per sbarazzarsi di Crocetta e Marino

Si fa fatica a comprendere la vera strategia di Matteo Renzi. Da una parte, è tentato di andare subito alle urne, consapevole che un leader in grado di contendergli la guida del Paese oggi non c’è. Ma prima deve risolvere alcuni casi, come quello del governatore siciliano Crocetta e del sindaco di Roma Marino.

Il premier Matteo Renzi

Si fa sempre più fatica a comprendere la vera strategia di Matteo Renzi, ammesso che ne abbia una. Il premier sembra prigioniero di una serie di dilemmi che rischiano di stritolarlo ben prima che possa per la prima volta misurarsi con un’elezione politica. Da una parte, la sua tentazione sarebbe quella di andare subito alle urne, ben consapevole del fatto che il centrodestra è ancora un cantiere e che un leader in grado di contendergli la guida del Paese oggi non c’è. Dall’altra, ha bisogno di arricchire il suo palmares con qualche riforma di peso prima di chiedere agli italiani un voto in favore del suo governo. Il secondo dilemma che sembra materializzarsi sulla strada di Palazzo Chigi riguarda la risoluzione di alcuni casi locali, soprattutto di quello che riguarda il governatore siciliano Rosario Crocetta. 

Da una parte Renzi vorrebbe sbarazzarsene e quindi è tentato dall’idea di prendere la palla al balzo per farlo sfiduciare dai suoi luogotenenti a Palazzo d’Orleans. Dall’altra teme di consegnare la guida dell’isola ai grillini, ormai primo partito in molte province siciliane. Di qui la melina, anche di fronte alla polemica sull’intercettazione riguardante Crocetta e il suo medico Tutino. Far precipitare le cose in questo momento e accelerare l’uscita di scena dello scomodo governatore significherebbe creare un vero e proprio caos istituzionale dagli esiti imprevedibili. Il voto di protesta con ogni probabilità trionferebbe e ben difficilmente il Pd riconquisterebbe quella regione a statuto speciale. L’obiettivo di Renzi è allora quello di una crisi pilotata. L’attuale presidente della Regione potrebbe restare in sella ancora per qualche mese e le elezioni anticipate potrebbero arrivare nella primavera 2016 con l’election day, che porterà alle urne i cittadini di molte importanti città italiane, tra cui Milano, Torino, Napoli e Bologna e forse anche Roma. Eh già, perché il caso della capitale non è molto diverso dal caso Sicilia. 

Dopo i guai giudiziari e le gaffe mediatiche, anche Ignazio Marino è stato scaricato dai suoi e il Pd non lo molla definitivamente solo perché ha paura che eventuali elezioni anticipate se le aggiudichi il Movimento Cinque Stelle. Un election day in cui si voti anche in Sicilia e Roma, fra poco meno di un anno, darebbe a Renzi il tempo di riorganizzare il partito, di placare le ire della minoranza dem, di individuare candidati di alto profilo in tutte le competizioni e di condurre in porto altre riforme da esibire in campagna elettorale. In questo momento, il calo di consensi che sembra investire l’ex sindaco di Firenze e il suo partito è legato anche alla cattiva gestione di questi fronti locali. La gente ha l’impressione che, dopo aver sbraitato moralisticamente contro amministratori di centrodestra coinvolti in indagini compromettenti, il leader Pd non trovi la forza politica e l’autorevolezza per indurre esponenti della sinistra ugualmente chiacchierati a fare un passo indietro. Ha dato per troppo tempo l’impressione di abbaiare senza però riuscire a mordere, visto che De Magistris e De Luca alla fine l’hanno spuntata e non si sono ritirati e considerato che neppure Marino e Crocetta hanno intenzione di darla vinta a chi ne chiede le dimissioni.

Ma, e qui si arriva all’ennesimo dilemma di fronte al quale si trova il presidente del Consiglio, Renzi deve anche decidere quale strada percorrere per proseguire la sua azione di governo. Nel suo discorso all’Assemblea nazionale Pd di sabato scorso, che tanto ha fatto infuriare alcuni esponenti della minoranza interna, ha scimmiottato annunci che erano già stati fatti e tradotti in pratica anni fa dal centrodestra, primo tra tutti quello della cancellazione delle tasse sulla prima casa. Il premier sta provando a erodere la base elettorale del centrodestra e a drenare consensi da quell’area perché si rende conto che un’eventuale saldatura tra quell’elettorato e il mondo leghista diventerebbe pericolosa per la sua leadership e lo schiaccerebbe troppo sulla sinistra. Facendo così, però, va incontro a crescenti contrasti nel suo partito e, considerato che questo Parlamento non può certo dirsi a maggioranza renziana, il rischio palude sulle riforme e gli altri provvedimenti importanti da far approvare è altissimo. 

La principale corrente Pd d’opposizione a Renzi, guidata dall’ex capogruppo alla Camera, Roberto Speranza, incalza sempre più Palazzo Chigi sul contenuto dei provvedimenti, dalla riforma della scuola ai temi del fisco e dell’equità, dagli effetti del jobs act alla riforma Rai. Su quest’ultima la strada appare in salita proprio perché molti dissidenti dem non intendono consegnare le chiavi della tv pubblica nelle mani del governo. Senza contare l’irritazione delle toghe verso un esecutivo che minaccia una stretta sull’uso delle intercettazioni, misura che certamente non incontra il favore della magistratura e che potrebbe essere discussa in Parlamento la prossima settimana. Per tutte queste ragioni, il premier sembra seduto su una polveriera e le incognite sul futuro del suo governo sono numerose e insidiose.