• VISITANDINE A MODENA

Il monastero ha tre secoli e chiude in appena due mesi

Le Visitandine di Modena chiudono il monastero. Il motivo? «Calo di vocazioni», dice alla Bussola la neo superiora, mandata in settembre per rivitalizzare la comunità. Ma qualcosa non torna: il monastero non aveva problemi economici, né di abusi e a maggio aveva 11 religiose, metà delle quali in pochissimo tempo sono uscite, creando così le condizioni per la chiusura: «Non le ho cacciate io», dice alla Bussola la Madre. Diocesi e Vaticano hanno solo ratificato. È così facile chiudere un monastero con 300 anni di storia? 

Dopo 321 anni, chiude i battenti il monastero della Visitandine di Modena. Questa mattina le ultime suore di clausura rimaste, appena cinque, hanno fatto le valige e lasciato il grande stabile di Baggiovara, alle porte di Modena sulla via Giardini, dove erano alloggiate dagli anni ‘60, da quando cioè il cavalier Marazzi, fondatore delle note ceramiche, fece costruire il monastero con annessa chiesa per ospitarle. 

Le suore dell’Ordine della visitazione Santa Maria appartengono alla grande famiglia della Congregazione che vive il secondo mistero gaudioso fondata da San Francesco di Sales e Santa Giovanna Francesca di Chantal e in Italia sono presenti con una decina di monasteri, soprattutto nel nord Italia. 

Non è il primo convento di religiose che viene chiuso e non sono queste le prime suore di clausura che devono trasferirsi ed essere accolte in un altro monastero, ma la notizia della chiusura del monastero a Modena ha sollevato aspetti che andrebbero indagati maggiormente e non liquidati con facilità come un inevitabile conseguenza della penuria di religiose. 

“Calo di vocazioni”
La principale motivazione che ufficialmente viene addotta è quella della riduzione del numero delle suore. «Il numero delle sorelle non è più quello richiesto per un capitolo monastico – spiega alla Bussola Madre Elisabetta Madè, inviata in questi mesi come madre superiora -. La Cor Orans(l’istruzione applicativa della Costituzione apostolica “Vultum Dei Quaerere” sulla vita contemplativa femminile ndr) stabilisce che quando rimangono meno di 5 sorelle, il monastero non ha più la sua autonomia giuridica e questo è il caso. Se non c’è il capitolo allora la comunità non può eleggere una superiora». 

Rivitalizzare o chiudere?
Per la monaca si tratta di «una decisione sofferta, però vorrei che fosse chiaro che prima di arrivare a questa decisione la comunità ha votato per la chiusura e la comunicazione è stata inviata a Roma». 

Ma non sarebbe stato meglio chiedere aiuto ad altri monasteri perché andassero a “rimpolpare” le fila della comunità modenese? Evidentemente, ha risposto Madre Elisabetta alla nostra domanda «sono state provate tutte le strade prima di arrivare a questa decisione. Io stessa sono monaca di un altro monastero e sono stata nominata Madre perché la comunità è in affido alla Federazione dell’ordine. Con me c’è stata un’altra consigliera, che è superiora in un'altra comunità. Abbiamo iniziato questo percorso a settembre col desiderio di rivitalizzare il monastero, abbiamo detto alle suore che c’erano aspetti che non erano in linea con la vocazione monastica». 

Quali? Chiediamo. «No, non pensate a cose strane», risponde lasciando intendere a una normale amministrazione di vita da monastero sulla quale non è neanche bene entrare, essendo un monastero un microcosmo molto delicato. 

Tanti addii in pochi mesi
Però qualche cosa non torna. Da quanto è stata in grado di apprendere la Bussola, nel maggio scorso, quando la madre superiora che ha retto il monastero per 18 anni ha dovuto passare la mano per raggiunti limiti consentiti dagli statuti, c’era solo una suora che poteva essere nominata madre superiora, ma mancava solo di un paio di anni di professione di fede per poter giungere a quelli richiesti per poter reggere il convento. Per motivi che non sono stati chiariti, non si è tentata la strada di bypassare questo biennio mancante, magari con una deroga o con innesti che consentissero la transizione in maniera naturale.

Così, nel giugno scorso, il monastero si è ritrovato sottoposto ad una commissione, come previsto dalla Cor Orans, composta dalla Madre uscente, dal vescovo della diocesi di Modena, dalla presidente federale e dall’assistente religioso dell’ordine. Il vescovo di Modena ha chiesto che restasse in sella la madre superiora fino ad allora. Invece, nel settembre scorso è arrivata la “diarchia” di due consorelle venute a rivitalizzare il monastero. 

Ma in pochissimi mesi la situazione è precipitata: da 11 che erano (in tutti gli stadi della vita religiosa: 6 professe solenni, 2 novizie, 1 professa temporanea, 1 aspirante e una 1 postulante) le suore si ritrovano in appena 6. Ora in cinque. 

Che cosa è successo? «Le sorelle in formazione hanno lasciato», spiega Madre Elisabetta, «ma non le ho cacciate io», precisa. E le altre? «Ho esaurito il mio tempo a disposizione», ci dice. 

Nessun problema, eppure?
La comunità non sembrava dunque avere problemi di vocazione fino al maggio scorso, 11 suore è un numero più che accettabile per una comunità, di questi tempi. Né sul monastero aleggiavano problemi economici dato che può contare su alcune rendite di sostentamento, non ovviamente di lucro: metà dell’immenso stabile, infatti, è stato negli ultimi 12 anni adibito a casa di accoglienza per i parenti dei ricoverati del vicino ospedale civile di Modena che sorge proprio dall’altra parte della via Giardini. Inoltre, la vita spirituale delle suore era più che attiva, così come le attività di parlatorio coi fedeli e quelle di lectio divina con i tanti che arrivavano per ascoltare la spiritualità delle suore. 

Sono da escludere poi problematiche di abusi o violazioni gravi nella vita al di là della grata: il Vaticano in quel caso avrebbe mandato un visitatore apostolico o comunque la Congregazione avrebbe messo in campo tutti gli accertamenti previsti dalle norme canoniche. 

Eppure, in pochissimi mesi il monastero si è svuotato fino a oltrepassare la soglia numerica necessaria per la sua esistenza. 

Il vescovo non decide
La diocesi dal canto suo ha dichiarato di non essere competente. La Cor Orans infatti, licenziata nel 2018, non vincola più la decisione della chiusura del convento al veto dell’Ordinario, ma al semplice parere del vescovo. Certo, è un parere che potrebbe essere di peso, ma in questo modo il vescovo Erio Castellucci non ha potuto far altro che alzare le mani e limitarsi dire in un articolo sul Resto del Carlino, tramite il suo vicario che «decide il Vaticano». 

Vaticano che non sembra intenzionato a dare risposte nell’immediato. Abbiamo cercato gli uffici della Congregazione per gli istituti di vita consacrata e ci è stato risposto di inviare una lettera cartacea, di attendere la risposta per posta, «se il Prefetto riterrà di dare una risposta». 

In mancanza di ulteriori dettagli restano però alcuni punti certi: dopo 300 anni un monastero che non sembra avere particolari problemi che giustifichino la sua chiusura, in pochissimi mesi viene praticamente svuotato di religiose con la scusa della rivitalizzazione e poi chiuso in pochissimi mesi, molti meno di quelli che ci sono voluti per costruirlo e radicarlo nel sentimento di fede dei modenesi, che ora restano senza un presidio di clausura, sia in città che in tutta la diocesi.